All’alba del Freedom Day, che celebra ogni anno l’avvento della democrazia e la fine dell’apartheid, il Sudafrica vive una fase politica inedita. Per la prima volta nella sua storia, l’African National Congress, ex partito di Nelson Mandela, governa senza la maggioranza assoluta, trovandosi così costretto a formare una coalizione con dieci partiti.
A distanza di quasi due anni da quel momento, come sta andando il governo di unità nazionale? E cosa c’è da sapere in vista delle elezioni locali?
Come si è arrivati al governo di unità nazionale?
Il Sudafrica è una repubblica parlamentare dominata da un forte esecutivo. Il Parlamento elegge tra i suoi membri il capo del governo, che è anche il capo di Stato. Dal 1994, anno in cui si sono tenute le prime elezioni a suffragio universale, il ruolo è sempre stato ricoperto da un esponente dell’African National Congress (ANC). È l’ex partito di Nelson Mandela, che portò il Paese all’indipendenza.
Quelle del 2024 sono state elezioni storiche: per la prima volta, l’ANC non ha ottenuto la maggioranza assoluta. Nonostante questo, il suo attuale leader di partito, Cyril Ramaphosa, si è imposto come capo del governo, posizione che occupa dal 2018. Il partito ha infatti mantenuto la maggioranza relativa, col 40,2% dei voti.
È una percentuale molto alta, ma che ha comunque costretto il partito a negoziare un governo di coalizione. Quello attualmente in carica è il secondo governo di coalizione della storia del Sudafrica indipendente. Ma c’è una differenza sostanziale col precedente. Nel 1994, Mandela varò un governo di coalizione non per necessità numeriche – l’ANC ottenne da solo il 62% – ma per riscrivere la Costituzione e riappacificare le forze politiche del paese.
Il “governo di unità nazionale”, come lo ha definito lo stesso Ramaphosa, è dunque il primo governo di coalizione sorto per necessità. Un passaggio che sembra segnalare una certa solidità della democrazia sudafricana, rispetto ai suoi omologhi continentali. Molti partiti e politici africani, talvolta anche provenienti dagli ex movimenti di liberazione, hanno rifiutato di cedere il potere una volta sconfitti, come nel caso della Costa d’Avorio o del Madagascar.
Il panorama politico sudafricano: il governo di unità nazionale
Nato come movimento di liberazione, l’ANC ha dominato la politica sudafricana, forte della legittimità derivante dall’indipendenza. Si caratterizza anzitutto come partito nazionalista, con un orientamento di centro-sinistra. Negli ultimi anni, il declino elettorale ha spinto il partito verso posizioni più centriste, pur aderendo all’Internazionale Socialista.
L’ANC guida il governo di unità nazionale, che è composto da ben dieci partiti. Il più noto fra questi, nonché il secondo più rappresentato in Parlamento, è la Democratic Alliance (DA). Ha posizioni liberali e si considera l’erede ideologico del Progressive Party, attivo durante l’apartheid. Dal 2006, la DA ricopre la carica di sindaco di Città del Capo, capitale legislativa del paese e ritenuta da molti una delle città meglio amministrate del Sudafrica.
La DA si distingue dall’ANC anche per un posizionamento filo-occidentale in politica estera, che spesso ha suscitato divisioni. Ma è stato soprattutto il coinvolgimento di partiti più a destra a scontentare la sinistra dell’ANC. Tra questi, i più noti sono l’Inkatha Freedom Party (IFP) e la Patriotic Alliance (PA), caratterizzati da una forte presenza regionale.
L’alleanza con questi partiti di orientamento conservatore ha portato l’ANC ad una storica rottura con il SACP, il partito comunista sudafricano. Il legame tra i due era sorto durante la battaglia contro l’apartheid e fu fondamentale per la liberazione di Mandela. Il SACP ha dichiarato che presenterà propri candidati alle prossime elezioni locali, la cui data è ancora da definire.
Il panorama politico sudafricano: l’opposizione
Il governo di unità nazionale si è così contraddistinto per un orientamento centrista, generalmente volto a rassicurare il mercato internazionale. Così facendo ha isolato i partiti africanisti e radicali dell’opposizione.
Una polarizzazione che ha riacceso i conflitti regionali, spesso originati da dispute politiche o sociali ereditate dalla dominazione coloniale. Canalizzati in identità etniche e culturali, si tratta di dinamiche complesse che non devono essere derubricate a mero tribalismo. È un fenomeno di politicizzazione delle identità: i contrasti sono trasferiti all’interno di linguaggi e culture comuni, in cui le comunità possono facilmente rivedersi.
In Sudafrica questo è particolarmente evidente nella provincia di KwaZulu-Natal, in cui è concentrata la maggior parte della popolazione che si riconosce nell’identità Zulu. Il Regno Zulu era noto per essere uno dei più potenti dell’Africa precoloniale, prima di essere sconfitto dalle truppe inglesi nel diciannovesimo secolo.
L’IFP era il partito più votato dalla comunità Zulu, fino all’ascesa di uMkhonto weSizwe (MK). È guidato dall’ex Presidente e membro dell’ANC Jacob Zuma, già condannato e attualmente indagato per corruzione. Rivendicando la sua identità Zulu, è riuscito ad ottenere fino al 45% dei voti della provincia.
Il nome stesso del partito è controverso: l’uMkhonto weSizwe era l’ala paramilitare dell’ANC, durante l’apartheid. A chiudere il cerchio vi è poi l’Economic Freedom Fighters (EFF), partito panafricanista e comunista. L’attuale leader è Julius Malema, recentemente condannato a cinque anni di carcere. La collaborazione tra le parti resta piena di incertezze e difficoltà.


Le difficoltà del governo di unità nazionale
La coalizione di governo è riuscita a mantenere un equilibrio tra le parti, nonostante le importanti divergenze politiche che lo caratterizzano. Parte di questo successo la si deve alla capacità di mediazione del Presidente Ramaphosa e alla sua popolarità. Nonostante il declino elettorale dell’ANC, Ramaphosa rimane la figura più apprezzata del paese e il suo tasso di approvazione supera anche quello del suo partito.
Il suo atteggiamento pragmatico lo si deve anche alla sua esperienza di navigato sindacalista e imprenditore. Il governo ha poi istituito una struttura di coordinamento interno, il Clearing House Mechanism. Si tratta di un forum informale che ha l’obiettivo di agevolare le negoziazioni tra i partiti, precedendo l’attività parlamentare.
Questo non toglie che siano mancati duri scontri: in particolare, sull’istruzione e sulla riforma fiscale. Ad oggi, la possibilità di mantenere il consenso della popolazione sembra legata a doppio filo alla gestione dell’economia e dei blackout energetici.
Il Sudafrica ha subito a lungo continue interruzioni energetiche molto gravi, con un picco nel periodo post-Covid. La situazione è recentemente migliorata, anche grazie all’implementazione di pannelli solari importati dalla Cina. Il blocco dello stretto di Hormuz, però, rende lo scenario più fragile.
La crisi internazionale avrà effetti economici inevitabili sul Paese, con l’inflazione destinata ad aumentare. Anche se gli indici di disoccupazione e di disuguaglianza economica sono in calo, i dati restano molto gravi. Allo stato attuale delle cose, la disoccupazione è al 31,4% e il Sudafrica è il quinto Paese al mondo per distribuzione ineguale della ricchezza.
Il multipolarismo pragmatico di Ramaphosa
In politica estera, Ramaphosa ha tentato di replicare l’atteggiamento pragmatico adoperato internamente, forte della sua popolarità e dei rapporti internazionali coltivati da anni. Il Sudafrica mantiene infatti relazioni ottime con molti Paesi europei ed è membro dei BRICS dal 2010.
Le recenti visite del capo di Stato in Spagna e in Germania lo confermano. Incontrando il Re Felipe VI e il premier Pedro Sánchez, con cui condivide anche l’affiliazione internazionale, Ramaphosa ha firmato importanti accordi in campo energetico e commerciale. A Berlino, col ministro dell’agricoltura tedesco ha concordato di elevare lo status dei rapporti bilaterali a partnership strategica.
Ramaphosa mantiene ottimi rapporti anche coi Paesi africani del blocco SADC (Comunità di Sviluppo dell’Africa Meridionale) e col Brasile di Lula, che ha incontrato recentemente. Le vere difficoltà iniziano nel continente nordamericano, in particolare con gli Stati Uniti di Donald Trump.
Dopo aver falsamente accusato il Sudafrica di un genocidio ai danni dei coltivatori afrikaner (da loro stessi smentito), Trump ha disertato il summit del G20 di novembre 2025, che aveva luogo proprio nel Paese africano. Oltre a Trump, erano assenti anche la Cina di Xi Jinping e l’Argentina di Milei.
L’atteggiamento di Trump nei confronti del Sudafrica è motivato dalla sua nota vicinanza politica ad ambienti del suprematismo bianco, ma anche dai rapporti difficili con Israele. Il Sudafrica è infatti il primo firmatario di una causa per genocidio intentata presso la Corte Internazionale di Giustizia nei confronti di Israele, giudicata “plausibile” da L’Aia.
Verso le elezioni locali: i possibili scenari

L’equilibrio precario delineatosi finora è sostanzialmente retto dalla capacità di Ramaphosa di negoziare all’interno della sua coalizione e di mantenere buoni rapporti con la comunità internazionale. Ma dovrà anche essere in grado di dare risposte concrete a livello economico, per mantenere divisa un’opposizione che non è ideologicamente allineata.
A complicare lo scenario si aggiungono le elezioni amministrative che si terranno in data da definire tra la fine dell’anno e l’inizio del 2027. I sondaggi mostrano che la popolarità dell’ANC è stabile, ma la DA cercherà di capitalizzare l’esperienza al governo. Nel tentativo di migliorare la propria immagine, recentemente la DA ha nominato Geordin Hill-Lewis, sindaco di Città del Capo, come nuovo leader.
Il clima non è drammatico, ma nemmeno favorevole. La sfiducia resta alta: solo il 38% ritiene che il proprio governo locale stia lavorando bene. La preoccupazione è rivolta soprattutto ai tassi di partecipazione alle elezioni, mai così bassa come alle elezioni nazionali del 2024, dove si toccò il peggior dato di sempre col 58%. Alle ultime elezioni locali del 2021, soltanto dieci milioni su trentasette aventi diritto al voto si recarono alle urne.
L’Unione Europea può certamente guardare al Sudafrica come partner affidabile nello scacchiere multipolare ed approfondire le relazioni bilaterali. Il Paese resta saldamente schierato nella difesa dei diritti umani e le opportunità di collaborazione sono molteplici. Non si tratta solo di convenienza geopolitica: decenni di sfruttamento coloniale impongono all’UE di sostenere convintamente lo sviluppo della democrazia sudafricana.
* Immagine di copertina: [foto di Kathrine Heigan via Unsplash]





