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La fine di un impero: Gorbaciov e la Perestroika

L'ex presidente sovietico Mikhail Gorbaciov pronuncia il suo discorso "Fiume del tempo e imperativo dell'azione" sulla fine della Guerra Fredda di fronte al Muro di Berlino [crediti foto: Missouri State Archives via Flickr]

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Michail Gorbaciov è una delle figure più dibattute della storia contemporanea; vincitore del Premio Nobel per la pace nel 1990, le sue riforme, note con il nome di Perestroika, sembrano aver condotto alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, e così anche alla fine della Guerra Fredda. Un personaggio più volte citato positivamente in Occidente, ma diversamente dai Paesi ex-sovietici che dovettero subire le conseguenze della disfatta dell’impero.

 

Con queste premesse, sembra difficile formulare un giudizio storico obiettivo. Per farlo, prima di tutto, è necessario capire quale fosse il fine ultimo di Gorbaciov. Infatti, la democratizzazione della Russia, e quindi la demolizione dell’Urss, non era il suo obiettivo; anzi, Gorbaciov era un fervente sostenitore del comunismo. A cosa puntavano allora le sue riforme? Era veramente possibile modernizzare il sistema comunista senza distruggerlo?

Un impero già in declino

Michail Gorbaciov è stato il più giovane capo dell’Unione Sovietica, eletto all’unanimità nel 1985, a soli 54 anni. Nato da una famiglia povera, si fece largo prima all’università e poi nella carriera politica, guadagnandosi l’appoggio di grandi esponenti politici, tra cui lo stesso Brezhnev (capo del partito dal 1964 al 1982).

Vista la morte dei suoi predecessori, avvenuta a pochi mesi l’una dall’altra, e la tenacia dimostrata nel modernizzare il sistema comunista, il Politburo pose una grande fiducia nel nuovo capo sovietico, credendo che potesse rendere ancora una volta l’Unione Sovietica una degna avversaria dell’Occidente. Tuttavia, la situazione vigente negli anni Ottanta era già disastrosa: Gorbaciov arrivava dopo un ventennio di immobilismo e conservatorismo politico che aveva atrofizzato l’economia. Al contempo, la classe politica era corrotta e le repubbliche sovietiche richiedevano maggiore indipendenza dalla Federazione. Salvare ciò che restava dell’impero sovietico era un’impresa titanica; ciononostante, Gorbaciov profuse un grandissimo sforzo nel mantenere vivo il sogno comunista.

Murales di Michail Gorbaciov sul muro di Berlino [crediti foto: pxhere]
Murales di Michail Gorbaciov sul Muro di Berlino [crediti foto: pxhere]

La necessità della Perestroika

Prima di Gorbaciov, anche i suoi predecessori avevano riconosciuto la necessità di introdurre nuove riforme, vista l’evidente inabilità del Paese di competere con il blocco NATO. Tuttavia, il partito non aveva idea che le basi dell’economia sovietica fossero tanto deboli. L’opinione diffusa degli storici è che l’Urss sarebbe caduta con o senza l’intervento di Gorbaciov.

La necessità di costruire una resilienza economica e diversificare il mercato era impellente, e allo stesso tempo anche nelle repubbliche sovietiche si poteva constatare la fragilità della Federazione. Tuttavia, l’errore del leader sovietico fu quello di pensare che tali obiettivi si potessero raggiungere attraverso la modernizzazione del sistema comunista, quando la stessa ideologia del partito impediva l’introduzione del mercato libero.

Perestroika: la riforma della ricostruzione

Le riforme di Gorbaciov possono essere divise in tre sfere di competenza: Perestroika, Glasnot e Uskenie, anche se le ultime due convergevano nella prima, ossia nella “ricostruzione” della Federazione. Gli obiettivi della Perestroika erano molteplici, ma puntavano tutti a ricostruire il sistema economico sovietico permettendo una “leggera” liberalizzazione. Allo stesso modo, anche il frangente politico venne revisionato, permettendo una lieve pluralità politica e riducendo l’apparato militare, che era diventato parte integrante del Partito quale strumento per controllare le masse.

Tuttavia, tutte le riforme della Perestroika erano “incomplete”, perché una genuina transizione al libero mercato avrebbe minato irreparabilmente l’ideologia comunista. Nella politica, ugualmente, Gorbaciov non aveva intenzione di democratizzare il Cremlino, ma solo passare da un regime totalitario ad uno autoritario, permettendo una discreta libertà al partito di opposizione.

Eppure, furono proprio queste azioni “a metà” a renderlo sgradito agli occhi di molti: da una parte si inimicò i conservatori, che non amavano il cambio di rotta intrapreso, e dall’altra gli integralisti, che criticavano la Perestroika per non essere arrivata fino in fondo. Inoltre, la legge introdotta per contrastare l’alcolismo con lo scopo di riportare disciplina nei luoghi di lavoro fu talmente impopolare che creò una voragine nel bilancio e diede una spinta verso il contrabbando e una maggiore criminalità.

Glasnot: la trasparenza del partito

La seconda sfera di competenza riguardava una serie di riforme incentrate sulle libertà individuali e la responsabilità del partito. Tale democratizzazione fu intrapresa attraverso la politica della Glasnost, un termine letteralmente tradotto come “pubblicità”, ma che con il tempo ha assunto maggiormente il senso di “trasparenza”. Inizialmente, la politica della Glasnot implicava l’apertura degli organi statali e di partito alla critica dei lavoratori ordinari, ma dal 1987-1988 si ampliò significativamente, comprendendo l’abolizione delle restrizioni alla censura, l’approvazione dei principi della libertà di parola e dello scambio di informazioni nella politica interna. Dopo il 27° Congresso del PCUS, Glasnost divenne uno dei principali slogan della Perestroika, e un’altra ragione per cui i leader occidentali covavano sempre più simpatia per il Gorbaciov e le sue riforme.

Al contempo, una maggiore trasparenza fu deleteria per la sopravvivenza del Partito: eccetto per il disastro di Chernobyl, tenuto nascosto per giorni, la nuova politica espose brutalmente la situazione vigente nel Paese e la libertà di parola acquisita alimentò le critiche dei dissidenti. Questi ultimi furono incoraggiati anche dalla presa di posizione pacifista di Gorbaciov, convinto che le stesse voci avrebbero taciuto una volta che la Perestroika fosse stata completata con successo.

Accelerazione della caduta di un impero?

Un ulteriore aspetto delle riforme era l’Uskorenie, ossia “l’accelerazione”. Annunciata per la prima volta al Plenum del Comitato Centrale del PCUS il 23 aprile 1985, divenne anch’essa uno degli slogan delle riforme. In quell’occasione, Gorbaciov pose particolare enfasi sullo sviluppo dell’agricoltura e sull’aumento del “benessere della gente”, stabilendo come obiettivo di aumentare il reddito della popolazione entro il 1990 di 1,6-1,8 volte. In questo frangente di sviluppo sociale, promise anche di fornire a ogni famiglia sovietica un appartamento o una casa separati entro il 2000.

L’accelerazione doveva essere intesa anche nell’ambito tecnico scientifico, ormai obsoleto a confronto con l’Occidente, motivo per cui doveva marciare a braccetto con la “ricostruzione” della Federazione.

La Perestroika: successo o fallimento?

Analizzando gli obiettivi originari della Perestroika, possiamo concludere che le riforme introdotte hanno fallito nel loro intento e non sono riuscite a ricostruire il sistema sovietico efficacemente. Sebbene appaia oggi molto difficile che l’impero riuscisse a rimanere in vita ancora a lungo, è evidente che una serie di passi falsi compiuti da Gorbaciov contribuirono alla disfatta prematura dell’Urss.

Uno dei problemi principali fu probabilmente il lavoro da “solista” di Gorbaciov nell’intraprendere tali azioni correttive. Infatti, la mancanza di collaborazione e consiglio dai membri del Politburo creò grande risentimento tra gli esponenti del partito più conservatori. Inoltre, Gorbaciov non considerò le riforme in una prospettiva più generale e sinergetica che potesse durare nel tempo.

In secondo luogo, la mancanza di una buona conoscenza del mercato libero nel mondo sovietico portò a un vero e proprio vuoto nella ricostruzione. Alla fine, lo stesso Gorbaciov ammise di non potersi occupare efficacemente dell’intera federazione e lasciò che ogni repubblica si prendesse cura della propria economia (una decisione che venne ironicamente chiamata la Dottrina Sinatra, tratta dalla canzone del cantante “My Way”).

Infine, il fallimento della Perestroika è da attribuirsi anche all’inadempienza, all’ultimo momento, del piano dei 500 giorni, anche detta shock therapy. Il piano ​​comprendeva importanti misure per il risanamento delle finanze dello Stato, una demonopolizzazione delle imprese pubbliche e una progressiva liberalizzazione dei prezzi con lo scopo di passare in 500 giorni all’economia di mercato. Dopo gli scarsi risultati dei primi anni delle riforme, la shock therapy era diventato il piano B di Gorbaciov per salvare l’Urss, un progetto oltretutto sostenuto anche dallo stesso Eltsin (politico riformista che, in seguito alle dimissioni di Gorbaciov, firmò la fine dell’Urss e diventò il primo presidente eletto della nuova Russia). Tuttavia, Gorbaciov scelse di non attuarlo per non inimicarsi i conservatori, ma soprattutto per evitare un eccessivo rafforzamento delle repubbliche rispetto alla Federazione.

Il tentato colpo di stato

Le conseguenze economiche e politiche delle riforme portarono un gruppo di integralisti a tentare di prendere il potere nell’agosto del 1991, mentre Gorbaciov era in vacanza in Crimea. Per giorni, l’unica cosa visibile in televisione fu la registrazione de “Il lago dei cigni”, uno stratagemma spesso utilizzato in Russia nel corso di un colpo di stato.

Questo in particolare, in ogni caso, non riuscì nel suo intento, in quanto Boris Eltsin mandò a monte il piano del Comitato per la Sicurezza dello Stato (KGB) salendo sopra un carro armato e proclamando le loro azioni illegali. Tuttavia, il golpe fallito mise in evidenza l’impopolarità del leader sovietico tra i militari, politici e anche i cittadini. Poco tempo dopo, Gorbaciov lasciò il potere e, con l’ascesa totale di Eltsin, l’impero sovietico crollò definitivamente.

Boris Eltsin 21 febbraio 1989 [crediti foto: Ufficio presidenziale della stampa e l'informazione russa CC BY 3.0]
Boris Eltsin 21 febbraio 1989 [crediti foto: Ufficio presidenziale della stampa e l’informazione russa CC BY 3.0]

La fine della Guerra Fredda

La maggiore trasparenza diede la possibilità di conoscere meglio la realtà politica sovietica, anche se il repentino cambio di economia e sistema politico portarono ad anni bui, che videro la luce solo con l’ingresso al Cremlino di Vladimir Putin nel 1999. Visto soprattutto da una prospettiva occidentale, invece, il piano di riforme di Gorbaciov ebbe un impatto concreto nella politica estera, soprattutto nella decisione di ritirarsi dall’Afghanistan e di ridurre gli armamenti nucleari insieme al nemico storico, gli USA. Tali segnali di apertura furono fondamentali per attenuare, e infine estinguere, le tensioni della Guerra Fredda.

Anche se inizialmente non d’accordo, Gorbaciov accettò poi la piega degli eventi. Come dichiarato dallo stesso in un’intervista a Enrico Franceschini e Fiammetta Cucurnia il 27 dicembre del 1991: «Presa una decisione, non ci si pensa più. La stessa cosa mi successe nel 1985, quando decisi di cominciare. Oggi è la stessa cosa. È una scelta logica e del resto non è nemmeno inattesa. L’avevo detto: se il processo di riforma del nostro Stato multinazionale avesse superato la soglia di disgregazione dell’URSS, non ci sarebbe stato posto per me. Adesso inizia un’altra vita».

 

*L’ex presidente sovietico Mikhail Gorbaciov pronuncia il suo discorso “Fiume del tempo e imperativo dell’azione” sulla fine della Guerra Fredda di fronte al Muro di Berlino [crediti foto: Missouri State Archives via Flickr]
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