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Quale futuro per il mercato del petrolio dopo il Covid?

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Lo scoppio della pandemia da Covid-19 ha generato una crisi storica nel mercato del petrolio: la riduzione della domanda nel 2020 rispetto al 2019 ha portato a uno shock che non si vedeva dagli anni ’80. La sfida del Coronavirus si è sommata ad un altro processo in corso, la decarbonizzazione dell’economia mondiale e l’impegno dei vari Paesi per limitare le proprie emissioni di CO2. Come stanno reagendo i paesi OPEC, principali produttori ed esportatori di petrolio? Qual è lo stato del mercato del petrolio oggi, e a quali dinamiche di potere si intreccia?

Il Covid si è mangiato una grossa fetta del mercato di petrolio

A marzo 2020, dopo le dichiarazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), il mondo è entrato in lockdown, con un netto ridimensionamento della quasi totalità delle attività economiche e, soprattutto, del settore dei trasporti. Un pesante colpo per il settore energetico. Di fatto, i settori dell’industria e dei trasporti assorbono la più alta fetta di domanda di petrolio a livello globale. Per rendere un’idea, nei Paesi membri dell’Ocse, circa il 50% della domanda è trainata dal trasporto su strada, l’8% dal trasporto aereo, il 14% dalla petrolchimica e il 9% dai settori residenziale, commerciale e agricolo, mentre circa il 15% proviene dall’industria.

A causa della ridotta attività di questi settori, il collasso della domanda di petrolio ha segnato un record storico. Secondo l’agenzia statunitense per l’energia, l’Energy Information Administration (EIA), nel 2020 il mondo ha consumato 92,2 milioni di barili al giorno di petrolio e altri combustibili liquidi, segnando un declino del 9% rispetto al 2019 e il crollo più accentuato dagli anni ’80. L’Agenzia internazionale per l’energia non ha usato mezze misure, sostenendo che l’economia globale fosse sotto una tale pressione che non si vedeva dalla Grande Depressione degli anni ‘30.

Un gran fardello sul groppone dell’Opec

Vista la riduzione della domanda, nel 2020 i paesi Opec hanno  investito un terzo in meno nel settore degli idrocarburi rispetto a quanto prospettato, ben il 30% in meno rispetto al 2019. In tempi di magra, proprio i produttori di petrolio hanno deciso di aumentare le proprie riserve di idrocarburi, facendo fede alle prospettive di ripresa e crescita della domanda dal 2021. Secondo l’EIA, lo shock nella domanda di petrolio ha permesso ai produttori di incrementare le riserve di petrolio, registrando il record di 9 mb/d di capacità di riserva in Medio Oriente. Queste riserve potrebbero garantire una certa sicurezza di approvvigionamento energetico per i prossimi anni, ma potrebbero essere non sufficienti dinanzi ad un aumento della domanda di petrolio stimato a 10.2 mb/d entro il 2026, domanda che nel 2020 si è assestata a 94 mb/d.

Le esistenti riserve energetiche permetterebbero di coprire soltanto metà di questo fabbisogno energico, ma già da anni i geologi di tutto il mondo hanno lanciato l’allarme sul declino delle riserve naturali del prezioso oro nero, che sono non-rinnovabili. Ad esempio, secondo il rapporto 70/2019 del Geological Survey of Finland, l’offerta globale di petrolio greggio è destinata a diminuire del 5-7% l’anno entro il 2040, a causa dell’esaurirsi dei bacini petroliferi ad oggi sfruttati. Un vero fardello sul groppone dell’Opec, le cui perdite economiche avrebbero implicazioni non soltanto per gli introiti delle grandi multinazionali parte dell’organizzazione, ma soprattutto per la stabilità politica e sociale della regione del Medio Oriente, dove per i petrolist states come l’Arabia Saudita le rendite sul petrolio finanziano la prosperità della popolazione.

Alleati o competitors? Fratture interne nella produzione di petrolio

Per far fronte alle sfide lanciate dalla pandemia, l’Opec si è riunita il 1° giugno 2021 in un incontro storico che mirava a creare le giuste condizioni per garantire un approvvigionamento sicuro ai consumatori nel periodo di ripresa post-Covid. Il primo passo è stato quindi ridurre gradualmente i tagli alla produzione decisi nel vertice di aprile, pari a – 7mb/d. Questa scelta è stata caldeggiata dall’Arabia Saudita, paese leader nel gruppo Opec, e fortemente osteggiata dalla Russia, membro dell’Opec plus.

Tra i due Paesi esiste da tempo una vera e propria guerra dei prezzi, in quanto l’Arabia Saudita riconosce nel taglio alla produzione di barili di greggio la strategia migliore per sostenere prezzi vantaggiosi per i produttori e ridurre l’eccesso di offerta nei periodi di shock economico, come accaduto durante la pandemia di Covid. Al contrario, per Mosca tagliare la produzione significa rallentare un gigantesco settore dell’economia domestica, con ben 60 nuovi giacimenti petroliferi entrati in funzione tra il 2016 e il 2019, e una capacità totale di circa 900.000 barili al giorno. Soprattutto, le perdite dovute ai tagli sulla produzione si andrebbero a sommare a quelle causate dalle sanzioni mosse dall’Ue e dagli Usa contro le multinazionali russe sin dal 2014, un colpo per un petrolist state le cui rendite sull’export di risorse energetiche costituiscono il 40% delle entrate statali annue.

Il risultato è che a fronte di una diminuzione generale della domanda di petrolio dal 2016, gli Stati membri dell’OPEC hanno tagliato la loro produzione totale di oltre 2 milioni di barili al giorno, a cui si è aggiunto un ulteriore taglio di 1,5 mb/d nel marzo 2020. La Russia aveva rifiutato di adeguarsi ai nuovi livelli di produzione, con conseguente calo del 10% dei prezzi del petrolio immediatamente dopo la dichiarazione del Cremlino, il 5 marzo 2020, arrivando a $41,28 al barile. L’Arabia Saudita ha risposto tre giorni dopo, annunciando sconti sui prezzi tra i 6 e gli 8 dollari al barile, spingendo la produzione a +3% rispetto al mese precedente. Aprile 2020 ha registrato un durissimo colpo per i produttori, con prezzi crollati a $19,78 al barile, ma già dal mese successivo il trend è in crescita costante, al punto che in giugno 2021 ha superato i 70$ dollari al barile.

Liberarsi del petrolio: un’occasione mancata?

L’esperienza della pandemia non sembra aver dato agli Stati lo stimolo giusto per incrementare gli sforzi verso la neutralità climatica: a sostegno delle imprese colpite dalla crisi, gli stati hanno investito nuovamente nella produzione di combustibili fossili. Ad esempio, l’Argentina ha tagliato le tasse sull’export di idrocarburi, mentre India, Russia e Norvegia hanno concesso uno sconto sulle tasse governative per l’estrazione di carbone, la prima, di gas e petrolio le altre due. Inoltre, l’EIA ha stimato che quest’anno il mondo chiederà il 4% in più di petrolio rispetto ai livelli del 2019, ma l’aumento della domanda non sarà omogeneo: l’Asia, in rapida crescita, potrebbe richiedere un incremento di petrolio del 90% tra il 2019 e il 2026.

Similmente, le stime del Production Gap Report 2020, in collaborazione con l’UN Environment Programme (UNEP), rivelano un’allarmante disparità tra gli impegni internazionali in materia di clima e i piani energetici effettivi intrapresi dai governi nazionali. Ad esempio, tra il 2016 e il 2018, il credito concesso alle industrie dei combustibili fossili dalle istituzioni finanziarie nazionali nei paesi del G20 è stato tre volte maggiore di quello concesso alle imprese che si occupano di energia pulita. In quest’ottica, la prospettiva del “build back better”, ossia ricostruire le nazioni post-Covid puntando su occupazione, energia a zero-emissioni, servizi ai cittadini e un’economia globale più solida, sembra solo un miraggio. In ultimo, bisogna tener presente che le scorte di idrocarburi si stanno pericolosamente esaurendo. Pertanto, se non saranno gli stati a liberarsi del petrolio, sarà quest’ultimo a sparire prima che i primi abbiano imparato a diversificare le fonti energetiche, e la stessa economia domestica (si pensi a Russia e Arabia Saudita), con elevati costi umani.

In altre parole, il lockdown ha messo a nudo la vulnerabilità dell’industria del petrolio. Pertanto, i leader di tutto il mondo si trovano davanti a una scelta netta: godere dei benefici della ripresa economica nel breve termine, facendo leva sulle scorte di idrocarburi immagazzinate durante il lockdown ma andando incontro all’incertezza nel medio-lungo periodo, o intensificare gli sforzi verso la neutralità climatica, al costo di ingenti investimenti nel breve-medio periodo ma evitando conflitti per “l’ultima goccia”.

*immagine di michaelmep da Pixabay

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