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Il consenso nucleare può ancora attendere: il bilancio della RevCon 2026

RevCon 2026

Il 22 maggio 2026 si è conclusa l’undicesima edizione della Conferenza di Revisione (RevCon) del Trattato di Non Proliferazione Nucleare. L’evento ha rappresentato un banco di prova cruciale per la sicurezza del regime internazionale di non proliferazione.

Nel 2026, a causa delle dinamiche internazionali, l’esigenza di impegni solidi e concreti in materia di testate nucleari appare più forte che mai. Nonostante ciò, il bilancio finale non appare favorevole a un clima di non proliferazione.

L’NPT: un approccio multilaterale alla non proliferazione

Dal 27 aprile al 22 maggio, si è tenuta a New York l’11ª edizione della Conferenza di Revisione (RevCon) NPT. L’incontro ha avuto lo scopo di valutare lo stato degli obblighi, dei vincoli e delle relazioni all’interno del sistema globale di non proliferazione nucleare. Per quasi un mese, il protagonista indiscusso delle discussioni nella città americana è stato il Trattato di Non Proliferazione (NPT).

Entrato in vigore nel marzo del 1970, il trattato conta attualmente 191 Stati firmatari. Tra questi figurano i 5 Stati dotati di armi nucleari (“NWS”): Cina, Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Russia. I restanti Paesi, privi di ordigni nucleari (“NNWS”), si impegnano a non acquisirli né a svilupparne la tecnologia.

Questo accordo è stato a lungo definito come “il grande compromesso”.I cinque Stati nucleari citati possedevano già la bomba al momento della firma e aderirono al trattato senza l’obbligo di dismetterla. L’impegno reciproco è chiaro: da un lato, gli Stati nucleari possono mantenere le testate, ma hanno l’obbligo di non trasferire la tecnologia ad altri Paesi per non contribuire alla proliferazione. Dall’altro lato, tutti gli altri firmatari accettano questa asimmetria e si impegnano a non proliferare (articoli 1, 2 e 3).

Questo processo è tutelato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Creata nel 1957, l’AIEA è legittimata dallo stesso articolo 3 a condurre ispezioni e ad applicare protocolli di salvaguardia per verificare il rispetto degli obblighi previsti dall’accordo.

Sullo sfondo resta la più complessa questione del disarmo generale (articolo 6) e dell’uso pacifico della tecnologia nucleare (articolo 4). Quest’ultimo articolo autorizza lo scambio di tecnologia e di conoscenze scientifiche per scopi esclusivamente non belligeranti.

La RevCon: origine, storia e fase preparatoria

L’idea di istituire una conferenza periodica di verifica dello stato di salute del trattato è contenuta nello stesso testo giuridico. L’articolo 8, paragrafo 3, impone infatti che tutti i 191 Stati si riuniscano ogni 5 anni per discutere dell’accordo alla luce degli avvenimenti e delle dinamiche internazionali.

Dal 1970 a oggi si sono tenute 11 conferenze di revisione. Alcune di queste hanno portato a risultati concreti e storici per la legittimità del sistema globale di non proliferazione. Quella del 1995, ad esempio, ha sancito la natura indeterminata del trattato, in scadenza proprio quell’anno, rendendo non più necessari futuri prolungamenti temporali. Le conferenze del 2000 e del 2010, inoltre, hanno contribuito a conferire una dimensione pratica al disarmo, approvando rispettivamente liste di 13 e 64 punti programmatici mirati alla non proliferazione e alla cooperazione civile.

Altre edizioni, invece, sono state viziate dalle tensioni internazionali e si sono concluse con il fallimento della votazione finale e la mancata adozione di un documento condiviso. Tra queste ricordiamo quelle del 2005, del 2015 e quella del 2022, quest’ultima bloccata dalle forti divergenze sulla gestione e sull’occupazione militare della centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia.

Il mese in cui si tiene la conferenza è frutto di un lavoro lungo e dettagliato che di solito inizia tre anni prima. Proprio in questo lasso di tempo si riuniscono i comitati preparatori: gruppi di lavoro mirati a identificare i temi da presentare al tavolo, gli interessi comuni e le potenziali basi d’accordo. Questa è anche la fase in cui emergono le principali divergenze tra i Paesi nucleari, caratterizzati da un approccio pragmatico e incrementale, e gli Stati non nucleari, che esigono garanzie maggiori e più rapide attraverso accordi sostanziali.

RevCon 2026: svolgimento e fallimento della conferenza

Come da tradizione, anche l’undicesima edizione della RevCon si è tenuta presso la sede delle Nazioni Unite a New York. Il momento inaugurale è coinciso con l’elezione del Presidente, ruolo ricoperto dal rappresentante permanente del Vietnam presso l’ONU, Do Hung Viet. Il compito del Presidente è moderare le sedute plenarie in cui le delegazioni, i think tank e le organizzazioni internazionali (come l’AIEA) avviano le discussioni. Obiettivi ulteriori sono facilitare il raggiungimento di un compromesso e l’adozione di un accordo finale.

Parallelamente alla plenaria, un ruolo cruciale  viene svolto dai gruppi di lavoro, che ottimizzano il dialogo e individuano punti di incontro attraverso una precisa divisione tematica. La divisione è in tre comitati:

  • Primo comitato: focalizzato sul disarmo e sulla gestione strategica degli arsenali nucleari (pilastro I).
  • Secondo comitato: mirato alla salvaguardia della legittimità dell’AIEA, alla non proliferazione e al dialogo regionale (pilastro II).
  • Terzo comitato: dedicato all’uso pacifico dell’energia nucleare (pilastro III).

Questo meccanismo di alternanza tra plenaria e gruppi di lavoro si ripete per tutta la durata della conferenza, riportando in plenaria i progressi o i nodi emersi nei gruppi di lavoro.

Il voto finale, che ufficializza la volontà di adottare un documento condiviso, si svolge secondo la formula del consensus. Questa modalità prevede l’approvazione in assenza di un’opposizione esplicita e formale. Se da un lato il meccanismo garantisce un’estrema inclusività, dall’altro rende difficilissimo trovare un punto d’incontro in presenza di interessi contrastanti. È esattamente ciò che ha portato al mancato accordo alla conferenza del 2022 e a quella appena conclusasi nel 2026.

Tra le cause del fallimento: l’assenza di dialogo tra le grandi potenze nucleari

Lo scenario internazionale all’alba dell’undicesima RevCon lasciava già presagire le forti difficoltà dei negoziati. Questa considerazione è valida sia per gli Stati presenti, sia per quelli assenti.

Tra i partecipanti, la fine del trattato New START, avvenuta a inizio febbraio, proprio pochi mesi prima dell’inizio dei lavori, e l’assenza di negoziati per sostituirlo, hanno allontanato drasticamente le posizioni di Russia e Stati Uniti. Infatti, un accordo bilaterale o una posizione condivisa su scala più ampia erano già stati esclusi in partenza. Il dialogo nucleare tra le due principali potenze globali è paralizzato, il che dimostra che il vecchio approccio esclusivamente bilaterale non è più adeguato ai tempi. Con questa evidente debolezza, entrambi gli Stati si sono seduti al tavolo facendo prevalere una linea puramente pragmatica.

Secondo gli analisti e la letteratura contemporanea, l’unico modo per superare lo stallo consisterebbe nell’inclusione della Cina in un dialogo trilaterale. Tuttavia, la posizione di Pechino era già emersa chiaramente nel suo white paper di novembre 2025 (il primo sulla dottrina nucleare in 20 anni). Da un lato, la delegazione cinese è arrivata a New York convinta della necessità di un approccio multilaterale e riaffermando la propria dottrina del no first use, ossia il compromesso a non usare mai per prima l’arma nucleare. Al contempo, conscia del divario numerico di testate rispetto a USA e Russia, Pechino sa che un accordo immediato e universalmente vincolante è impossibile. L’opacità strategica mostrata negli ultimi anni serve alla Cina proprio per mantenere un vantaggio e un’imprevedibilità necessari di fronte agli storici rivali.

Degna di nota è stata anche la partecipazione dell’Iran. Si è trattato della prima presenza formale della delegazione da quando l’AIEA ha dichiarato il Paese mediorientale non conforme agli obblighi del trattato. I recenti sviluppi bellici e la dichiarata intenzione statunitense di neutralizzare le capacità nucleari di Teheran sono stati al centro dei dibattiti. Questa forte politicizzazione ha surriscaldato l’ambiente del Palazzo di Vetro, rendendo impossibile raggiungere un consenso unanime.

Gli assenti presenti: il peso di Israele e Corea del Nord

Alla Conferenza di Revisione possono partecipare solo i Paesi che hanno aderito al Trattato. Tra le nazioni non allineate spiccano le assenze di India, Pakistan, Israele e Corea del Nord. Quest’ultima aveva inizialmente ratificato l’accordo, per poi uscirne ufficialmente nel 2003 al fine di sviluppare il proprio programma militare.

L’assenza di questi attori pesa enormemente sulle dinamiche internazionali e ha inevitabilmente condizionato l’esito dei negoziati. Israele, nello specifico, non ha mai confermato né smentito ufficialmente il possesso di armi nucleari, pur essendo considerato una potenza atomica de facto. Questa “strategia della latenza ha permesso a Tel Aviv di mantenere una deterrenza implicita senza aderire all’NPT. Oltre ad ostacolare i progetti per la creazione di una zona denuclearizzata in Medio Oriente (proposta già nel 1991 da una risoluzione dell’ONU).

Questo atteggiamento, rimasto immutato rispetto alle conferenze precedenti, si unisce al costante rischio di proliferazione da parte di Pyongyang e al suo totale rifiuto della diplomazia dell’NPT. Insieme, questi fattori evidenziano le profonde fragilità del sistema multilaterale globale. Le lacune strutturali del Trattato, unite a un progressivo indebolimento dell’efficacia dell’AIEA, rischiano di essere aggravate dall’elevato numero di conflitti in corso e da un crescente isolazionismo internazionale.

L’Europa alla RevCon 2026: tra ottimi ideali e influenza limitata

Pur non rappresentando il fulcro del dialogo nucleare, gli Stati europei si sono presentati al tavolo di New York con una linea negoziale ben precisa: sostenere e favorire la cooperazione.

L’Unione Europea, rappresentata dal Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE), ha ribadito più volte la propria adesione ai valori del trattato. Ha inoltre espresso profonda preoccupazione per il dispiegamento di forze nucleari russe in Bielorussia, per il costante riarmo della Corea del Nord e per la scadenza, senza eredi, del trattato New START. L’approccio scelto da Bruxelles è stato, ancora una volta, quello del multilateralismo e della cooperazione. Questo atteggiamento rappresenta, tuttavia, il limitato peso negoziale di un attore che, dovendo rappresentare gli interessi di 27 Stati membri (oltre ai Paesi candidati), fatica a portare al tavolo una posizione coesa ed efficace.

Spostando l’attenzione sui singoli Stati del Vecchio Continente, meritano una menzione le posizioni di Regno Unito e Francia, i due Stati nucleari europei. Entrambi fanno parte dei cinque membri entrati legittimamente in possesso dell’atomica prima dell’entrata in vigore dell’NPT.

Il Regno Unito ha avuto il complesso compito di presiedere il “Processo P5”, l’assemblea di dialogo che riunisce i cinque membri permanenti con diritto di veto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il mandato per il biennio 2025-2026 è stato fortemente ostacolato dalle tensioni globali, tra cui il conflitto in Ucraina, l’inasprimento delle crisi in Medio Oriente e la scadenza del New START. Di conseguenza, la linea adottata da Londra è stata minimalista. Fin da subito si è scelta un’impostazione puramente descrittiva degli impegni assunti, abbandonando ogni ambizione prescrittiva. Le priorità geopolitiche erano la preservazione della centralità del dialogo e del ruolo simbolico del Consiglio di Sicurezza, entrambi minati dai rapidi sviluppi internazionali.

Per quanto riguarda la Francia, il 2 marzo 2026 è stato una data fondamentale per definire l’approccio di Parigi alla Conferenza. L’introduzione del concetto di “deterrenza avanzata” e la storica decisione di aumentare il proprio arsenale nucleare dopo decenni testimoniano il realismo della Francia contemporanea. Questo cambio di rotta non deve però essere confuso con un rifiuto del regime di controllo. Fin dai primi giorni della conferenza, la delegazione transalpina ha ribadito il proprio sostegno a tutti i pilastri dell’NPT, sottolineandone la centralità in questo momento storico.

Comprendere questa dicotomia tra l’attitudine negoziale e l’approccio pragmatico di Parigi è l’ennesima dimostrazione della complessità del clima contemporaneo in cui si è tenuta la conferenza.

La posizione italiana

L’Italia ha preso parte alla Conferenza di Revisione allineandosi alla posizione espressa dall’Unione Europea. La delegazione, guidata dall’ambasciatore Leonardo Bencini (rappresentante permanente presso la Conferenza sul Disarmo), ha riaffermato il supporto incondizionato del nostro Paese al Trattato, ritenuto fondamentale per superare l’attuale fase di crisi globale.

Oltre all’adesione ai tre pilastri fondamentali, Roma ha insistito sulla necessità di rendere esecutivi ulteriori strumenti complementari. Tra questi, il mai entrato in vigore CTBT (Trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari) e accordi stringenti sulla trasparenza nucleare che fissino tetti chiari all’arricchimento dell’uranio per scopi bellici.

La posizione dell’Italia è stata coerente e proattiva fin dal principio. Questo atteggiamento riflette il pluriennale impegno volontario dell’Italia nelle organizzazioni internazionali come l’AIEA, volto a costruire un sistema di non proliferazione solido, trasparente e credibile.

Oltre il fallimento dei negoziati: il promettente ruolo della società civile

L’undicesima RevCon è stata indubbiamente un mese di rigidi protocolli e diplomazia formale. Tuttavia, molto è stato fatto e discusso anche al di fuori dell’assemblea. Per quasi un mese, think tank, centri di ricerca e movimenti giovanili si sono, difatti , riuniti per organizzare side events.

La mobilitazione della società civile è un tema che, nel corso della storia, ha dimostrato di poter modificare gli equilibri diplomatici. Un esempio emblematico recente è la Conferenza di Parigi sul clima (COP21), in cui la pressione dell’opinione pubblica è stata determinante per raggiungere accordi e definire standard internazionali.

Nel settore nucleare questo attivismo è radicato da tempo. Il movimento scientifico Pugwash si occupa da decenni di sensibilizzazione, unendo scienziati, politologi e giuristi per offrire un’interlocuzione tecnica e autorevole sul disarmo. Nel corso degli anni, il movimento ha sviluppato diverse sezioni giovanili in tutto il mondo. Quella italiana (Student Young Pugwash Italy), nata di recente, è stata tra le associazioni in prima linea in Italia nel divulgare al pubblico le dinamiche di New York.

La distanza tra le stanze della diplomazia e i cittadini resta uno dei principali problemi di queste grandi conferenze. A causa della natura estremamente tecnica dei temi trattati, l’opinione pubblica fatica a comprendere le implicazioni dei negoziati, finendo per delegare interamente le decisioni agli interessi strategici degli Stati. Il ruolo di queste associazioni è fondamentale proprio per ridurre questo distacco. Il lavoro svolto nei side events della RevCon 2026 rappresenta, senza dubbio, uno dei pochi segnali positivi per il futuro del regime di non proliferazione.

Il bilancio finale: un silenzio diplomatico pericoloso per il futuro

Il bilancio finale di questa Conferenza di Revisione rispecchia le volontà e le strategie delle grandi potenze sedute al tavolo. L’abbandono degli ambiziosi propositi iniziali e il silenzio diplomatico che ne deriva destano forte preoccupazione, soprattutto se proiettati sullo sfondo dei conflitti in corso.

La linea pragmatica degli Stati nucleari, mossa da interessi strategici unilaterali, si è nuovamente scontrata con l’urgenza multilaterale della maggioranza dei NNWS. Questa frattura ha impedito di rilegittimare un trattato che, a causa delle proprie lacune , resta solido nei valori, ma debole nella sua applicazione pratica.

La situazione ereditata dall’undicesima RevCon non è diversa da quella al suo principio: un trattato globale indebolito dall’ambiguità e dalla scarsa proattività delle grandi potenze. Inoltre, la presenza del TPNW (Trattato per la proibizione delle armi nucleari), una sorta di trattato “ombra”, continua a simboleggiare questa spaccatura. Il TPNW evidenzia l’incapacità di trovare un punto d’incontro e la necessità, per molti Stati, di cercare una via alternativa all’inflessibilità di un sistema anacronistico e sempre più chiuso.

Questa RevCon era una scommessa da “dentro o fuori”: o si otteneva una risposta di massa in grado di rompere il silenzio radio iniziato con la fine del New START, proseguito con l’ambiguità iraniana e l’esplosione delle crisi mediorientali, oppure, com’è avvenuto, si sarebbe certificata la paralisi del sistema diplomatico multilaterale. L’impressione è quella di essere entrati in una fase in cui un dialogo impattante e condiviso sulla non proliferazione non sia più raggiungibile e in cui ogni piccolo accordo rischi di rivelarsi fragile e facilmente reversibile.

Sembra quindi necessario avviare una nuova fase basata sulla resilienza. Negli anni a venire, la scelta più logica sarà abbandonare l’utopica aspirazione a risultati eclatanti per focalizzarsi sulle piccole vittorie. Dalla riapertura e salvaguardia di canali minimi di dialogo fino, in ultima istanza, alla sopravvivenza stessa del regime globale di non proliferazione. In questo percorso, il ruolo della società civile e dell’opinione pubblica sarà più determinante che mai.

*Immagine di copertina: [Immagine generata con DALL·E di ChatGPT (OpenAI)]

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