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Accordo Aukus: che reazioni ha causato il patto anticinese

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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“Una pugnalata alle spalle”. Così il Ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, ha commentato l’accordo Aukus, il partenariato strategico-militare annunciato lo scorso 16 settembre da Stati Uniti, Australia e Regno Unito. L’obiettivo dell’intesa, oltre a prevedere una stretta collaborazione in settori attinenti all’intelligenza artificiale e alla cybersicurezza, è sicuramente il contenimento dell’espansionismo cinese nell’area indo-pacifica. Per perseguire questo scopo, Stati Uniti e Regno Unito forniranno all’Australia la tecnologia necessaria per dotarsi di una flotta di sottomarini a propulsione nucleare, un’arma di deterrenza che Canberra necessita per operare nello strategico e conteso Mar cinese meridionale.

Per la Francia però questo accordo ha significato lo sfumarsi di un contratto, precedentemente firmato con l’Australia, dal valore di 65 miliardi di dollari. Con tale contratto, Parigi si apprestava a fornire all’esercito di Canberra 12 sottomarini convenzionali di sua costruzione. Aukus costituisce quindi l’epicentro di un pericoloso terremoto geopolitico. Il Presidente Emmanuel Macron, infatti, è passato immediatamente alla rappresaglia diplomatica, richiamando per consultazioni i propri ambasciatori da Washington e Canberra. D’altro canto, Parigi sminuisce il ruolo di Londra nella crisi e l’accusa di essere solo “l’ultima ruota del carro” nell’affaire Aukus.

“Global Britain”: il Regno Unito punta al ruolo di superpotenza 

Tuttavia, il peso del Regno Unito in questa questione sembra essere tutt’altro che marginale, tanto che a riguardo il Washington Post scrive: “l’accordo Aukus è il sogno di ogni Brexiter”. Esso infatti per Londra rappresenta la prima grande vittoria dopo il divorzio con l’Unione europea, a cui non deve più render conto delle proprie scelte politiche e militari. Non solo: la discussa triplice alleanza si colloca all’interno di uno scenario più ampio di mire e obiettivi del Regno Unito e ricopre un ruolo di cruciale importanza all’interno della cosiddetta “Global Britain”.

La strategia, divenuta ormai uno slogan per i sostenitori del Partito conservatore inglese, viene pubblicata integralmente lo scorso 16 marzo, tramite un documento di circa cento pagine, intitolato: “Global Britain in a Competitive Age. The integrated Review of Security, Development and Foreign Policy”. Si tratta di un policy paper in cui si condensa la dottrina post-Brexit di sicurezza, difesa e politica dello UK. Boris Johnson, deciso a costruire un Regno Unito “veramente globale nella portata e nelle sue ambizioni”, intende plasmare e ampliare le prospettive strategico-tecnologiche del Paese a livello internazionale.

Tanti e disparati sono gli obiettivi riportati nell’agenda: l’impegno a invertite il calo della spesa militare, rilanciando al contempo l’arsenale nucleare nazionale, e la volontà di rendere il Regno Unito, già detentore del quarto posto nel Global Innovation Index, una superpotenza nella ricerca scientifica e tecnologica. Rispetto alle relazioni internazionali con le altre potenze globali, sembra chiaro che il Regno Unito voglia mantenere impegni con i Paesi europei solo in relazione al patto NATO, sottolineando il rapporto privilegiato che la lega agli Stati Uniti. 

Verso Est

Risulta quindi evidente il legame che unisce l’accordo Aukus agli obiettivi della Global Britain, anche relativamente alla scelta di riportare al centro della politica estera inglese l’area a Est di Suez. Se il ritiro delle truppe dall’Afghanistan preannunciava già la volontà degli USA e dei suoi alleati di concentrare le forze più a Est, la notizia del nuovo partenariato strategico non fa altro che riaffermare la centralità della regione indo-pacifica, che ad oggi rappresenta il centro delle frizioni geopolitiche e geoeconomiche globali.

Secondo la dichiarazione congiunta dei leader, rafforzare la cooperazione in materia di diplomazia, sicurezza e difesa è lo scopo del partenariato, ma il costante riferimento alla crescente preoccupazione riguardo alla stabilità della regione cela in sé un forte sentimento anti-cinese, condiviso dai tre Paesi. La crescita economica e l’aumento della spesa militare della Cina, infatti, hanno modificato gli equilibri dell’area. Pechino negli ultimi anni ha rafforzato l’aeronautica militare e la sua flotta, e mira ad ampliare ulteriormente le sue capacità nucleari.

Mentre le ragioni degli sforzi di Washington e Londra sono di natura geopolitica, Canberra è mossa da una percezione di insicurezza strategica, che ha portato il Paese a legarsi militarmente agli Stati Uniti. La causa di questa insicurezza è da ricercare nelle dinamiche delle relazioni economiche tra Cina e Australia, le quali pendono a favore della prima. Nel 2020 Pechino rappresentava la destinazione di più di un terzo del totale dell’export australiano. La leva economica che ne è derivata si è trasformata in episodi di coercizione, che hanno spinto il governo conservatore australiano a sottoscrivere la nuova intesa.

Cosa implica l’accordo Aukus per il Quad

Aukus non è certo il primo accordo volto a guadagnare influenza strategica nell’area indo- pacifica. Esso si inserisce in una rete di alleanze e allineamenti intessuti da Washington, come Anzus, Five Eyes, Quad e altre svariate alleanze bilaterali.

Il Quadrilateral Security Dialogue (più noto semplicemente come Quad) è stato istituito nel 2007-2008 tra India, Giappone, Australia e Stati Uniti, che si erano coalizzati in nome di un “Indo-Pacifico libero e aperto”. Già all’epoca quest’alleanza mirava a mitigare gli effetti della straordinaria crescita cinese. Il dialogo tra le quattro grandi democrazie, dopo essersi interrotto per il ritiro dell’Australia su pressione di Pechino, si è rinvigorito nel 2017 all’espandersi della strategia marittima cinese e della sua assertività, per opporsi, ad esempio, allo sviluppo della Belt and Road Initiative o al consolidamento dell’asse Cina-Pakistan, paventato soprattutto da Nuova Delhi.

Se da un lato l’avvento di Aukus potrebbe diluire l’importanza del Quad, dall’altro esso potrebbe rilanciare la cooperazione multilaterale nella regione. A questo proposito Raji Pillai Rajagopalan, direttrice del CSST di Nuova Delhi, su The Diplomat, sottolinea la complementarietà dei numerosi partenariati minilaterali nati nell’Indo-Pacifico recentemente, tra cui Aukus. I nuovi accordi, infatti, coinvolgono membri che non fanno parte del Quad, ampliando a nuovi attori l’architettura difensiva dell’Asia volta a bilanciare l’ascesa cinese. Aukus ha una forte componente militare, ma secondo Raji non è poi così diverso dagli altri: include attori che condividono interessi strategici nella regione ed espande l’orbita del Quad.

Le reazioni all’accordo Aukus nel resto dell’Asia

Giappone e India, democrazie del Quad escluse dal nuovo partenariato, hanno accolto favorevolmente l’annuncio, mentre tra i Paesi dell’Asean – l’associazione dei Paesi del Sud-Est asiatico – la risposta all’accordo Aukus appare diversificata. Filippine e Singapore hanno risposto positivamente alla notizia del nuovo accordo, che secondo il Primo Ministro Lee Hsien Loong potrebbe “contribuire costruttivamente alla pace e alla stabilità della regione e completare l’architettura regionale”.

Tuttavia, altri attori, come l’Indonesia, hanno espresso preoccupazione per la corsa alle armi degli ultimi anni e rammarico per non essere stati consultati. Anche il Primo Ministro della Malesia non ha accolto positivamente la notizia, dichiarando di voler mantenere la regione indo-pacifica come area di “Pace, libertà e neutralità”: l’accordo Aukus stride infatti con lo spirito del “Treaty of Southeast Asia Nuclear Weapon-Free Zone”, il trattato di non proliferazione nucleare sottoscritto dai Paesi dell’Asean nel 1995. Altri Stati della regione, come il Vietnam, hanno risposto con più cautela, cercando di mantenere un equilibrio tra Cina e Stati Uniti, anche se sarà sempre più difficile astenersi dallo schieramento e mantenere lo status quo in un contesto in evoluzione.

L’Asean manca quindi di una visione coesa e di una prospettiva comune: se da un lato il desiderio di trovare un accordo con le superpotenze mondiali risulta allettante, dall’altro, la mossa di Canberra rischia di allontanare la Cina, il più importante partner economico della regione, la cui cooperazione ha fruttato all’Asean 456 bilioni di dollari nel solo 2020. In una tale condizione, la costruzione di una sorta di NATO asiatica, appoggiata dagli Stati Uniti, appare sempre più complessa.

*Crediti foto ID1219 via Pixabay

Testo a cura di Aurora Bonini e Gaia Pelosi 

Redazione
Orizzonti Politici è un think tank di studenti e giovani professionisti che condividono la passione per la politica e l’economia. Il nostro desiderio è quello di trasmettere le conoscenze apprese sui banchi universitari e in ambito professionale, per contribuire al processo di costruzione dell’opinione pubblica e di policy-making nel nostro Paese.

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