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Il Nord America può diventare leader globale dell’energia?

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Il Nord America è un’area geografica con un potenziale straordinario in materia di risorse energetiche: Stati Uniti e Canada sono benedetti da cospicue riserve di gas naturale e petrolio. Questo ha permesso ai due Paesi di ridurre drasticamente l’import di energia negli ultimi 10 anni, così come la dipendenza energetica – e quindi possibili ricatti politici – da attori terzi, rafforzando la propria posizione sullo scacchiere internazionale. Eppure, criticità esistono: la pandemia da Covid-19 ha messo in crisi il mercato del petrolio nel 2020, e la ripresa si scontra con le disposizioni normative atte a proteggere l’ambiente, mentre il conflitto russo-ucraino ha cambiato il gioco di alleanze tra importatori ed esportatori di energia, quadro in cui il Nord America non ha ancora una posizione chiara.

Consumi energetici di due giganti economici

Un’economia di mercato competitiva ed efficiente, unita a conoscenze tecnologiche e strumenti di ricerca all’avanguardia, offrono a Canada e Stati Uniti la possibilità di sfruttare al meglio le proprie risorse. 

Come abbiamo già visto in passato, Gli Stati Uniti sono il secondo paese al mondo per giacimenti di petrolio di scisto mentre il Canada è alla decima posizione, secondo le stime dell’Agenzia statunitense per l’energia, l’ Energy Information Administration (EIA). Inoltre, il Canada è il quarto produttore mondiale di greggio, e ben il 75% della produzione canadese totale, ovvero 3,50 MMb/d, è stato esportato negli Stati Uniti nel 2020. Una collaborazione che certo rafforza i rapporti di vicinato tra i due Stati.

Ma una domanda sorge spontanea: il solo petrolio copre il fabbisogno energetico del Nord America? Ovviamente no. Stando ai dati EIA 2021, gli USA coprono la domanda energetica come segue: 36% dal petrolio, 32% gas naturale, 12% energie rinnovabili, 11% carbone e 8% energia nucleare. Il Canada ha poi scelto una strada più sostenibile: nel 2021 il 28% del fabbisogno energetico era coperto da energia idroelettrica, il 31% da gas naturale e il 28% da prodotti petroliferi, il restante 6% dal nucleare, 4% dalle rinnovabili e 3% dal carbone. 

Pandemia, crisi e ripresa

Negli ultimi 5 anni i protagonisti dell’industria statunitense sono stati gas naturale e petrolio di scisto. Di fatto, a partire dal 2017 investimenti nella tecnologia hanno portato ad aumenti della produzione di gas naturale negli USA, che hanno avuto due conseguenze principali: aumento dell’impiego dello stesso da parte dei settori dell’energia elettrica e industriale e calo dei prezzi del gas fino al 2020. Per quanto riguarda la seconda risorsa economica, tuttavia, estrazione e raffinazione del petrolio di scisto non coprono ancora il fabbisogno nazionale della più grande economia al mondo, soprattutto dopo le riduzioni della produzione di greggio in risposta alla pandemia di COVID-19. Nel corso del 2020 infatti si è assistito al crollo dei prezzi del petrolio, a cui i produttori americani, sulla scia di quanto deciso dall’OPEC, hanno provato a reagire con dei tagli alla produzione. 

Lo scoppio della guerra russo-ucraina, al contempo, avrebbe potuto rappresentare un’opportunità per l’industria statunitense: le sanzioni all’import dalla Russia e la crescita dei prezzi del petrolio e del gas permetterebbero agli USA non solo maggiori profitti, ma anche nuova forza politica verso i paesi partner energivori. Eppure, la produzione di petrolio non riesce a superare una certa soglia: negli ultimi mesi manca personale specializzato, nuove attrezzature e materiali, tutte conseguenze di una ripresa dalla pandemia ancora lungi dall’essere completa. Infine, una consistente fetta degli investitori sta lasciando il mondo dei combustibili fossili per guardare alle rinnovabili. Meglio per l’ambiente, ma non mancano contraddizioni.

Nel mentre infatti, l’industria petrolifera ha chiesto al governo nuove concessioni per trivellare i siti ancora non sfruttati, infatti gruppi di lobbisti, come l’American Petroleum Institute, hanno sottolineato come solo questa prospettiva possa aumentare la produzione di petrolio – e quindi l’indipendenza energetica, nel breve periodo. Richieste sollevate tramite vie istituzionali ma anche sui social media, come Twitter, dove si sono generati scontri mediatici con gli ambientalisti. Parliamo in effetti di un’inversione rispetto alla marcia intrapresa dall’amministrazione Biden per limitare la produzione di combustibili fossili, il principale motore del cambiamento climatico.

Al contrario, per diventare un esportatore netto di petrolio gli USA dovrebbero aumentare ulteriormente la produzione o tagliare la domanda interna, che però si stima essere in crescita dello 0,7%.

Indipendenza energetica e forza politica

Nei primi anni 2000 gli Stati Uniti sostenevano la propria domanda energetica principalmente grazie al carbone, il cui consumo ha raggiunto il picco nel 2007, con circa 1,13 miliardi di tonnellate l’anno. L’insostenibilità ambientale di questa scelta, unita alle pressioni internazionali per proteggere il pianeta, ha portato a una graduale attenzione per le rinnovabili, che tuttavia sono ancora messe in disparte dalla preferenza per lo sfruttamento del petrolio di scisto, più remunerativo sul mercato. Tecnologie di perforazione e produzione più convenienti hanno contribuito a guidare gli aumenti della produzione annuale di greggio dal 2017 al 2019, in particolare in Texas e North Dakota. Così, nel 2021 l’import di energia degli USA copriva meno di un quarto del fabbisogno nazionale, per di più con un taglio di circa – 4% rispetto al 2020

Eppure, fino al 2005 la questione degli approvvigionamenti energetici ha comportato una debolezza per gli USA: il Paese che da sempre si propone come guida internazionale, dipendeva al 30% del suo fabbisogno dalle importazioni, che comprendevano sia prodotti petroliferi che gas naturale e persino carbone. Un passo avanti è stato fatto proprio di recente: sebbene gli Stati Uniti siano rimasti un importatore netto di petrolio greggio nel 2021, le importazioni non erano a un livello così basso dal 1985

Il Canada, dal proprio canto, ha aumentato la produzione di greggio del 57% dal 2010, concentrata nelle regione di Alberta, Saskatchewan e Terranova. Gli Stati Uniti sono ancora il primo paese importatore del petrolio canadese, seguiti da Europa e Cina per quantità nettamente inferiori (circa il 4% l’uno del totale esportato) ma proprio il conflitto ucraino ha dimostrato che l’Europa diventerà un acquirente più sostanzioso per il Canada e non solo di petrolio. In giugno, di fatti, il Canada e la Germania sono entrati in trattativa sulle opzioni per esportare gas naturale liquefatto (GNL) in Europa attraverso un terminale sulla costa orientale del Canada stesso, la cui creazione è ad oggi ancora discussa.

Nel mentre, la Cina e più in generale i mercati asiatici hanno ridotto i tempi rispetti agli europei, assicurandosi che il gasdotto Trans Mountain (TMX) fosse pronto nel 2021 per raddoppiare la quantità di petrolio che arriva oltre oceano. L’accordo si era raggiunto nel 2018, nel mezzo di una disputa commerciale proprio con gli USA, e ha sicuramente contribuito a rafforzare la posizione contrattuale del Canada.

Sfruttare l’ambiente o proteggerlo?

Il Nord America sta vivendo una forte contraddizione: l’estrazione e lo sfruttamento degli idrocarburi avviene in contrasto con gli impegni internazionali e non a tutela dell’ambiente. Il Canada, in particolare, nel 2018 ha introdotto regolamenti per eliminare gradualmente l’uso del carbone entro il 2030, così come per limitare l’emissione di gas serra. Tra le misure più note, una carbon tax di 20 dollari canadesi per tonnellata (20 CAD/t) sull’ uso e produzione di combustibili fossili in Ontario, Saskatchewan, Manitoba e New Brunswick, in vigore da gennaio 2019 ai sensi del Greenhouse Gas Pollution Pricing Act. Il sistema di tariffazione federale colpisce sia i privati, con un addebito normativo sui combustibili fossili come benzina e gas naturale, che le aziende, con un’imposta sia sulle prestazioni d’uso per le industrie che sulla produzione. Queste tariffe sono poi aumentate a 50 dollari canadesi dal 1° aprile 2022, eppure il Paese ha aumentato anche la produzione di inquinanti. In particolare, il Canada ha prodotto 5,5 milioni di barili al giorno di petrolio e altri combustibili liquidi nel 2021, con un aumento di oltre 300.000 barili al giorno rispetto all’anno precedente.

 

In questo complesso quadro energetico, quel che è certo è che gli investitori nel Nord America sono sempre più attratti dal mondo delle energie rinnovabili, con piani di sperimentazione che vanno dalla ricerca sulle biomasse negli Stati Uniti a quella sull’idrogeno in Canada. Il petrolio e il gas naturale sono ancora risorse primarie per il fabbisogno energetico nazionale, ma il loro uso è in declino, soprattutto per quanto riguarda il petrolio. Se è certo che i giacimenti del prezioso olio nero sono destinati a scomparire nei prossimi decenni, fare previsioni sul mercato del petrolio nel prossimo futuro è sicuramente azzardato. L’idea di sostituire la Russia nell’export globale è allettante ma infattibile per un petro-stato come l’Arabia Saudita, figurarsi per produttori di per sé energivori come gli Stati Uniti e il Canada. Piuttosto, oggi il Nord America è chiamato a decidere se rafforzare gli scambi energetici con l’UE o con l’Asia, ma l’esito non è scontato, come abbiamo visto proprio per il gas naturale in Canada. In un mondo dove non c’è petrolio per tutti, la sicurezza energetica ha un prezzo – lo ha detto il Segretario Generale dell’OPEC Haitham Al Ghais, e questo prezzo oggi oscilla tra giacimenti in declino, forza lavoro altalenante e conflitti tra nazioni e nazioni, così come tra nazioni e ambiente.

Giulia Isabella Guerra
Studio il mondo per capirlo e renderlo comprensibile agli altri. Laureata in Studi Internazionali presso l'Università di Trento, frequento Corporate Communication a Milano. Nel tempo libero scrivo, leggo classici, curo il giardino e coccolo i miei gatti.

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