Il governo la presenta come la riforma della stabilità. Le opposizioni la leggono invece come un intervento costruito per blindare gli equilibri di potere in vista delle prossime elezioni.
Ma che cos’è davvero lo Stabilicum? Una risposta al problema della governabilità italiana o un nuovo tentativo di riscrivere le regole del voto sacrificando la rappresentanza?
Una riforma che divide il Paese
A fine febbraio 2026, mentre l’Italia discuteva i pro e i contro del controverso referendum costituzionale, il governo ha siglato l’accordo definitivo su una nuova proposta di legge elettorale, che sostituirebbe il Rosatellum, in vigore dal 2018 al 2022.
L’Italia ha avuto cinque diverse leggi elettorali in trent’anni e ben due di queste sono state dichiarate incostituzionali. Il nome di queste nuova legge elettorale manifesta una chiara intenzione: “stabilizzare” la politica italiana con una maggioranza forte alle prossime elezioni, che abbia la possibilità di governare da sola senza troppi accordi con partiti minori.
Sono pochi i dubbi sull’impatto di questa riforma rispetto alla governabilità, ma il dibattito pubblico si sta focalizzando sulla reale urgenza del provvedimento. In un’Italia appena uscita dal voto per il referendum sulla giustizia, con un’economia che fa fatica a crescere e un contesto internazionale teso, lo Stabilicum appare uno strumento di grande garanzia di solidità per il centro destra; mentre per le opposizioni appare come un tentativo di minare la loro rappresentatività, a causa del premio di maggioranza previsto da questa nuova proposta.
Come funziona lo Stabilicum?
Il nuovo Stabilicum è uno strappo netto rispetto al Rosatellum: non più il sistema misto, bensì un sistema proporzionale puro con correttivi di stabilità molto forti. I collegi uninominali scompaiono. Non ci saranno più quindi i collegi dove il candidato con un solo voto in più vince. L’intera Italia sarà riorganizzata in collegi plurinominali in cui i seggi saranno assegnati in proporzione ai voti ottenuti dalle liste, senza la competizione locale tipica di alcune zone della Penisola.
A differenza dei collegi uninominali previsti dal Rosatellum, dove in ciascun collegio si elegge un solo parlamentare e vince il candidato che prende anche solo un voto in più degli altri, nella proposta dello Stabilicum resterebbero soltanto i collegi plurinominali. In questo caso, i seggi da assegnare sono più di uno e vengono distribuiti in modo proporzionale ai voti ottenuti dalle liste. Poiché il testo, almeno nella versione presentata, non prevede preferenze, l’elezione dei candidati dipenderebbe inoltre dall’ordine stabilito nelle liste bloccate.
Il cuore della riforma è il premio di governabilità, il meccanismo per garantire la maggioranza solida abile a governare. Se una coalizione o una singola lista ottiene almeno il 40% dei voti totali avrà 70 seggi in più alla Camera e 35 al Senato. Per evitare troppe distorsioni lo Stabilicum pone un limite fisso: non più di 230 seggi a Montecitorio e 114 Palazzo Madama, fermandosi tra il 57 e il 58% circa.
Se nessuna forza politica raggiungesse il 40% lo Stabilicum fissa due strade. Se le prime due coalizioni ottengono più del 35%, ma meno del 40% si va direttamente al ballottaggio. Chi vince il secondo turno ottiene il premio di maggioranza.

[Crediti Foto: Grafico curato dalla Redazione]
Se nessuna coalizione raggiunge il 35% al primo turno, il premio non viene assegnato e tutti i seggi sono assegnati con il metodo proporzionale classico. Questo scenario obbligherebbe i partiti a trattare una coalizione larga per forzare un governo e giurare davanti al Presidente della Repubblica.
Lo sbarramento nazionale rimarrebbe al 3%, ma c’è una novità. La legge prevederebbe il cosiddetto “diritto di tribuna”, ovvero, le liste che non raggiungono il 3%, ma che raccolgono abbastanza consensi in più circoscrizioni diverse, possono ottenere una rappresentanza, cercando di disperdere il voto territoriale e tutelando i piccoli partiti.
Infine, il nome del candidato premier può già comparire nel programma elettorale, ma non sulla scheda elettorale, tutelando il potere del Presidente della Repubblica. Infatti, secondo la Costituzione è l’unico in grado di nominare il Presidente del Consiglio dei Ministri.
Perché il Rosatellum non basta più
Il passaggio dal Rosatellum allo Stabilicum risponde a una chiara esigenza di cercare di mantenere gli equilibri di potere così come stanno.
Il Rosatellum entrò in vigore nel 2017 sotto il governo Gentiloni, tuttavia deluse immediatamente il Partito Democratico, che perse nel 2018 ma soprattutto nel 2022, dove un centrodestra unito conquistò l’80% dei seggi uninominali con il 44% dei voti totali.
I nuovi sondaggi però dicono che con l’attuale legge elettorale il governo potrebbe perdere la maggioranza parlamentare in futuro, trasformando i seggi uninominali dall’essere un vecchio punto di forza all’essere una potenziale minaccia. Eliminando questo tipo di competizione per il premio di maggioranza permetterebbe la salvaguardia dell’attuale governo.
Nella storia repubblicana modificare le leggi elettorali prima delle elezioni non è un’eccezione, ma è diventato sempre più la regola: il Mattarellum nel ‘93 dopo Tangentopoli e il Porcellum di Berlusconi.
Il nodo della rappresentanza
Il punto più controverso dello Stabilicum riguarda il modo in cui i parlamentari vengono selezionati, ovvero attraverso le liste bloccate.
Sulla scheda elettorale il voto viene espresso solo marcando il simbolo della lista, senza poter indicare preferenze per i singoli candidati. L’ordine di elezione viene stabilito a priori dalle segreterie dei singoli partiti. L’elettore vota il partito in sé e non decide l’ordine di chi entra in Parlamento.
In realtà, a quanto pare, Fratelli d’Italia era d’accordo ad aprire le preferenze, seguendo precedenti dichiarazioni di Giorgia Meloni, ma ha optato per un compromesso. Ignazio La Russa – attualmente Presidente del Senato della Repubblica italiana – si è comunque detto aperto a riparlarne dicendo che non si tratta della questione più importante nell’iter parlamentare futuro.
Oltre alle critiche per la questione liste, che riaccende le critiche su un Parlamento suddito di nomine politiche fatte dai partiti e non dagli elettori, si è discusso del “candidato premier”. Le coalizioni devono indicare un candidato Presidente del Consiglio quando depositano il programma elettorale al Viminale. Il nome del candidato non compare nella scheda elettorale, ma dimostra che l’Italia si è spostata verso un “leaderismo” ancora più netto rispetto al passato.
I dubbi di costituzionalità e le vere priorità del Paese
Un altro ostacolo della riforma saranno non solo le opposizioni ma anche la Corte Costituzionale. Stefano Ceccanti, costituzionalista e politico italiano, ha fatto notare come la Corte costituzionale, nella sentenza Italicum del 2017, ha accettato che con il 40% dei voti si possa arrivare al 55% dei seggi. Secondo le stime però col 40% si potrebbe arrivare quasi al 58%, aprendo lo scenario di una terza bocciatura di una legge elettorale negli ultimi dodici anni.
La Corte costituzionale da una parte accetta l’incoraggiamento della stabilità, ma dall’altra non può limitare troppo la rappresentatività del Parlamento perché non tutelerebbe l’articolo 48 della Costituzione Italiana, l’uguaglianza totale del voto dei cittadini. La rappresentatività ha sempre il primato rispetto alla governabilità.
La questione non riguarda soltanto la giustizia: al centrosinistra preoccupa la possibilità che la futura coalizione vincente possa eleggere in autonomia il Presidente della Repubblica stesso e i componenti degli organi di garanzia. Il potere dell’esecutivo sarebbe decisamente troppo sbilanciato, in una politica italiana con un Parlamento già considerato troppo debole ed esautorato di poteri.
Mentre la maggioranza è impegnata nella definizione delle regole elettorali per le prossime elezioni, i dati evidenziano come tra le principali preoccupazioni dei cittadini vi siano ben altre priorità. Infatti, molti si chiedono se la riforma abbia veramente a cuore questi temi o se sia uno strumento per consolidare il potere e distanziare ulteriormente cittadini delusi dalle istituzioni, questione già segnalata dall’astensionismo record degli ultimi anni.
Quale democrazia si figura dopo lo Stabilicum?
Alla fine, il destino dello Stabilicum non si deciderà solo nei numeri del Parlamento, ma nella percezione che il Paese avrà di questa riforma. Per il governo è la promessa di una nuova stagione di stabilità, con maggioranze più forti e meno ricatti dei piccoli partiti. Per le opposizioni, invece, è l’ennesimo tentativo di piegare le regole del voto alle convenienze del momento.
Sullo sfondo resta una domanda politica tutt’altro che secondaria: è davvero questa la priorità dell’Italia di oggi? Nei prossimi mesi il confronto entrerà nel vivo, tra tensioni istituzionali, possibili rilievi di costituzionalità e un’opinione pubblica sempre più stanca e disillusa. Se la riforma verrà percepita come uno strumento per blindare il potere più che per rafforzare la democrazia, il rischio sarà quello di allargare ancora di più la distanza tra cittadini e politica. E allora il vero nodo non sarà soltanto come si voterà, ma quale idea di democrazia uscirà da questa stagione di riforme.
*immagine di copertina: [Foto di Element5 Digital via Unsplash]
Analisi a cura di Francesco De Giorgi e Leonardo Vecchietti





