Nuovo appuntamento con gli approfondimenti dedicati a PROMPT (Predictive Research On Misinformation & Propagation Trajectories). L’iniziativa, promossa dall’European Narratives Observatory, impiega l’intelligenza artificiale per individuare e contrastare la diffusione della disinformazione online. In questo contributo si analizzano i risultati del report PROMPT sulla propaganda del Cremlino nei Paesi baltici.
La narrativa del Cremlino proiettata sui social
In Europa, ormai da anni, la narrativa del Cremlino trova terreno fertile tramite hub informativi e politici euroscettici, sovranisti, costruiti non su un palese allineamento a Mosca, quanto più su ambiguità e polarizzazione anti-UE.
Un’ampia indagine sui flussi informativi online ha portato alla raccolta di oltre 424 mila contenuti pubblicati su sette diverse piattaforme. I post, redatti in cinque lingue (lettone, lituano, estone, inglese e russo) offrono un quadro rilevante della circolazione di informazioni nello spazio digitale dei paesi Baltici.
Nel corso dell’indagine oltre 75 mila contenuti sono stati identificati come narrazioni di disinformazione già note, evidenziando la persistenza e la diffusione di schemi comunicativi ricorrenti. Per approfondire ulteriormente il fenomeno, gli analisti di PROMPT hanno isolato un sottoinsieme di 42.119 post, suddivisi per Paese: 18.339 provenienti dalla Lettonia, 14.361 dalla Lituania e 9.419 dall’Estonia.
L’analisi condotta combina l’analisi computazionale con la validazione umana per esplorare le micro-leve delle narrazioni fuorvianti (nello specifico tecniche di studio delle strategie retoriche e persuasive). Questo approccio consente di esaminare non solo l’organizzazione delle campagne di disinformazione, ma anche i meccanismi attraverso cui tali contenuti cercano di influenzare l’opinione pubblica, in particolare nel contesto della comunicazione legata alla guerra.
Un elemento chiave dello studio riguarda l’identificazione delle narrazioni, ottenuta tramite sistemi di classificazione basati sulla somiglianza semantica. Questa metodologia permette di garantire coerenza nell’analisi anche tra lingue diverse, rendendo possibile il confronto diretto tra contenuti in lettone, lituano ed estone e offrendo una visione integrata del fenomeno su scala regionale.
Il coordinamento digitale nella disinformazione
Sono cinque i poli (cluster) narrativi dominanti strutturano la disinformazione legata alla guerra nei Paesi Baltici per il periodo di tempo osservato. Questi non operano in modo indipendente: formano piuttosto un ecosistema interconnesso, alla base della narrativa del Cremlino, in cui ogni inquadramento (framing) rinforza e legittima gli altri.
Al centro dell’architettura narrativa filo-russa risiede l’inversione morale dell’aggressione. La Russia viene inquadrata non come l’iniziatore della guerra, ma come un attore riluttante, orientato alla pace e costretto a intervenire per difendere la sovranità, proteggere l’identità culturale o ripristinare la stabilità.
La seconda narrazione mette in discussione la legittimità dell’Ucraina come attore politico autonomo. Non si limita a criticare le decisioni politiche ucraine, ma segue un modello di delegittimazione. L’Ucraina è controllata dalle élite occidentali, la leadership ucraina è corrotta, estremista o autoritaria. Kiev non agisce nell’interesse del proprio popolo, pertanto, il sostegno all’Ucraina alimenta l’instabilità piuttosto che la sovranità. Attraverso questa logica, lo stato aggredito viene riposizionato da vittima a strumento manipolato e la sovranità viene sottratta e riassegnata agli attori occidentali.
Il terzo cluster svolge tre funzioni destabilizzanti nello spazio informativo baltico: riformula la solidarietà con l’Ucraina come partecipazione alla manipolazione occidentale, sposta l’attenzione dalla responsabilità russa all’ambizione della NATO e localizza la paura suggerendo che i paesi Baltici pagheranno il prezzo delle decisioni occidentali.
Il quarto polo narrativo spiega l’inevitabilità strutturale delle azioni militari russe, giustificate come reazione difensiva all’espansione della NATO. Questo tema è particolarmente caldo nell’area baltica. Secondo tale logica minatoria è la volontà stessa dei paesi est europei di aderire alla NATO ad aumentarne la vulnerabilità l’esposizione al conflitto.
A differenza dei precedenti, che tentano di screditare la sovranità Ucraina o ad addossare colpe del conflitto all’occidente, l’ultimo cluster narrativo tende ad una aggressione della credibilità dell’informazione stessa. Non sostiene primariamente l’innocenza russa, ma sostiene invece che non ci si possa fidare delle prove di tali illeciti. Il cuore della narrazione risiede nella presunta messa in scena o esagerazione dei media allineati di rapporti su crimini di guerra russi, danni ai civili.
Gli account sospetti nei Paesi baltici
L’analisi riflette come il conflitto in Ucraina sui social non è protagonista di un dibattito spontaneo. Una ristretta élite di profili, il 5% degli utenti coinvolti produce oltre il 70% dei contenuti propagandistici. Pochi account iperattivi dominano la scena, arrivando a generare un terzo dei post totali.
Questa struttura a “nucleo centrale” suggerisce una regia coordinata dietro le quinte. Narrative come “Russia portatrice di pace” nascono da un’ingegneria sistematica dei messaggi. Profili come Solovievlive e Politnavigator agiscono come veri hub della disinformazione globale.
Le narrativa del Cremlino punta l’indice contro l’Occidente, ma sfrutta anche le fragilità di Kiev. Decenni di corruzione e recenti scandali internazionali, come il caso Nord Stream, minano la credibilità ucraina. Queste ombre alimentano lo scetticismo di partner europei chiave, e di parte del panorama politico.
Mosca sfrutta queste divisioni per ribaltare la realtà dei fatti. I fallimenti dell’esecutivo ucraino vengono usati per giustificare l’aggressione russa. In questo modo, il Cremlino rivendica cinicamente il ruolo di “liberatore” del paese. Lo scandalo interno diventa così il pretesto perfetto per legittimare l’invasione.
L’obiettivo è alimentare dubbi e complottismi tramite un’impostazione distorta delle ragioni reali per l’ingresso. Nei paesi Baltici l’impatto è ancora più profondo e pericoloso. Qui la rete è piccola e la propaganda domina facilmente il discorso pubblico. La stanchezza percepita dalla guerra in corso e l’ansia per la sicurezza interna, unite all’operazione di controllo centralizzato dell’informazione non ha portato altro che un incremento della saturazione narrativa.
La “carica dei primi”
La propaganda russa non reagisce agli eventi, li anticipa con una regia precisa. Un gruppo ristretto di account “early mover” lancia i primi post per influenzare l’opinione pubblica. Questi profili intervengono nel primo 10% del ciclo di una notizia, fissando i confini del dibattito. L’analisi rivela un sistema di coordinazione tra diverse piattaforme e narrazioni. Gli account filo russi intrecciano abilmente tesi diverse: dalla Russia “pacifista” all’Ucraina “burattino dell’Occidente”.
Nei paesi Baltici, la tecnica del “seeding” iniziale è particolarmente efficace e pericolosa. In ecosistemi digitali piccoli, chi arriva primo definisce il vocabolario e i toni del confronto. La disinformazione sulla guerra non è un fenomeno spontaneo, ma un’opera di alta ingegneria narrativa. Pochi attori dominanti assicurano che ogni notizia sia letta attraverso un’iniziale lente distorta e predefinita.
La strategia narrativa del Cremlino
La propaganda russa nei paesi Baltici non è rappresentata da un complesso di notizie false, ma da un ecosistema di precisione. Un’architettura narrativa coerente trasforma l’aggressione in difesa e la pace in un ostacolo occidentale. Lo studio conferma che il dibattito non nasce dal basso, ma da una gestione centralizzata del consenso. Questa strategia crea un ecosistema informativo coerente che riduce il rischio di contraddizioni.
Il sistema si regge su tecniche di persuasione collaudate: paura, complottismo e delegittimazione costante dei media. Pochi account dominanti coordinano i messaggi per semplificare la realtà e intensificare le risposte emotive. E questi “hub” della disinformazione collegano narrazioni diverse tra loro, rendendo i messaggi più credibili e pervasivi.
La ricerca dimostra una disciplina narrativa ferrea. Dalla tesi dell’Ucraina “stato fantoccio” alle accuse di “fabbricazione” dei crimini di guerra, la narrativa del Cremlino risulta omogenea. In questo spazio digitale distorto, la responsabilità del conflitto viene ribaltata sistematicamente. La disinformazione si conferma così un’arma strategica, capace di soffocare la verità attraverso una ripetizione coordinata e massiccia.
*Immagine di copertina: [PROMPT project logo via The European Narrative Observatory/PROMPT]



