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Nessuno vuole proteggere i rifugiati siriani

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La Siria è tornata ufficialmente a far parte della Lega Araba dopo più di un decennio di guerra civile ed isolamento diplomatico, uno sviluppo che getta ombre sul futuro dei milioni di rifugiati siriani all’estero in fuga dalla violenza armata e dal regime di Damasco.

Il reintegro del presidente Bashar Al-Assad in seno all’organizzazione, ufficializzato al summit di maggio, segna la vittoria de facto delle forze governative nel conflitto civile. I Paesi arabi, fatta eccezione per il Kuwait e il Qatar, hanno  riconosciuto la legittimità del regime baathista, una mossa pragmatica dettata dal bisogno di ridurre l’instabilità nella regione. Il Medio Oriente è stato infatti negli ultimi anni vittima di fenomeni destabilizzanti direttamente collegati alla tragedia siriana. Tra questi spiccano il commercio di stupefacenti, apparentemente gestito dal regime di Damasco per autofinanziarsi, e ovviamente la grave crisi umanitaria

Secondo l’UNHCR, sono più di 6 milioni gli sfollati interni al Paese e più di 5 i siriani attualmente rifugiati in Paesi stranieri, tra i quali spiccano la Turchia, il Libano e la Giordania. Questi ultimi si sono inizialmente mostrati solidali ed accoglienti nei confronti del popolo siriano, ma il prolungarsi della guerra e i problemi interni ai Paesi ospitanti hanno eroso la tolleranza locale e creato un clima ostile per i rifugiati siriani, che ora rischiano sempre di più il respingimento o il rimpatrio forzato.

L’intolleranza verso i rifugiati siriani 

La Turchia è il paese che ospita più rifugiati al mondo, 3,5 milioni di profughi siriani sono attualmente presenti nel Paese. La loro presenza è sempre meno tollerata dalla popolazione locale, alle prese con un aumento vorticoso del costo della vita e la difficile ricostruzione nelle zone colpite dal catastrofico sisma di inizio anno. La frustrazione dei turchi si è riversata sui rifugiati, che sono diventati il capro espiatorio dei principali problemi della Turchia, vittime di una retorica xenofoba e di diversi episodi di violenza

La permanenza dei siriani è stato uno dei temi principali delle elezioni presidenziali turche tenutesi il mese scorso. Lo sfidante Kiliçdraroglu aveva promesso di rimpatriare tutti i rifugiati presenti nel Paese, il presidente Erdogan ha controbattuto facendo riferimento al programma di rimpatri “volontari”, messo in atto dal suo governo e che ha ricollocato decine di migliaia di rifugiati nel nord-ovest della Siria, sotto il controllo di Ankara. Secondo Human Rights Watch, questi rimpatri sarebbero stati portati a termine con la forza dalle autorità turche, che avrebbero arrestato e costretto i rifugiati a compilare dei moduli per attestare la volontà del rimpatrio per poi deportarli. Nonostante l’ostilità reciproca nei confronti del regime di Damasco, Erdogan ha aperto alla possibilità di una normalizzazione dei rapporti, una simile mossa agevolerebbe i rimpatri sia da un punto di vista logistico che legale.

Il Libano è il paese che ospita il più alto numero di rifugiati per capita del mondo e il secondo per numero di profughi siriani presenti sul territorio, circa 800 mila. La situazione nel Paese è catastrofica, l’inflazione è fuori controllo ed entrambi gli uffici del presidente e del primo ministro restano vacanti. La maggior parte dei libanesi rischia di perdere l’accesso all’elettricità e all’acqua corrente e una significativa parte del Paese ha già perso questi diritti. In un tale contesto di scarsità di risorse e con la minaccia di diventare uno stato fallito, la presenza dei siriani in Libano è ormai fortemente invisa alla popolazione locale. Nonostante i rifugiati vivano in condizioni simili e spesso peggiori rispetto a quelle dei libanesi, questi ultimi ormai ritengono che la situazione nel paese sia troppo grave per poter condividere qualsiasi risorsa con i loro vicini. 

A questo si aggiunge che la presenza prolungata di una popolazione prevalentemente sunnita è vista come un rischio al delicatissimo equilibrio confessionale che definisce da anni le logiche di potere in Libano. Per questi motivi, l’esercito libanese ha messo in atto una serie di deportazioni sommarie che hanno forzatamente rimpatriato alcuni profughi di comune accordo con le autorità del regime di Damasco.

La situazione è meno grave in Giordania, seconda al mondo per numero di rifugiati per capita, la maggior parte dei quali sono siriani. La tolleranza della popolazione locale persiste e i profughi sono meglio integrati nella vita economica del Paese che in Libano e Turchia. Eppure l’80% dei rifugiati siriani vive sotto la soglia di povertà e in gran parte risiede in campi profughi con scarsissima manutenzione e dove l’accesso alle risorse essenziali viene spesso a mancare. La Giordania dipende pesantemente dagli aiuti occidentali che però non sono sufficienti a garantire l’efficienza del sistema di accoglienza.

Il rimpatrio non è un’opzione 

Nel frattempo in Siria non sembrano fermarsi le violazioni di diritti umani ad opera del regime di Assad. Oltre ad essere un Paese ancora in guerra, la Siria non può essere classificata un luogo sicuro soprattutto a causa dei continui soprusi dei governativi nei confronti della popolazione e soprattutto di coloro che sono costretti a rientrare contro la loro volontà. 

Le forze governative siriane si mostrano particolarmente ostili nei confronti dei rimpatriati, i report parlano di arresti ingiustificati, torture, stupri e sparizioni. Il Canada e l’Olanda hanno recentemente presentato un esposto contro la Siria presso la Corte Internazionale di Giustizia per le “innumerevoli violazioni della legge internazionale commesse almeno a partire dal 2011”. 

Di fronte a questa situazione, un Paese europeo sta prendendo passi significativi per facilitare il rimpatrio dei profughi siriani: la Danimarca. Il governo danese ha infatti revocato 150 permessi di soggiorno dal 2019 ad oggi. Copenaghen considera “sicuri per il rientro” la zona di Damasco e i governatorati di Latakia e Tartus, ponendo le basi per un futuro rimpatrio. L’UNHCR ha mostrato preoccupazioni nei confronti delle decisioni della Danimarca contraddicendo la versione dei fatti delle autorità del Paese nordico in merito alla situazione securitaria in Siria.

La strategia degli stati europei per risolvere la crisi umanitaria è sempre stata incentrata sul trattenere i profughi in Paesi confinanti con la Siria, quali appunto la Turchia, il Libano e la Giordania, fornendo loro il supporto finanziario ipoteticamente necessario a gestire una crisi umanitaria di breve durata. Ora che i principali Paesi ospitanti minacciano i rifugiati col rimpatrio, questi ultimi sempre più spesso decidono di partire per l’Europa, infatti negli ultimi due anni è raddoppiato il numero di tentativi di raggiungere il Vecchio Continente ad opera di profughi siriani. Senza una strategia più a lungo termine, l’Europa rischia di ottenere il risultato inverso a quello sperato o peggio di ritrovarsi complice delle violazioni dei diritti umani messe in atto dai principali paesi ospitanti e dal regime di Damasco.

Questo articolo, a cura di Iacopo Andreone, è stato scritto in collaborazione da Orizzonti Politici e Affari Internazionali, la rivista di IAI, nell’ambito del progetto sulle crisi umanitarie nel mondo

*Il campo profughi Zaatari in Giordania è il più grande al mondo ad ospitare rifugiati siriani. [Crediti immagine: U.S. Department of State, via Wiki commons]
Iacopo Andreone
Studente di economia presso l'università Bocconi e appassionato di politica internazionale

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