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Food loss: lo spreco alimentare nel mondo in via di sviluppo

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Nel mondo sprechiamo una incredibile quantità di alimenti. Questo problema ha ricevuto un’attenzione senza precedenti in seguito alla pubblicazione, nel 2011, di una prima stima del fenomeno da parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao). L’agenzia fece molto scalpore quando affermò che ogni anno fino ad un terzo del cibo prodotto a livello globale, ben 1,3 miliardi di tonnellate, non viene consumato.

Tutto ciò ha conseguenze enormi. Infatti, oltre alle questioni etiche etiche derivanti da uno spreco tanto notevole, in un mondo dove ancora 811 milioni di persone risulta essere denutrito, la produzione del cibo richiede l’utilizzo di ingenti risorse ambientali. Secondo la Fao tali sprechi sarebbero all’origine dell’8% delle emissioni di gas serra, una misura che pone il livello di inquinamento prodotto dall’inefficienza del nostro sistema alimentare al di sopra di quello di Paesi come la Russia, l’India e il Giappone. Inoltre, la produzione di questi alimenti consuma fino ad un quarto dell’acqua utilizzata per fini agricoli e richiede una superficie delle dimensioni della Cina.

Il problema dello spreco alimentare è però caratterizzato da molte sfumature e complicazioni. La stessa Fao non parla mai prettamente di “sprechi”, ma utilizza la dicitura di food loss and waste (rispettivamente, perdite e sprechi di risorse alimentari), ad indicare una prima fondamentale distinzione che si deve fare quando si affronta la questione, ovvero il momento in cui il cibo esce dalla catena del valore. Per motivi di semplicità, in questo articolo inizieremo parlando del fenomeno del food loss per poi guardare al food waste in un secondo momento.

Food Loss: definizione e dati sul problema

Per food loss si intende ogni diminuzione nella quantità o qualità del cibo utilizzato per motivi produttivi che avvenga nelle fasi precedenti al livello di vendita. L’incidenza del fenomeno non è però omogenea a livello mondiale. Infatti, le perdite alimentari sono prevalenti nei Paesi meno sviluppati, tra cui l’Africa Sub-Sahariana, l’Asia Meridionale e Sud-Orientale e l’America Latina. Inoltre, il food loss viene considerato meno impattante a livello ambientale rispetto al food waste. Uscendo dalla catena del valore nelle prime fasi, la perdita di risorse alimentari risulta causare meno emissioni rispetto al cibo sprecato dopo essere stato distribuito nei supermercati o acquistato dai consumatori. Nonostante ciò, ha comunque un impatto importantissimo, causando la perdita del 14% del cibo prodotto a livello mondiale. Inoltre, avendo luogo in Paesi in via di sviluppo, il food loss ha spesso gravi implicazioni sulla sicurezza alimentare della popolazione e la sua risoluzione risulta essere più complessa rispetto agli sprechi al livello del consumatore, in quanto dipendente da questioni sistemiche.

Quali sono i fattori che portano al food loss?

Le principali questioni che portano alla perdita di risorse alimentari nei Paesi in via di sviluppo sono le condizioni ambientali e climatiche e la mancanza di infrastrutture e tecnologie adatte.

I problemi ambientali, in particolare, riguardano la fase di coltivazione e allevamento e sono legati principalmente all’incidenza di episodi gravi di maltempo e alla presenza di parassiti e malattie che possono colpire i raccolti e i capi di bestiame. Fenomeni di questo tipo lasciano spesso i produttori senza possibilità di risposta e possono essere catastrofici da un punto di vista di sicurezza alimentare. Inoltre, secondo un rapporto pubblicato dalla Fao nel 2021, il cambiamento climatico ha portato ad un aumento senza precedenti della frequenza e dell’intensità di eventi meteorologici estremi nei Paesi in via di sviluppo, che tendono ad essere i più colpiti dagli effetti del riscaldamento globale.

Un altro fattore è la mancanza di infrastrutture e di tecnologie a disposizione dei produttori. Una delle principali voci di spreco nei Paesi in via di sviluppo risulta, infatti, essere quella delle fase di stoccaggio e trasporto. Qui questioni come la mancanza di silos metallici e confezioni chiuse ermeticamente aumentano la velocità con cui gli alimenti tendono a degradarsi. Ciò è aggravato anche dalla mancanza di strade e mezzi di comunicazione presente in alcuni di questi contesti, che porta a grandi difficoltà nell’accesso al mercato, aumentando il tempo che il cibo spende tra la fase di produzione e l’arrivo al consumatore. Inoltre, la povertà diffusa nei Paesi in via di sviluppo, ed in particolare nell’Africa Sub-Sahariana, rende ancora più difficile la risoluzione di questi problemi. Risulta infatti essere molto più complicato accedere alle linee di credito necessarie a rendere possibili tali investimenti infrastrutturali, mentre la loro sostenibilità nel lungo periodo è messa in dubbio dalla mancanza di domanda per prodotti alimentari di maggiore qualità. 

Cosa abbiamo fatto e cosa possiamo fare di più?

Il tentativo di diminuire l’incidenza del food loss nel mondo in via di sviluppo non è una novità. L’interesse delle organizzazioni internazionali verso il fenomeno si può trovare fin dalla metà degli anni ’70, quando le Nazioni Unite (Onu) dichiararono la sua riduzione una questione prioritaria in seguito ad una importante crisi alimentare. L’iniziale interesse andò però a scemare negli anni seguenti, portando ad un disimpegno verso i programmi che avrebbero dovuto promuovere investimenti in tecnologie di conservazione. Ciò avvenne in favore della linea, tutt’ora in auge nella Fao, che vede la liberalizzazione e il commercio internazionale come le principali soluzioni all’insicurezza alimentare. Questo approccio ha portato ad alcuni successi, in particolare in Asia, ma si è rivelato completamente fallimentare in altri contesti, come ad esempio quello africano. 

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Gruppo di braccianti in un campo in Tailandia [crediti foto: Boudewijn Huysmans, Unsplash License]

Prima di tutto si è faticato a tenere conto dei fattori socioculturali che avrebbero potuto penalizzare l’adozione di alcune tecnologie. Questo è il motivo per cui, ad esempio, l’adozione dei silos metallici ha avuto maggiore successo in America Latina piuttosto che in Africa, dove tradizionalmente gli agricoltori preferiscono tenere il raccolto nelle proprie case. Inoltre, spesso non si sono considerati i fattori sistemici che portavano all’esistenza di fenomeni di food waste. In particolare, molte volte queste perdite sono tollerate per la mancanza di un incentivo economico che porti ad eliminarle, ad esempio a causa della mancanza di domanda per prodotti di qualità maggiore. Per fortuna recentemente abbiamo visto una maggiore attenzione al legame tra i produttori e i mercati al fine di creare i giusti incentivi. Ciò è anche stato accompagnato da un cambiamento delle preferenze dei consumatori verso prodotti di maggiore qualità, dato dal processo di urbanizzazione e dall’emergere di una classe media più forte in continenti come quello africano.

Nonostante l’approccio sistemico evidenzi in particolare il ruolo dei privati nel garantire la sostenibilità degli interventi di lotta al food loss, non possiamo dimenticarci del ruolo del settore pubblico. Gli esperti e le organizzazioni internazionali, infatti, trovano necessario che lo Stato garantisca un ambiente in cui gli investimenti privati siano incoraggiati. Questo può essere reso possibile attraverso una politica che punti alla stabilizzazione dei prezzi delle derrate alimentari e l’aumento dell’accessibilità dei mercati, ad esempio tramite la provvisione di accesso alle strade e alla rete elettrica, servizi basilari ma che ancora mancano in molti Paesi in via di sviluppo. Inoltre, un passaggio fondamentale sarà quello di raccogliere sempre più dati in merito al food loss. Attualmente, esistono infatti pochissimi studi a riguardo e tutti si basano sull’aggregazione di dati provvisti da autorità locali o nazionali, e perciò soggetti ad alti livelli di errore nella misurazione.

Una nuova speranza

Come abbiamo visto in questo articolo, la questione del food loss è estremamente significativa da un punto di vista sia socio-economico che ambientale. Come spesso succede nei fenomeni che riguardano il sud del mondo, esso è legato a doppio filo con le conseguenze portate da decenni di mancanza di capacità statale e aggravato ulteriormente da fattori climatici sempre più rilevanti. Tuttavia, il rinnovato interesse delle istituzioni per questo problema, che è stato inserito all’interno degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile al punto 12.3, sembra offrire le condizioni ideali perché nei prossimi anni sia finalmente possibile vedere un miglioramento della situazione.

 

* Campi per la coltivazione del riso in Indonesia [crediti foto: Afif Kusuma, Unsplash License]
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