Energia e ambiente

La geopolitica dell’energia dall’Europa all’Asia

La sicurezza energetica ha un prezzo; lo ha detto il Segretario Generale dell’OPEC Haitham Al Ghais, e di fatto la geopolitica dell’energia oggi pesa sui bilanci statali – e portafogli dei cittadini – dei paesi che non sono produttori autonomi di energia. Vediamo allora come si sta evolvendo nelle ultime settimane il mercato dei combustibili e quali implicazioni politiche e sociali affliggono lo scacchiere internazionale così affamato di gas e petrolio.

Le strategie dell’OPEC: cartello inarrestabile o vittima di autogol?

Il 5 ottobre l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) ha annunciato una riduzione delle quote di produzione di petrolio di 2 milioni di barili al giorno (b/d) a partire dal mese di novembre. Le critiche sono rimbalzate attraverso tutto il globo: la Casa Bianca ha sottolineato con forza come questa azione avrebbe aggravato l’inflazione globale, andando a complicare gli sforzi delle banche centrali.  D’altronde, come ben sappiamo questa mossa ben s’inserisce nella guerra dei prezzi tipicamente preferita dall’Arabia Saudita quale strategia migliore per sostenere prezzi vantaggiosi per i produttori e ridurre l’eccesso di offerta nei periodi di shock economico, come accaduto durante la pandemia di Covid. Si tratta infatti del più grande taglio di produzione dallo scoppio della pandemia da Covid-19, che aveva generato una crisi storica nel mercato del petrolio: la riduzione della domanda nel 2020 rispetto al 2019 ha portato a uno shock che non si vedeva dagli anni ’80. Eppure, il taglio della produzione previsto durante la pandemia non è servito a rinforzare le scorte commerciali, che sono attualmente al di sotto della media. All’annuncio dei nuovi tagli, gli analisti si sono interrogati se effettivamente questa strategia avesse potuto dare respiro alle riserve e mitigare l’impatto di possibili interruzioni dell’approvvigionamento. Ebbene, così non è stato.

Dunque, si è trattato di una mera questione di prezzi. A fine settembre Goldman Sachs aveva previsto che il prezzo del petrolio per il 2023 sarebbe sceso da 125 $ al barile a $108, mentre dopo l’annuncio dei tagli di ottobre, le previsioni si sono spostate a 110$ al barile. Eppure, in novembre i tagli alla produzione dell’OPEC+, che deteniere il 60% della quota di mercato del petrolio mondiale attraverso i suoi 24 paesi membri (Algeria, Angola, Gabon, Libia, Nigeria, Guinea, Congo, Ecuador, Venezuela, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait, Iran, Iraq, Russia, Azerbaijan, Kazakistan, Messico, Bahrein, Brunei, Malesia, Oman e Sudan), hanno fatto scendere a circa $ 90 al barile il prezzo del greggio. Si è trattato allora di un autogol fuori calcolo? A prima vista sì, inoltre la crescita dei casi Covid in Cina ha fatto diminuire la domanda quel tanto che è bastato a tenere sotto controllo l’offerta – e spaventare i mercati, mentre la Russia, nonostante le pressioni europee, ha accresciuto la produzione di petrolio. 

In realtà, a dicembre l’OPEC+ ha annunciato nuovamente tagli della produzione nel corso del 2023, facendo risalire i prezzi. Per gli analisti di Goldman Sachs, l’OPEC+ è ormai un cartello che agisce a colpi di annunci mediatici per influenzare l’andamento dei prezzi. Se guardiamo poi i livelli di produzione, notiamo che l’OPEC sta tornando ai volumi pre-pandemia, segno che la scarsità di greggio è più una percezione dovuta alla speculazione dei prezzi che alle reali risorse a disposizione.

L’Europa energivora e le sanzioni contro la Russia

L’Unione europea sta definendo le misure per ridurre la dipendenza dal gas russo, in merito la Commissione Europea ha presentato il piano REPowerEU, che mira a risparmiare energia, produrne a zero emissioni e soprattutto diversificare l’approvvigionamento energetico. Con la stagione invernale arrivata al suo clou, le istituzioni cercano di contenere l’altalena dei prezzi nel mercato del gas – e i timori dei cittadini – sottolineando a più riprese che le scorte ammontano alla quasi totalità della capienza possibile – nel dicembre 2022 il livello medio di riempimento dei depositi di gas tra gli Stati membri era dell’88%. Cinque paesi (Germania, Italia, Francia, Paesi Bassi e Austria) rappresentano i due terzi della capacità totale dell’UE. Per ora, tuttavia, presi singolarmente gli Stati Membri dell’Ue possono poco da soli: negli ultimi 10 anni il calo di produzione di gas in Norvegia, i problemi di produzione in Algeria e l’instabilità in Libia hanno aumentato la dipendenza energetica europea da Mosca. Alcuni Stati hanno puntato sui rigassificatori: la Finlandia ha presentato a dicembre la propria stazione per il Gas Naturale Liquido al confine con l’Estonia, la Germania ha posto le condizioni per ricevere gas liquefatto via mare dalla Nigeria in Bassa Sassonia, nel porto di Wilhelmshavenm

C’è poi uno spiraglio di luce, che arriva proprio dai cittadini europei: sebbene Gazprom avesse provato a scoraggiare l’Europa affermando in novembre che le riserve non sarebbero bastate per l’inverno, così non è stato. L’autunno mite ha aiutato le famiglie e le imprese a ridurre i propri consumi (assieme, ovviamente, ai prezzi crescenti dell’energia), mentre a livello statale sono state emesse ordinanze per ridurre i consumi di gas negli uffici e istituti pubblici. Le scorte perciò non sono state intaccate in maniera sostanziosa.  Questo ha reso l’attore normativo europeo forte nella decisione di sospendere il flusso di petrolio via mare dalla Russia a partire dal 5 dicembre, con questa mossa circa il 94% del greggio di Mosca destinato all’Europa viene così bloccato.

Cina, India e Turchia colgono nuove opportunità

Di recente, Gazprom ha prospettato un futuro aumento della domanda di gas soprattutto in Asia, in primis in Cina e India, Paesi che oggi possono permettersi un import energetico più sostanzioso visto il calo dei prezzi del gas. Quella del governo russo è però una faccia di bronzo: sono ufficiali le stime che certificano il calo delle entrate provenienti dall’export di petrolio, nonostante un aumento a fine anno delle esportazioni stesse di greggio e prodotti petroliferi a 8,1 milioni di barili al giorno. Per sottrarsi alle sanzioni internazionali, Mosca punta a dirottare i flussi di petrolio e gas verso la Cina, che è ad oggi il terzo acquirente di gas russo, ma non potrà dirottare in tempi brevi anche il gas, per mancanza di infrastrutture. Dal 2019 ad oggi il gasdotto Power of Siberia è la principale via di scambio tra i due Paesi, che ha fornito circa 10 miliardi di metri cubi (bcm) di gas nel 2021. Ma non è sufficiente. Il gasdotto dovrebbe raggiungere la sua piena capacità di 38 bcm nel 2025, nel mentre Putin ha promesso di costruire un nuovo gasdotto, il Power of Siberia 2, che attraverserà la Mongolia portando in Cina altri 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Obiettivo finale? Raggiungere gli 88 miliardi di metri cubi verso la Cina entro il 2030. Se riuscisse nel suo intento, la Russia diverrebbe il solo fornitore di gas alla Cina, ma difficilmente il Politburo punterebbe sulla rischiosa strategia di un solo alleato energetico. Che i tempi siano lunghi si percepisce da alcune mosse della Cina, che ha ripreso le importazioni di carbone australiano e sta sollecitando i minatori nazionali a incrementare la loro produzione già record, che nello scorso mese è diminuita in Mongolia e nello Shanxi per via del dilagare del Covid-19 tra i lavoratori 

Meno spaventata sul gioco di alleanze sembra l’India: il flusso di petrolio russo cresce di mese in mese, tanto che la Russia potrebbe diventare il più grande singolo fornitore dell’India proprio nel 2023. Perché correre questo rischio? La Russia offre a questi grandi paesi energivori petrolio a prezzi scontati. Inoltre, gli esportatori indiani in Russia vengono pagati in rubli invece che in dollari o euro e le importazioni sono pagate in rupie. Un modo efficiente ma pericoloso di aggirare le sanzioni occidentali.

Nel mentre, a ottobre Putin ha lanciato l’idea di istituire un hub del gas in Turchia a seguito delle esplosioni che hanno danneggiato i gasdotti russi Nord Stream sotto il Mar Baltico. Non un semplice magazzino: l’hub russo-turco sarebbe accompagnato da una piattaforma di definizione dei prezzi – un’alternativa orientale al Title Transfer Facility (TTF) di Amsterdam. La sua costruzione implica però operare nel Mar Nero, attualmente interessato dal conflitto. La Russia per ora non può garantire la protezione di imponenti lavori guidati da navi posatubi, tecnologie avanzate in acque profonde e afflusso di ingenti investimenti per sostenere il tutto. Per ora l’unica fonte di approvvigionamento di gas è il TurkStream, costituito da due condotti che trasportano annualmente 15,75 metri cubi di gas in Turchia e in Europa. Anche qui, la geopolitica dell’energia è ambigua: la Turchia ha sostenuto in maniera moderata la NATO in Ucraina attraverso la chiusura degli Stretti e l’invio di materiale bellico, soprattutto droni, ma è anche fortemente dipendente dalle risorse russe. Gazprom ha fornito il 44,9% della domanda interna di gas nel 2021, mentre le importazioni di petrolio russo coprono tra il 10% e il 30% del fabbisogno turco. Putin ha già interrotto più volte, in via momentanea, l’afflusso di gas alla Turchia con la scusa di manutenzioni occasionali del TurkStream. Una prova di forza per ricordare all’ambiguo alleato il potere che la Russia conserva su di esso, mentre l’Europa pone la sua stretta su Erdogan, criticando il continuare degli scambi commerciali tra Turchia e Russia.

Un futuro nero petrolio

La geopolitica dell’energia non da tregua alle grandi potenze, figurarsi agli stati fragili. I mercati emergenti importatori di petrolio sono diventati particolarmente vulnerabili agli shock dei prezzi, vista la debolezza dell’economia domestica e l’incapacità di sostenere il confronto con le politiche d’importazione delle nazioni più solide. Lo Sri Lanka, ad esempio, ha visto acuirsi la crisi economica interna. Ma neanche i piccoli produttori se la cavano bene: alla Nigeria è stato chiesto un maggiore sforzo produttivo di petrolio, che però non ha generato maggiori profitti per il Paese e anzi, visti i crescenti costi di produzione, ha contribuito alla crescita dell’inflazione interna e eroso i redditi dei cittadini assieme a manovre finanziare inefficienti. 

L’OPEC+ continua a spingere l’altalena dei prezzi, il Nord America non è in grado da solo di sostenere l’offerta globale e la Russia da filo da torcere ad alleati e non. Finché tutti i grandi paesi energivori, dalla Cina all’Europa, non saranno in grado di sostenere la maggior parte del proprio fabbisogno energetico altre soluzioni più sostenibili del petrolio, nessun attore politico potrà sottrarsi all’influenza dei petro-stati, sia in pace che in guerra. 

Crediti foto: Wikilmages/1174 da Pixabay.com
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