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L’acqua che fa la storia: così gli stretti influiscono sulla geopolitica

Tempo di lettura stimato: 8 min.

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L’importanza geopolitica degli stretti nasce quando l’uomo inizia a commerciare per mare: è da questo momento in poi che il controllo su questi bracci d’acqua diventa fondamentale per questioni di sovranità territoriale, difesa militare, ma soprattutto introiti economici. Dall’antichità ad oggi, vediamo alcuni degli stretti più rilevanti nel mondo. 

Ormuz e Bab-el-Mandeb: l’oro della penisola araba

Lo stretto di Ormuz si trova tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman, e giova di uno strategico accesso al Mar Arabico, quindi all’Oceano Indiano. Esso divide la Penisola arabica dalle coste meridionali dell’Iran, perciò il controllo territoriale del braccio d’acqua è condiviso da quest’ultimo con Emirati Arabi Uniti e Oman, nel rispetto delle corrispondenti acque territoriali, ossia entro 12 miglia nautiche dalla costa, come stabilito dal diritto internazionale. 

Oggi più di un quarto del gas naturale consumato nel mondo passa attraverso questo stretto, assieme a un quinto del greggio globale. Questo perché la conformazione naturale del territorio dà la possibilità alle petroliere più grandi di trasportare le proprie merci, lì dove sarebbe impossibile in canali più piccoli come quello di Suez. Arabia Saudita e Iraq sono i principali produttori e quindi commercianti di petrolio lungo lo stretto, seguiti da Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Iran e Qatar. Quest’ultimo è inoltre il primo produttore al mondo di gas naturale, e lo esporta interamente tramite questo canale d’acqua. 

Il grande valore di questa via commerciale l’ha esposta nel tempo a continue e violente tensioni internazionali, in particolare tra Iran e paesi filo-americani. Proprio gli Stati Uniti, così come il Regno Unito, hanno interesse nel controllo del traffico petrolifero nello stretto, poiché una cospicua parte del proprio approvvigionamento petrolifero proviene da qui, in particolare dagli Emirati Arabi. Anche Cina e Giappone sono particolarmente attenti agli equilibri della regione: oltre il 70% del petrolio che transita lungo lo stretto raggiunge l’Asia Orientale.  Tra le dispute più significative, quella scoppiata nel 1984 nell’ambito della guerra Iran-Iraq, ricordata come “guerra di cisterna”. L’Iraq colpì allora le infrastrutture petrolifere iraniane, nel tentativo di provocare una chiusura dello stretto, che avrebbe ridotto petrolio e gas naturale per l’Occidente. Così, dagli anni ‘80 sino ad oggi, gli USA hanno esercitato pressioni sulle Nazioni Unite per sanzionare l’Iran, includendo sanzioni sul commercio marittimo nello stretto. Nel corso del 2019 le tensioni sembravano riaffiorare veementi: in maggio e giugno l’Iran è stato accusato di attacchi a navi petrolifere battenti bandiera filo-americana, mentre in luglio ha sequestrato una petroliera britannica accusata di contrabbandare petrolio in Siria. 

Anche il golfo di Aden possiede un primato per il commercio di petrolio: un quinto del greggio mondiale passa attraverso le sue acque, che collegano il Mar Rosso all’Oceano Indiano tramite lo stretto di Bab-el-Mandeb. Quest’ultimo è considerato un collegamento strategico nella rotta del petrolio tra il Corno d’Africa e il Medio Oriente, poiché collega via mare anche gli stretti di Suez e di Ormuz. La chiusura di tale canale avrebbe quindi importanti conseguenze anche per la navigazione lungo gli altri due stretti, poiché le petroliere in partenza dal Golfo Persico non potrebbero raggiungere il canale di Suez, e viceversa, costringendole a deviare intorno all’estremità meridionale dell’Africa, operazione che aumenterebbe i tempi di transito e i costi di spedizione.

Tuttavia, l’area è particolarmente pericolosa per le petroliere, spesso oggetto di attacchi da parte di pirati e terroristi. Somalia e Yemen condividono la sovranità territoriale del golfo di Aden, mentre lo stesso Yemen e Gibuti quella sullo stretto di Bab-el-Mandeb. Si tratta tuttavia di regioni altamente instabili e dilaniate da conflitti interni, tanto più che gran parte del golfo bagna le coste del Somaliland, la provincia settentrionale proclamatasi indipendente dalla Somalia nel 1991 e ancora scossa da lotte territoriali. 

Malacca, Formosa e la geopolitica degli stretti asiatici 

Muovendosi più a oriente, nel Sud Est asiatico e nel Mar Cinese Meridionale, troviamo due stretti di cruciale importanza commerciale e geopolitica: rispettivamente, lo Stretto di Malacca e lo Stretto di Formosa. 

Lo Stretto di Malacca divide la Penisola di Malesia dall’Isola di Sumatra (Indonesia). Per esso transitano circa 70.000 mila navi ogni anno. Questo braccio di mare ha rilevanza commerciale fondamentale: nel 2016 vi sono transitati circa 16 milioni di barili al giorno, il secondo valore più alto in assoluto per uno stretto marittimo, superato solo da quello di Hormuz. Il petrolio che passa per lo Stretto di Malacca va a rifornire in particolare paesi come Giappone e Cina. 

Allo sbocco dello stretto di Malacca si trova Singapore, hub portuale e aereo. Il porto di Singapore, dopo quello di Shanghai, è infatti il secondo al mondo per flusso di container. 

Tuttavia, lo stretto ha dovuto affrontare diverse problematiche. In particolare, anche in questo caso, la pirateria: lo Stretto di Malacca è stato teatro di attacchi da parte di pirati, sin dal XIV secolo. Tali attacchi sono continuati anche a cavallo del XX e XXI secolo tanto che, a inizio anni 2000, circa il 40% degli attacchi pirata avveniva proprio nello Stretto di Malacca. Dal 2006 in poi le cose sono cambiate, quando un accordo di cooperazione rafforzata, firmato da 16 paesi asiatici, ha cercato di coordinare gli sforzi regionali per affrontare il problema, con un riscontro positivo. Infatti negli ultimi 15 anni i casi di pirateria sono calati in maniera decisa, diventando solo due nel 2016. 

Lo stretto di Formosa (antico nome portoghese per Taiwan) separa invece l’omonima isola dalla Cina continentale, connettendo il Mar Cinese Meridionale al Mar Cinese Orientale. 

L’area è da sempre teatro di diverse tensioni, sin dalla Prima Crisi dello Stretto di Formosa (1954-55), caratterizzata da una serie di combattimenti tra le forze maoiste della Repubblica popolare cinese e quelle nazionaliste della Repubblica di Cina (ovvero Taiwan). Le ostilità tra i due attori sembrano tuttavia non essersi per nulla rilassate. Lo scorso ottobre infatti Xi Jinping ha dichiarato che la riunificazione tra Cina e Taiwan deve essere completata. Le parole di Xi hanno quindi scatenato diverse reazioni di nervosismo, in particolare da parte dell’amministrazione Biden. Gli Stati Uniti infatti, pur non riconoscendo formalmente Taiwan, sono tenuti a prestare all’isola supporto militare per l’autodifesa, secondo quanto firmato nel Taiwan Relations Act del 1979

Non proprio stretti: il canale di Panama e quello di Suez

Non sono dei veri e propri stretti, ma canali costruiti su due istimi: quello di Suez e quello di Panama. Anche essi hanno acquisito importanza geopolitica chiave nel commercio marittimo internazionale al pari degli stretti menzionati sopra. 

Situato in Egitto, ultimato nel 1867 e inaugurato nel 1869, il Canale di Suez, lungo circa 190 chilometri, permette di evitare di circumnavigare l’Africa per navigare dal Mediterraneo all’Oceano Indiano e viceversa. 

Per questo motivo l’importanza del canale nelle rotte commerciali via mare è fondamentale. Infatti, nel 2019 sono transitate per il canale ben 1.031 milioni di tonnellate di cargo. 

La rilevanza geostrategica del canale di Suez lo ha reso teatro di diversi conflitti. Il primo e più famoso è sicuramente la Crisi di Suez (1956), quando Israele, Francia e Regno Unito decisero di occupare il canale poco dopo la salita al potere in Egitto di Gamal Abd el-Nasser, dopo la sua decisione di nazionalizzare la Compagnia del Canale. Il conflitto si risolse in poco più di una settimana, quando l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti minacciarono un intervento congiunto contro i tre stati e a supporto dell’Egitto. Secondo molti commentatori, la crisi di Suez sancì definitivamente la fine dell’Impero britannico. 

Altro conflitto di rilievo fu la Guerra dei Sei Giorni (1967), grazie a cui Israele riuscì a occupare la penisola del Sinai. In risposta, l’Egitto decise di bloccare il canale per impedire agli israeliani di utilizzarlo. Il canale verrà riaperto nel 1975, due anni dopo la Guerra dello Yom Kippur. 

Negli ultimi quarant’anni le tensioni nel canale sono diminuite. Tuttavia, esso è tornato sotto i riflettori internazionali lo scorso marzo, quando la nave Ever-Given, incagliandosi, ne ha ostruito il passaggio per sei giorni. L’evento ha causato danni economici difficili da calcolare. Il governo Egiziano ha perso circa 90 milioni di dollari per i mancati introiti dovuti ai pedaggi pagati dalle navi. Tuttavia i danni per l’economia mondiale, seppur difficili da stimare, sono sicuramente più ampi. Secondo Allianz, il blocco del canale avrebbe causato una diminuzione della crescita annuale dell’economia globale di 0.2-0.4 punti percentuali. 

Spostandosi nel continente americano, troviamo l’altro canale artificiale di primaria importanza per il commercio marittimo: il Canale di Panama. Situato a cavallo dell’omonimo istmo e completato nel 1914, il canale, lungo 81 chilometri, facilita la navigazione tra Oceano Atlantico e Pacifico, permettendo di evitare la circumnavigazione dell’America del Sud fino a Capo Horn. Anche in questo caso, l’importanza del canale nelle rotte commerciali è dimostrata dalla quantità di merce trasportata. Infatti, nel 2021 sono transitate per il canale circa 292 milioni di tonnellate di cargo. I contenziosi di natura geopolitica, come per altri stretti, non sono mancati nel corso del tempo, seppur in misura minore rispetto a Suez. Furono gli Stati Uniti a costruire il canale. Non senza tensioni, il canale passò gradualmente sotto il controllo del governo panamense a partire dal 1977, quando fu firmato un trattato tra Jimmy Carter, presidente degli Usa, e Omar Torrijos, al tempo leader militare di Panama. La transizione verso il totale controllo panamense venne completata nel dicembre del 1999. Da quel momento in poi il canale è sotto il controllo completo dell’Autorità del Canale di Panama. Inoltre esso rappresenta una delle maggiori fonti di reddito dell’economia panamense, contribuendo a circa il 10% del Pil del Paese. 

L’Importanza geopolitica degli stretti

Oggi i principali stretti al mondo ricoprono un’importanza geopolitica fondamentale: sono linee di confine per la difesa militare tra Paesi, come nel caso di Cina e Taiwan lungo l’omonimo stretto, o addirittura tra continenti, come il Canale di Suez e lo Stretto di Bab-el-Mandeb. Soprattutto, i principali stretti sono vie del petrolio: chi minaccia la sicurezza e la libera navigazione lungo queste acque mette a repentaglio l’approvvigionamento energetico di intere aree geografiche. Pertanto è interesse della comunità internazionale garantire la pace o quanto meno evitare gli scontri tra le coste dei preziosi stretti.

Testo a cura di Giulia Isabella Guerra e Giovanni Carletti

Questo articolo è il primo di una serie legata all’importanza geopolitica degli stretti e dei canali marittimi. Clicca qui per leggere la seconda analisi sugli stretti turchi: “Così gli stretti della Turchia hanno fatto litigare Putin ed Erdogan”.

* Stretti – Geopolitica [Crediti Foto: WikiImages, Pixabay]
Redazione
Orizzonti Politici è un think tank di studenti e giovani professionisti che condividono la passione per la politica e l’economia. Il nostro desiderio è quello di trasmettere le conoscenze apprese sui banchi universitari e in ambito professionale, per contribuire al processo di costruzione dell’opinione pubblica e di policy-making nel nostro Paese.

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