Il 15 agosto 2021 è la data che ha segnato il ritorno al potere del movimento talebano in Afghanistan dopo vent’anni di presenza occidentale.
La creazione del nuovo Emirato, per mano dell’organizzazione fondamentalista islamica che aveva già governato il Paese dal 1996 al 2001, non ha comportato unicamente un cambiamento in senso politico. Accanto alla ridefinizione degli assetti istituzionali, i Talebani hanno mirato all’appropriazione del sistema mediatico, facendo sprofondare l’Afghanistan in una condizione di isolamento che ricorda quella del primo Emirato.
Il ritorno dei Talebani: cosa è successo ai media in Afghanistan?
All’indomani della caduta di Kabul, numerose emittenti locali furono costrette a chiudere i battenti. Alcune giornaliste abbandonarono gli schermi televisivi, e diversi reporter scelsero di lasciare il Paese per timore di rappresaglie. Nonostante le iniziali dichiarazioni dei Talebani in favore di un giornalismo libero e indipendente, nel giro di poco tempo, il sistema mediatico afghano costruito nei vent’anni precedenti subì una radicale trasformazione.
Il nuovo regime ha infatti progressivamente imposto restrizioni sempre più severe sull’attività giornalistica, limitando la libertà di stampa e comprimendo numerosi diritti connessi all’esercizio della professione. I mass media afghani si trovano oggi ad operare in un contesto segnato da uno stringente controllo politico e dalla costante pressione delle autorità. Censura, intimidazioni e arresti arbitrari testimoniano la battuta d’arresto del processo di sviluppo e democratizzazione che aveva caratterizzato il sistema dei media nel ventennio successivo all’intervento della coalizione internazionale nel 2001.
Questo clima, unito alla pesante crisi economica che sta tuttora investendo il Paese, ha comportato sin dall’inizio la chiusura forzata di molte attività connesse al settore dell’informazione, colpendo in modo trasversale tutte le principali città afghane.

Ad un anno dal ritorno dei Talebani, quasi il 60% dei giornalisti afghani era stato costretto ad abbandonare la professione. Ma, secondo Reporters Without Borders, a pagare il prezzo più caro sono state – e continuano ad essere – soprattutto le donne. Trascorso solo un anno dall’insediamento del nuovo Emirato, oltre tre quarti delle donne impiegate nel campo dell’informazione avevano perso il proprio lavoro.

Un passo indietro: il sistema mediatico afghano nel periodo 2001-2021
Dopo la caduta del primo regime talebano nel 2001, il panorama mediatico afghano conobbe una significativa fase di sviluppo. Con il sostegno economico dei Paesi occidentali e delle organizzazioni internazionali, nacquero decine di televisioni private, emittenti radiofoniche, quotidiani e piattaforme digitali. Kabul divenne il centro di un sistema pluralista dell’informazione, in netto contrasto con quello degli anni Novanta, quando i Talebani del primo Emirato avevano imposto una rigida censura e vietato gran parte delle forme di intrattenimento e comunicazione.
Negli anni successivi all’intervento internazionale, i media afghani assunsero un ruolo centrale nella società, contribuendo alla formazione dell’opinione pubblica, incoraggiando la partecipazione politica e concorrendo alla promozione dei valori considerati tipicamente moderni. Divennero, così, la seconda istituzione (dopo i leader religiosi, ma prima degli organi governativi) ritenuta più affidabile dai cittadini.
Nel corso del tempo, l’Afghanistan riuscì inoltre a dotarsi di un quadro normativo di regolazione sui media tra i più progressisti e democratici della regione. Ma il cambiamento epocale rispetto al passato riguardò il notevole aumento della presenza femminile nel campo giornalistico: molte donne iniziarono a lavorare come reporter e conduttrici televisive, soprattutto nelle aree urbane. Secondo l’Unione dei giornalisti indipendenti afghani, prima del ritorno dei Talebani le donne rappresentavano circa il 30% dei professionisti dei media.
Occorre tuttavia sottolineare che lo sviluppo del settore rimase fortemente dipendente dagli aiuti internazionali e concentrato principalmente nelle grandi città. Inoltre, giornalisti e attivisti furono non di rado bersaglio di minacce e attentati, sia da parte dei Talebani – rifugiatisi, dopo il 2001, nelle zone nord-occidentali del Pakistan – sia di altri gruppi armati. Nonostante tali limiti, però, il ventennio compreso tra il 2001 e il 2021 rappresentò il periodo di maggiore apertura nella storia dei media in Afghanistan.
Le restrizioni imposte ai media dal regime talebano
Tornati al potere, i Talebani hanno rafforzato il controllo sui mezzi di comunicazione e sottoposto a stretta sorveglianza il flusso delle informazioni.
Già nel settembre 2021, il Centro governativo per i Media e l’Informazione emanò alcune direttive che vietavano la pubblicazione di contenuti “contrari ai valori islamici” o “offensivi nei confronti delle autorità nazionali”. La formulazione piuttosto vaga di queste disposizioni lasciava ampio spazio all’interpretazione arbitraria delle autorità: qualsiasi contenuto poteva essere potenzialmente giudicato “immorale” o “offensivo”, e, di conseguenza, utilizzato come pretesto per perseguitare i giornalisti. Questa ambiguità ha contribuito a creare nelle redazioni afghane un diffuso clima di autocensura. Tutt’oggi, argomenti sensibili come corruzione, proteste, diritti delle donne o critiche al governo finiscono per essere evitati per paura di ritorsioni. E, in effetti, sono numerosi i casi in cui i giornalisti sono stati arrestati, interrogati o picchiati dalle forze di sicurezza talebane mentre svolgevano il proprio lavoro.
Uno degli aspetti più evidenti della nuova stretta sui media riguarda le restrizioni imposte alle donne, colpite dalla ferrea applicazione della legge islamica (la sharia). Come avvenuto per qualsiasi altro impiego “esposto al pubblico”, anche le professioniste del settore dell’informazione e dell’intrattenimento hanno subìto una drastica riduzione delle libertà. È stata esclusa la possibilità per le donne di apparire in film o serie TV, è stata regolamentata la loro libertà di spostamento e accesso agli studi televisivi, ed è stato ordinato alle giornaliste di coprirsi il volto durante le trasmissioni in TV.
Recentemente, tra settembre e ottobre 2025, i Talebani hanno persino imposto un blocco all’accesso ad Internet, ritenuto un veicolo di contenuti non conformi ai dettami della sharia, e, dunque, una potenziale minaccia per la moralità pubblica. Per diversi giorni, i cittadini afghani non hanno potuto utilizzare uno dei pochi strumenti rimasti per connettersi con il mondo esterno.

Strategie di sopravvivenza e informazione in esilio
Nonostante le restrizioni imposte dal regime, una parte del giornalismo afghano continua a sopravvivere attraverso nuove forme di organizzazione e comunicazione. Molti reporter rifugiatisi all’estero hanno creato redazioni “in esilio”, raggiungendo il pubblico con trasmissioni via satellite e pubblicando contenuti tramite siti web e social media.
Le piattaforme digitali hanno certamente assunto un ruolo centrale nella diffusione delle informazioni. Telegram, WhatsApp, YouTube e Facebook sono utilizzati sia dai media indipendenti sia dai cittadini per condividere notizie, testimonianze e video che difficilmente troverebbero spazio nei media gestiti direttamente dal regime. Tuttavia, il controllo delle infrastrutture – Internet compreso – da parte dei Talebani pone un ostacolo non indifferente alla circolazione materiale dell’informazione, complicando ulteriormente gli sforzi dei giornalisti in esilio per raggiungere la popolazione locale.
Per chi invece ha scelto di non lasciare il Paese (o non ha potuto farlo), lavorare rimane estremamente difficile: la sorveglianza delle autorità, la crisi economica e la paura di ritorsioni limitano fortemente la capacità di operare in modo autonomo e indipendente.
Nonostante ciò, l’esistenza di media clandestini o in esilio dimostra come una parte della società afghana continui a considerare il giornalismo uno strumento essenziale per documentare la realtà del Paese e mantenere uno spazio, seppur ridotto, di informazione libera.
Quale futuro per i media in Afghanistan?
A quasi cinque anni dal ritorno dei Talebani al potere, il sistema mediatico afghano appare profondamente deteriorato rispetto al periodo precedente al 2021. La combinazione di censura, repressione politica e crisi economica ha drasticamente ridotto il pluralismo dell’informazione, limitando la possibilità di raccontare senza filtri la realtà del Paese. Oggi, l’Afghanistan si colloca tra le ultime posizioni al mondo per indice di libertà di stampa.
Il giornalismo afghano non è però completamente scomparso. Attraverso media in esilio, piattaforme digitali e reti informali di reporter, una parte dell’informazione indipendente continua a sopravvivere, spesso in condizioni di forte precarietà. Il futuro della libertà di stampa dipenderà, tuttavia, anche dalla capacità della comunità internazionale di sostenere questi spazi residuali di informazione libera, e di garantire protezione ai giornalisti più esposti, che, mettendo quotidianamente a rischio la propria vita, svolgono a tutti gli effetti una forma di resistenza civile.
*Immagine di copertina: [Foto di Md Mahdi via Unsplash]





