Europa

Innovazione digitale e lobbying: il Public Affairs come bussola etica

lobbying

Pensa a un tool di intelligenza artificiale che utilizzi quotidianamente. Sai dove sono i tuoi dati? Chi vi ha accesso? Quali vulnerabilità l’AI introduce nel tuo perimetro digitale? Queste domande non sono esercizi retorici: sono il punto di partenza per comprendere perché l’innovazione digitale e tecnologica non può più essere affidata soltanto al mercato, né soltanto alla politica. Ha bisogno di mediatori consapevoli. Ha bisogno, in una parola, di Public Affairs.

La velocità dell’innovazione digitale come problema politico

L’innovazione digitale non aspetta. L’intelligenza artificiale ha raggiunto decine di milioni di utenti in pochi mesi; il cloud ha riscritto le architetture aziendali prima che molte amministrazioni nazionali avessero completato un quadro normativo di riferimento; l’automazione dei processi ha eliminato e creato categorie di lavoro in archi temporali che i cicli legislativi tradizionali faticano persino a osservare.

Il problema non è tecnico, ma è politico, e ha un nome preciso: il regulatory lag, ovvero il divario strutturale tra la velocità con cui l’innovazione genera nuovi rischi e quella con cui le istituzioni riescono a regolamentarli. Basti pensare che tra la prima proposta pubblica di regolamentazione dell’AI in Europa (2018) e l’entrata in vigore dell’AI Act (agosto 2024) sono trascorsi sei anni, un’eternità per un settore che si rinnova ogni diciotto mesi. In questo spazio, ampio, spesso ambiguo, sempre conteso, si gioca una partita cruciale per la democrazia digitale.

Ignorare questo divario o tentare di colmarlo è una scelta politica. La questione, infatti, non è soltanto se regolamentare, ma anche come farlo senza trasformare la prudenza in paralisi e la protezione in protezionismo. È qui che il Public Affairs entra in gioco, non come lobby nell’accezione deteriore del termine, ma come funzione sistemica di traduzione tra linguaggi che altrimenti non si parlano: il linguaggio del mercato e quello delle istituzioni.

L’AI Act come laboratorio di advocacy

Nessun atto normativo europeo degli ultimi anni illustra meglio questa dinamica quanto l’AI Act, il primo corpus regolatorio organico sull’intelligenza artificiale al mondo, entrato in vigore il 1° agosto 2024 (Reg. UE 2024/1689). Il regolamento prevede un’applicazione progressiva: i divieti assoluti per le applicazioni più invasive (come i sistemi di social scoring e il riconoscimento facciale in tempo reale in spazi pubblici) sono scattati a febbraio 2025; gli obblighi per i modelli di AI di uso generale (i cosiddetti GPAI, tra cui rientrano i grandi modelli linguistici) diventeranno pienamente cogenti ad agosto 2025; quelli per i sistemi ad alto rischio (AI nella sanità, nell’istruzione e nelle infrastrutture critiche) entreranno a regime nell’agosto 2026.

Il processo che ha portato alla sua adozione è stato un’attività di advocacy, ossia di rappresentanza sistematica degli interessi presso le istituzioni, attraverso consultazioni, audizioni e contributi tecnici. Per anni, prima che la Commissione europea pubblicasse la proposta nel 2021, organizzazioni come DigitalEurope, associazioni di categoria nazionali, centri di ricerca e singole imprese tecnologiche hanno partecipato a consultazioni pubbliche, ad audizioni parlamentari e a tavoli tecnici. Hanno portato dati, casi d’uso, simulazioni d’impatto. Hanno argomentato, anche con disomogeneità di interessi e spesso in aperto conflitto tra loro, su cosa dovesse significare “sistema AI ad alto rischio”, su come calibrare gli obblighi di trasparenza e su dove tracciare il confine tra innovazione lecita e applicazione inaccettabile.

Il risultato finale è un’architettura a quattro livelli di rischio, con divieti assoluti per gli usi più invasivi e obblighi di conformità per i sistemi critici che porta i segni di quel confronto. Non è un testo neutro e tecnocratico: è un compromesso politico, modellato anche dalla qualità e dalla quantità dell’engagement degli stakeholder durante il processo legislativo.

Questo non è uno scandalo, ma è la democrazia che funziona, a condizione che il processo sia trasparente, plurale e non catturato da interessi particolari. Il Public Affairs professionale è parte integrante di questa democrazia quando si muove nel pieno rispetto delle norme sulla rappresentanza degli interessi, portando competenze autentiche e non solo pressioni.

Cloud sovrano: dove la geopolitica incontra il codice

Se l’AI Act ha riguardato principalmente la definizione dei rischi e delle responsabilità, la questione del cloud sovrano pone la sfida su un piano ancora più fondamentale: quello della sovranità tecnologica come categoria politica.

La Strategia europea per il cloud, aggiornata nell’ambito della più ampia European Data Strategy, risponde a una constatazione scomoda: circa l’80% del mercato europeo del cloud è oggi controllato da operatori extraeuropei, prevalentemente statunitensi, soggetti a legislazioni, come il Cloud Act americano del 2018, che possono entrare in conflitto con il GDPR e con la sovranità dei dati europei.

Il GAIA-X, con oltre 300 organizzazioni aderenti da 30 Paesi, è stato il tentativo più strutturato di costruire un’alternativa. Ma il progetto ha rivelato le tensioni intrinseche di qualsiasi iniziativa che ambisca a ridisegnare equilibri di mercato consolidati: i grandi operatori cloud hanno partecipato al processo di definizione degli standard portando le proprie architetture come modello; le PMI europee hanno faticato a fare sentire la propria voce; le amministrazioni nazionali si sono mosse con tempi e ambizioni disomogenei.

In questo contesto, il ruolo del Public Affairs non è di parte: è di sistema. Bisogna lavorare perché i framework tecnici del cloud sovrano siano costruiti secondo standard interoperabili e non su logiche di lock-in. È inoltre fondamentale spingere affinché gli appalti pubblici valorizzino soluzioni che garantiscano la residenza dei dati in Europa. Infine, è necessario tradurre per i decisori politici le implicazioni pratiche delle scelte architetturali che appaiono neutre, ma non lo sono mai.

La sicurezza by design non è un lusso

Il Cyber Resilience Act, adottato il 23 ottobre 2024 (Reg. UE 2024/2847), introduce un principio che cambia radicalmente il modo in cui vengono progettati e commercializzati i prodotti digitali nell’Unione europea: la sicurezza deve essere incorporata nel prodotto fin dalla fase di progettazione, non aggiunta come patch successiva. Il regolamento prevede un periodo transitorio di 36 mesi: le imprese avranno tempo fino a dicembre 2027 per adeguarsi, ma la pressione sul mercato si farà sentire molto prima.

“Security by design” e “privacy by design” sono espressioni ormai consolidate nel lessico regolatorio europeo. Ma la loro traduzione in azioni non è affatto scontata. Significa costi aggiuntivi nella fase di sviluppo, processi di certificazione e una curva di apprendimento per le imprese, spesso PMI, che fino a ieri ragionavano in termini di time-to-market e non di security assessment.

È qui che il Public Affairs può svolgere una funzione di vera utilità pubblica: aiutare le imprese, specialmente quelle più piccole, a comprendere i nuovi obblighi normativi e a trasformarli da vincolo in vantaggio competitivo. Un prodotto certificato secondo gli standard del Cyber Resilience Act è più vendibile su un mercato europeo sempre più sensibile alle questioni di sicurezza. La compliance da costo aggiuntivo diventa un differenziale.

Allo stesso tempo, però, il Public Affairs ha anche il compito di segnalare al legislatore quando i requisiti normativi risultano sproporzionati rispetto alla capacità effettiva delle imprese di adeguarsi, proponendo soluzioni alternative, come periodi transitori, sostegno alle PMI e standard proporzionati alla dimensione dell’attore economico, che non indeboliscano l’obiettivo di sicurezza, ma lo rendano perseguibile.

L’innovazione digitale responsabile come vantaggio competitivo

C’è una narrativa che circola nei dibattiti sulla regolamentazione tecnologica: quella secondo cui ogni norma è un freno, ogni vincolo è un ostacolo e l’Europa starebbe perdendo la gara globale sull’AI proprio perché si preoccupa troppo dei diritti e troppo poco dell’innovazione.

I dati, però, raccontano una storia più complessa. Secondo l’ENISA Threat Landscape 2024, il costo medio globale di una violazione di dati ha superato i 4,8 milioni di dollari. In questo contesto, la compliance non è un lusso: è una forma di gestione del rischio. Il Public Affairs professionale ha la responsabilità di portare questa evidenza ai tavoli in cui si discute di regolamentazione, evitando sia la narrazione della “norma come freno” sia quella opposta della “regola come panacea”.

L’Europa ha deliberatamente scelto di competere sulla qualità della governance, non sulla sua assenza. L’AI Act, il GDPR e il Cyber Resilience Act non sono segnali di ritardo: sono standard che stanno già diventando riferimento a livello globale. Il cosiddetto Brussels effect, teorizzato dalla prof.Ssa Anu Bradford della Columbia Law School, nel suo studio The Brussels Effect (Oxford University Press, 2020), descrive proprio la tendenza delle normative europee a diventare de facto standard internazionali per le imprese che vogliono operare sul mercato UE. La dimostrazione concreta? Oltre 120 Paesi hanno adottato normative sulla protezione dei dati basate sul GDPR.

Le imprese che investono oggi nella conformità all’AI Act sono le stesse che domani potranno vendere i propri sistemi in mercati che adotteranno standard simili. Le organizzazioni che costruiscono oggi infrastrutture cloud con garanzie di sovranità dei dati sono le stesse che saranno pronte quando altri ordinamenti giuridici si muoveranno nella stessa direzione. L’innovazione responsabile non è un lusso etico, ma una strategia industriale.

*Immagine di copertina: [Immagine generata con Google Gemini (Google)]

L’articolo è stato redatto in collaborazione con Bruno · Pavlov & Partners, società internazionale specializzata in relazioni istituzionali, lobbying, public affairs, comunicazione e formazione.

Condividi:

Post correlati