A undici mesi dal primo turno delle presidenziali, la corsa all’Eliseo è già entrata nel vivo. L’annuncio della candidatura di Jean-Luc Mélenchon, il 3 maggio 2026, ha aperto ufficialmente la campagna elettorale. Un campo frammentato, un fronte repubblicano debole e un Rassemblement National saldamente in testa ai sondaggi: la Francia del 2027 si presenta come la più incerta e la più aperta degli ultimi decenni.
Il 3 maggio scorso, nel telegiornale serale di TF1, Jean-Luc Mélenchon ha annunciato la sua quarta candidatura alle elezioni presidenziali francesi. È il primo tra i nomi più quotati a farlo ufficialmente. L’annuncio ha chiuso il dibattito interno a La France Insoumise, avviando la raccolta di 150.000 firme richieste per l’investitura popolare e ha costretto tutti gli altri a uscire dall’ambiguità. Mancano undici mesi al primo turno, ma la campagna è già cominciata.
La Francia che si avvia alle presidenziali dell’aprile 2027 è un Paese lontano dai vecchi fasti imperiali, in bilico tra instabilità e immobilismo. Dall’estate del 2024, quando Emmanuel Macron sciolse l’Assemblée Nationale dopo la sconfitta alle elezioni per il Parlamento europeo, Parigi ha attraversato una sequenza di governi di minoranza, incapaci di costruire maggioranze stabili. Il debito pubblico ha raggiunto il 116% del PIL, la fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici, e il presidente uscente (impossibilitato dalla Costituzione, a intraprendere un terzo mandato) governa con un indice di gradimento che sfiora il 23%.
Il campo della destra: Bardella davanti, Le Pen appesa ai giudici
Il Rassemblement National è il primo partito di Francia. Lo certificano tutti i sondaggi disponibili, con una forchetta che oscilla tra il 35% e il 36% al primo turno nei diversi scenari testati dalle principali società demoscopiche. Il problema è che il nome del candidato non è ancora definito.
Marine Le Pen è stata condannata in primo grado il 31 marzo 2025 per appropriazione indebita di fondi europei (circa 4,5 milioni di euro sottratti al Parlamento di Bruxelles per finanziare le attività politiche del partito) e dichiarata ineleggibile per cinque anni con effetto immediato. Il 13 gennaio 2026 è iniziato il processo d’appello, che si è concluso il 12 febbraio: la sentenza è attesa per l’estate di quest’anno. Se confermata, Le Pen resterebbe fuori dalla corsa fino al 2030.
Il “piano B” ha un nome: Jordan Bardella, 29 anni, presidente del partito e delfino designato della stessa Le Pen. È trattato ormai come ilcandidato naturale dell’RN, con numeri superiori in molti scenari rispetto alla leader storica, anche se ha dichiarato che si candiderà solo se Le Pen sarà definitivamente esclusa, dichiarandosi pronto a diventare Primo ministro. Nell’eventualità di una sua vittoria, la stessa Le Pen ha lasciato intendere di poter essere comunque nominata premier (ineleggibile non vuole dire innominabile), ma di scartare l’ipotesi in quanto non bisognosa di un “premio di consolazione”.
Quello che è già chiaro, indipendentemente dall’esito giudiziario, è che il RN ha smesso di essere il partito escluso dal sistema. Da tempo si è rotto il cosiddetto “cordone sanitario“, l’argine repubblicano che per decenni teneva la destra fuori dalle istituzioni. Oggi Bardella e Le Pen vengono trattati come interlocutori istituzionali, e il processo di legittimazione culturale e politica del partito è avanzato abbastanza da rendere concreta, per la prima volta nella storia francese, la prospettiva di un presidente dell’Eliseo proveniente da destra.
Il campo del centro: due ex premier, un’eredità ingombrante
Con Macron fuori gioco, il centro macroniano cerca un erede credibile in un campo molto affollato. I nomi più forti sono due ex premier. Édouard Philippe, sindaco di Le Havre e fondatore del partito Horizons, è il primo ad aver annunciato la candidatura, già nel settembre 2024. Gabriel Attal, più giovane, ha conquistato il controllo di Renaissance, il partito di Macron. I due si contendono lo stesso spazio elettorale, con il rischio di annullarsi a vicenda invece di costruire un fronte unico. Bruno Retailleau, segretario dei Républicains, rappresenta invece l’ala conservatrice del centro-destra.
Il problema del centro non è la mancanza di candidati, ma la mancanza di una proposta politica che si distingua nettamente dall’eredità di un presidente uscente molto impopolare. Chiunque voglia vincere in quest’area deve al tempo stesso costruire continuità con l’elettorato macroniano e prendere le distanze da un decennio che molti francesi giudicano negativamente.
Il campo della sinistra: il ritorno di Mélenchon e la sinistra divisa in tre
La candidatura di Mélenchon ha riaperto una ferita mai del tutto chiusa. Nel 2022 il leader di LFI aveva raccolto il 21,95% dei voti al primo turno, mancando il ballottaggio per 421.000 voti. Ora punta a trasformare il quasi-ballottaggio del 2022 in un accesso al secondo turno.
Il problema è che il suo ritorno in campo ha frammentato ulteriormente una sinistra già divisa. Raphaël Glucksmann, leader di Place Publique e figura socialdemocratica con una forte credibilità europea, ha detto no alle primarie in modo “totalmente irrevocabile”, escludendo qualsiasi accordo automatico con LFI e cercando di intercettare l’elettorato centrista orfano di Macron.
Il Partito Socialista, guidato da Olivier Faure, oscilla: favorevole in linea di principio a una primaria unitaria prevista per l’11 ottobre 2026, ma con metà della sua dirigenza che si oppone o che ha già preso distanze nette da Mélenchon. François Hollande, Bernard Cazeneuve, François Ruffin, Clémentine Autain, Marine Tondelier dei Verdi: il fronte è affollato di nomi, ognuno con una propria logica di candidatura, nessuno con numeri sufficienti per imporsi da solo.
La sinistra rischia di arrivare al 2027 come è arrivata alle elezioni precedenti: con tre o quattro candidati che si mangiano voti tra loro, offrendo al secondo turno uno scenario in cui nessuno di loro è presente. La differenza rispetto al passato è che la destra oggi non ha più bisogno di aspettare che la sinistra si autodistrugga in quanto gode, ormai, di un sostegno diffuso e di forze proprie.
Il fronte repubblicano che non c’è più
Per decenni, il meccanismo del “fronte repubblicano” ha funzionato come valvola di sicurezza del sistema politico francese. Il caso più emblematico rimane il 2002, quando Jacques Chirac fu rieletto con l’82% dei voti nel ballottaggio contro Jean-Marie Le Pen: un’alleanza trasversale, innaturale, tenuta insieme dall’unica logica di impedire alla destra di arrivare al potere.

Oggi quel meccanismo si è inceppato, e i dati lo mostrano con precisione. Un sondaggio Elabe per BFM TV ha rilevato che il 63% dei francesi sarebbe disposto a “fare scudo” contro La France Insoumise di Mélenchon, mentre solo il 45% farebbe lo stesso contro il Rassemblement National di Le Pen. È un ribaltamento simbolico di decenni di cultura politica: la destra non è più il nemico che unisce tutti gli altri. Lo è diventata l’estrema sinistra.
Le ragioni sono molteplici e stratificate. Le posizioni di Mélenchon sul conflitto in Medio Oriente, le sue ambiguità nei confronti della NATO e della Russia, le accuse di derive antisemite all’interno del movimento, le prese di posizione sui fatti di Lione in cui è rimasto isolato rispetto a tutto il resto dello schieramento politico: tutto questo ha eroso la sua credibilità al di fuori della base più fedele. Il paradosso è che questa erosione non avvantaggia nessun altro candidato di sinistra in modo determinante, ma consolida ulteriormente il RN come “male minore” agli occhi di un elettorato moderato sempre più disorientato.
Gli scenari
Con queste premesse, è possibile delineare tre scenari per l’aprile 2027, tenendo conto che undici mesi in politica francese, come la storia recente ha dimostrato, sono un’eternità.
Il primo è la vittoria del RN. Bardella al primo turno con il 35%, ballottaggio contro un candidato di centro o di sinistra, e vittoria finale grazie al crollo del fronte repubblicano. Sarebbe il primo presidente proveniente da destra nella storia della Quinta Repubblica.
Il secondo scenario è quello moderato. Un candidato di centro (Philippe è il più probabile) riesce ad arrivare al ballottaggio contro Bardella e a raccogliere abbastanza voti trasversali per vincere. È lo scenario che si è già verificato due volte con Macron contro Le Pen, ma in un contesto politico e culturale profondamente cambiato.
Il terzo scenario è il più instabile: Mélenchon arriva al ballottaggio. In questo caso il fronte repubblicano si capovolge, e non è affatto detto che la maggioranza dei francesi scelga di votare contro Bardella. I numeri del sondaggio Elabe suggeriscono che, in quel caso, il RN potrebbe vincere il secondo turno con ampio margine.
La campagna è già cominciata
Quello che si muove in Francia in queste settimane non è ancora la campagna ufficiale. È qualcosa di più simile ad una ridefinizione degli equilibri, un riposizionamento di candidati che sanno di avere poco tempo e molta strada da fare. Mélenchon si è mosso per primo e ha costretto tutti a fare i conti con la sua presenza. Bardella aspetta l’estate e la sentenza sui giudici. Philippe costruisce mattone dopo mattone. Attal cerca il momento giusto. Glucksmann raccoglie consensi nel centro che sarà orfano di Macron.
Il campo è aperto. Ma la sensazione, guardando i sondaggi e l’architettura della politica francese di questi mesi, è che la corsa stia avendo già un favorito. Non perché gli altri partiti siano deboli, ma perché il Rassemblement National è l’unico partito che ha saputo costruire, negli ultimi anni, una struttura, una classe dirigente e una legittimità culturale capaci di reggere l’urto di una campagna presidenziale.
*immagine di copertina: [foto di Amin Zabardast via Unsplash]





