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Una lotta ancora non vinta: cosa succede allo stato di diritto nel mondo

Tempo di lettura stimato: 7 min.

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Con la categoria “democrazia liberale” si intendono quegli Stati in cui sono assodate la partecipazione attiva dei cittadini alla politica e il godimento di uno stato di diritto (rule of law). Il concetto di stato di diritto risale alla fondazione delle moderne democrazie occidentali e nasce dal presupposto che, per godere a pieno della libertà, l’individuo debba essere tutelato dai poteri dello Stato. Per il sistema delle Nazioni Unite (ONU), lo stato di diritto è un principio di governance in cui tutte le persone, le istituzioni e le entità, pubbliche e private, compreso lo Stato stesso, devono rispondere di leggi promulgate pubblicamente, applicate in modo equo e giudicate in modo indipendente, nonché coerenti con le norme e gli standard internazionali sui diritti umani.

Il regresso democratico e l’impatto sull’accesso alla giustizia nel mondo

L’analisi dello stato di diritto è inserita del più ampio quadro della recente crisi democratica. Nel lungo periodo, i cali più drammatici dello stato di diritto hanno infatti riguardato fattori associati all’aumento dell’autoritarismo nel mondo. La causa principale della violazione dello stato di diritto risulta essere intrinseca negli stessi ordinamenti giuridici interni di molti Paesi, in cui vige un sistema politico autoritario e non conforme a standard internazionali sui diritti umani. Nel report annuale del 2022, ”L’espansione globale dell’autoritarismo’’ (The global expansion of authoritarian rule), il think tank Freedom House documenta il sedicesimo anno consecutivo di declino democratico e delle libertà a livello globale. Viene evidenziato che in totale 60 Paesi hanno subito un calo nell’ultimo anno, mentre solo 25 Paesi hanno mostrato un miglioramento negli indicatori democratici. Uno dei progetti che monitora la democrazia nel mondo, Varieties of Democracy, riporta che attualmente circa il 70% della popolazione mondiale vive in Paesi autoritari o non liberi, la percentuale più alta dal 1997, mentre solo il 20% circa vive in Paesi dove le libertà sono ampiamente garantite. 

Lo stato di diritto è notoriamente difficile da definire e misurare. In tal senso, il think tank World Justice Project (WJP) evidenzia alcuni criteri per riconoscerlo: i vincoli ai poteri del governo, l’assenza di corruzione, l’effettività dell’ordine e sicurezza, accesso alla giustizia civile e giustizia penale e la completa indipendenza del potere giudiziario. Uno stato di diritto efficace riduce la corruzione, combatte la povertà e protegge le persone dalle ingiustizie, ed è quindi alla base dello sviluppo di un governo responsabile verso il rispetto dei diritti fondamentali. Il rule of law index, misurato dal WJP, riporta che nel 2021 solo il 25% degli stati presi in considerazione ha subito un miglioramento degli indicatori dello stato di diritto, e quindi un miglioramento della democrazia nel suo complesso.

La geografia dell’ingiustizia

Sudan, Myanmar, Haiti, Afghanistan e Nicaragua sono i Paesi che quest’anno hanno registrato il maggior calo dello stato di diritto. La negazione di un sistema di giustizia e dello stato di diritto affligge milioni di persone e si presenta sotto forma detenzioni arbitrarie, sottoposizione alla legge marziale, incarcerazioni preventive, tortura e assenza di equo processo. Amnesty International, che monitora la violazione dei diritti umani nel mondo, evidenzia che almeno 67 Paesi hanno introdotto nuove leggi per limitare la libertà di espressione, associazione o riunione, censurato Internet e investito in apparecchiature di sorveglianza digitale. Inoltre, in almeno 54 Paesi sono stati rilevati ricorsi a processi iniqui e in 84 è stato rilevato il ricorso alla tortura.

In Afghanistan, Burkina Faso, Etiopia, Israele/Palestina, Libia, Myanmar e Yemen, per citarne alcuni, i conflitti hanno causato violazioni dei diritti umani internazionali e del diritto umanitario su vasta scala, e nessun meccanismo è stato finora efficacemente implementato per responsabilizzare gli attori coinvolti, negando l’accesso delle vittime a un efficiente sistema giudiziario. I conflitti persistenti in cui sono preponderanti le rivalità etniche e religiose causano ampie crisi umanitarie,  che comportano quindi la negazione all’accesso alla giustizia e all’identità di intere popolazioni, come ad esempio dei Rohingya in Birmania (Myanmar), degli Uiguri in Cina, e dei Curdi tra la Siria e l’Iraq.

Le discriminazioni su vasta scala contro gli Uiguri hanno visto coinvolto il governo cinese in una campagna di indottrinamento politico, detenzione arbitraria di massa, tortura, sterilizzazione e assimilazione culturale forzata contro i musulmani che vivono nello Xinjiang. Inoltre, la popolazione dei Rohingya, anch’essa minoranza musulmana, è stata perseguitata in seguito l’ampia escalation nella violenza a partire dal 2016, quando le forze armate e la polizia del Myanmar hanno lanciato un’importante repressione contro la popolazione dello Stato di Rakhine. I Rohingya attualmente sono il popolo apolide più numeroso al mondo, circa un milione di Rohingya vive nei campi profughi di Cox’s Bazar, in Bangladesh. 

Molti altri Paesi si sono impegnati in trasferimenti sommari, illegali e forzati, di rifugiati e migranti senza considerare le loro circostanze individuali. Nel corso del 2021, decine di migliaia di persone – provenienti soprattutto da Guatemala, Haiti, Honduras e Venezuela – sono fuggite da violazioni dei diritti umani legate a violenza strutturale, povertà, disuguaglianza e cambiamenti climatici. I governi – tra cui quelli di Canada, Cile, Curaçao, Messico, Perù, Trinidad e Tobago e Stati Uniti – hanno proibito l’ingresso di rifugiati, richiedenti asilo e migranti e hanno rimpatriato con la forza quelli che sono riusciti a varcare i loro confini senza che le richieste di asilo e di rifugiato fossero adeguatamente considerate. Nel 2021, mentre decine di migliaia di rifugiati haitiani hanno cercato protezione internazionale, i governi della regione sono stati complici di una serie di violazioni, tra cui la detenzione e i respingimenti illegali, estorsioni, discriminazione razziale e altri abusi.  

Come rendere responsabili i perpetratori e implementare lo stato di diritto 

L’impunità per le gravi violazioni dei diritti umani, i crimini di diritto internazionale e la negazione dell’equo processo rimangono una seria preoccupazione in un numero significativo di Paesi. Storicamente, per affrontare la giustizia transizionale in seguito ad ampie violazioni di diritti umani, la Comunità Internazionale ha istituito meccanismi legali ad hoc e “commissioni di verità’’, ad esempio i tribunali penali internazionali in seguito alle guerre in Ruanda e Jugoslavia, creati con risoluzioni del Consiglio di Sicurezza (UNSC) rispettivamente nel 1993 e 1994. 

Questi tribunali hanno dimostrato che i meccanismi giudiziari internazionali per rafforzare lo stato di diritto erano non solo necessari ma anche possibili, aprendo così la strada all’adozione, sette anni dopo, di un trattato per la prima Corte penale internazionale (CPI) permanente al mondo. La Corte ha una funzione complementare a quella dei singoli Stati – può intervenire se e solo se gli Stati non possono (o non vogliono) agire per punire crimini internazionali – e il procedimento può essere avviato dal Procuratore Generale, da un individuo proveniente da uno dei Stati firmatari o dallo stesso Consiglio di Sicurezza (UNSC). L’ufficio del Procuratore Generale è incaricato delle cosiddette “esaminazioni preliminari’’ per verificare se sono riscontrabili i reati situati sotto la giurisdizione della Corte –  genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e aggressione – per poi procedere con la fase delle investigazioni. Attualmente sono in corso 17 investigazioni, in cui sono coinvolti Stati quali Ucraina, Myanmar, Venezuela, Afghanistan e Darfur (Sudan)

Tra gli ulteriori meccanismi di tutela degli individui a livello internazionale spiccano per lo più le convenzioni e i trattati multilaterali. Tuttavia, molti trattati risultano essere non vincolanti e l’ampio uso di “riserve’’ – l’astensione da alcune clausole – ne compromette la validità giuridica. L’attuale missione dell’UNHCR per rafforzare il diritto di accesso alla giustizia è di promuovere la responsabilità penale individuale per i crimini internazionali, come dimostrato alla creazione dell’UNITAD, istituito per rafforzare la responsabilità penale per i crimini di Da’esh/ISIL commessi in Iraq. Tuttavia, uno dei maggiori problemi nell’implementazione del principio di equo processo è l’impossibilità di interferire con il diritto statale dei governi coinvolti in pratiche che violano i diritti umani. E’ necessario quindi implementare una cultura professionale e popolare che sostenga lo stato di diritto nei Paesi sottoposti a sistemi politici autoritari e potenziare il sostegno per le cause umanitarie nei Paesi occidentali. 

Sebbene sia stato a lungo un tabù parlare di alterazione della cultura istituzionale, i progettisti e gli operatori dei programmi di sviluppo implementati dall’UNDP (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) dovrebbero cercare i molti mezzi legittimi per farlo, come ad esempio, istituire nei Paesi interessati scuole che formano la polizia, istruire gli avvocati e i magistrati a rispettare i codici di etica professionale, implementare programmi di studio sullo stato di diritto per gli studenti e far incoraggiare queste iniziative dai media popolari. Negli ultimi anni, gli approcci alla fornitura di sostegno allo stato di diritto in contesti di conflitto e post-conflitto si sono evoluti in modo significativo. Ad esempio, nella Repubblica Democratica del Congo, le Nazioni Unite hanno istituito delle cellule di supporto (missione MONUSCO) all’azione penale locale che lavorano fianco a fianco con i procuratori congolesi nei casi che riguardano crimini di guerra o crimini contro l’umanità.   

Un sistema di giustizia hobbesiano e centralizzato che implementi lo stato di diritto nel mondo è utopico e non desiderabile; tuttavia, è possibile indirizzare l’attenzione degli attori internazionali competenti verso queste crisi. Per creare l’advocacy necessaria servirà un maggiore impegno degli Stati democratici verso l’implementazione del rispetto dei valori liberali e una costante sensibilizzazione dell’opinione pubblica.  

Questo articolo è parte del progetto “Crisi umanitarie”. Per saperne di più leggete anche gli articoli precedenti: “Tutto quello che c’è da sapere sulle crisi umanitarie”, “Un mondo sempre più ingiusto: tutti i volti della schiavitù moderna” e “Sicurezza alimentare: il 2022 è il peggior anno di un trend negativo iniziato nel 2015”. 

*[crediti foto in copertina: Monam via Pixabay]

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