Conflitti e protesteSicurezza Internazionale

La strategia nel conflitto USA-Iran

Soldatini su sfondo bianco

Il conflitto tra USA, Israele e Iran continua, scandito da minacce e aperture al cessate il fuoco. Orizzonti Politici intervista il professor Niccolò Petrelli, esperto in intelligence e studi strategici, per cercare di narrare in modo indipendente, costruttivo ed accessibile uno degli attuali conflitti internazionali.

Dalla guerra dei 12 giorni all’operazione Epic Fury

La campagna militare dei 12 giorni, combattuta il giugno 2025 da Stati Uniti e Israele per arrestare il programma di arricchimento dell’uranio iraniano, riporta il dossier sulla proliferazione nucleare al centro del confronto diplomatico internazionale.

Il 6 Febbraio 2026, il mediatore Omanita ospita un nuovo round di colloqui indiretti tra Washington e Teheran proprio sul nucleare. Tuttavia, i negoziati non riescono a trasformare il cessate il fuoco del 2025 in un quadro stabile di sicurezza e il 28 febbraio 2026, il Pentagono lancia l’operazione Epic Fury colpendo Teheran e altre grandi città come Isfahan, Shiraz, Tabriz, Abadan e Karaj, con migliaia di target militari e infrastrutturali iraniani nel mirino.

Già nelle prime 12 ore, sono stati rilevati circa 900 strike contro obiettivi militari, nucleari e di leadership iraniani, impiego di oltre 200 jet israeliani, missili da crociera lanciati da navi USA, massiccio impiego di guerra elettronica e cyber‑attacchi preparatori.

Il 6 marzo 2026 l’Unicef fornisce un bilancio di 168 alunni rimasti uccisi, la maggior parte “di età compresa tra i 7 e i 12 anni” in un attacco a una scuola e la notizia genera forte indignazione nell’opinione pubblica internazionale. Intanto, negli USA, il 56% degli americani ritiene che Trump sia “troppo incline” a usare la forza militare e solo 1 americano su 4 appoggia gli strike su Iran.

Il quadro del conflitto resta, intanto, in continua evoluzione tra minacce e aperture al cessate il fuoco, il tutto condito da un’incertezza informativa che tipicamente accompagna i grandi conflitti internazionali.

Per questo OriPo propone al professor Niccolò Petrelli, Research Scholar presso il Luiss Center for International and Strategic Studies e docente in Studi Strategici presso L’Università Di Roma Tre, un tentativo, a quasi 2 mesi dallo shock iniziale dato dal conflitto, di ricostruire il dibattito sulla guerra di Stati Uniti, Israele e Iran ripartendo dalle cause che hanno spinto gli States ad intervenire militarmente.

Le leve politiche e strategiche dietro l’intervento

È un buon momento per testare cosa si può fare a Taiwan se si è seduti a Pechino, perché gran parte della capacità militare statunitense è stata spostata nel Golfo“, ha ironizzato L’ex ambasciatore degli Stati Uniti presso la Nato sotto la presidenza Obama, Ivo Daalder, il quale ha descritto la guerra all’Iran come un “errore strategico di proporzioni storiche”.

Il manifesto pacifico del presidente Donald Trump, sostenuto durante le elezioni del gennaio 2025, sembra ora più che mai un mero escamotage elettorale. Il professor Petrelli, sul punto, conferma che l’iniziale pacifismo di Trump fosse motivato da cause squisitamente politiche, determinate del rigetto dell’elettorato americano riguardo possibili nuove avventure all’estero dopo molti anni di attivismo.

Infatti, era piuttosto prevedibile, secondo Petrelli, un coinvolgimento degli Stati Uniti rispetto all’Iran, vista la forte pressione esercitata durante la prima amministrazione Trump sulla proliferazione nucleare, tema cardine della politica estera statunitense sul Medio Oriente. In più, sembra anche che il governo Netanyahu, politicamente avverso alla repubblica islamica, riesca ad avere un buon grado di influenza sulla politica statunitense con l’amministrazione Trump.

La pressione della lobby israeliana

Rispetto al tema della lobby israeliana è stata particolarmente rilevante l’uscita di scena del direttore del National Counter Terrorism Center, Joe Kent, uno dei più alti funzionari di Stato anche interni al Movimento Maga. Nella sua lettera di dimissioni dichiara che l’Iran “non rappresentava una minaccia imminente” e che la guerra è stata avviata “a causa della pressione di Israele e della sua potente lobby americana”.

L’abbandono dell’incarico da parte di Kent ha animato una nutrita corrente di pensiero all’interno del dibattito sulla sicurezza nazionale negli Stati Uniti, secondo la quale l’intervento armato in Iran sia stato determinato dall’influenza israeliana sul presidente Trump, più che dagli obiettivi strategici USA.

Il Professor Petrelli precisa che tanti funzionari della sicurezza nazionale e dell’intelligence americana sono effettivamente convinti che gli Stati Uniti dovrebbero avere un ruolo meno attivo a livello globale e piuttosto dovrebbero cercare di raccogliere risorse per raggiungere i propri principali obiettivi strategici. Quindi meno questioni, affrontate meglio, con ovvio riferimento alla Cina, piuttosto che al medio oriente. Aggiunge che il Medio Oriente da tempo era ritenuto un teatro secondario rispetto a cui gli Stati Uniti avevano impegnato troppe risorse per troppo lungo tempo.

Rimane, tuttavia, scettico sul sostenere che questa sia una guerra “di altri”, perché, malgrado la presenza di una lobby capace di influenzare la politica estera americana, e la sinergia strategica tra i due Paesi, Petrelli reputa piuttosto fantasioso che gli Stati Uniti si siano visti imporre la guerra o che si siano fatti raggirare da Netanyahu.

Dal suo punto di vista, al contrario, gli interessi israeliani e statunitensi hanno trovato terreno comune per allinearsi nel contenimento dell’Iran in continuità con la guerra dei 12 giorni. A ciò va aggiunto il fatto che Trump si sia dimostrato molto più incline all’uso della forza rispetto a molti suoi predecessori.

Poi c’è stato un elemento contingente, aggiunge Petrelli, che è quello che gli Stati Uniti non si trovano più nella situazione di dipendenza energetica in cui si trovavano qualche anno fa grazie allo shale gas o fratturazione idraulica, che ha portato gli States ad estrarre 1.033 miliardi di metri cubi di gas naturale nel 2024. Questo fattore potrebbe aver ulteriormente contribuito a convincere l’amministrazione Trump di avere mano libera e di poter affrontare la guerra in maniera molto più solida rispetto a quanto si sarebbe potuto fare anni fa.

La Cina sullo sfondo della partita iraniana

La Cina, continua il professore, ha mantenuto un atteggiamento prudente, tentando di porsi come attore di mediazione, tramite il Pakistan. Intanto, la Cina sta riservatamente sfruttando a proprio vantaggio il conflitto, accedendo alle informazioni che l’Iran avrà acquisito rispetto al funzionamento della macchina militare statunitense.

Informazioni che rimangono vaghe nelle dichiarazioni ufficiali, aggiunge il professore: nelle conferenze stampa al pentagono e al dipartimento della guerra, i Battle Damage Assessment sui danni effettivamente arrecati, sugli obiettivi colpiti, erano redatti a grandi linee. L’entità effettiva dei danni è quindi difficile da valutare a livello granulare, spiega Petrelli. Per il momento si vede un sistema militare, quello iraniano, che ancora riesce a funzionare in maniera tale da creare dei costi per gli avversari.

Dal punto di vista dell’Intelligence, la teoria propugnata dal Mossad, per cui la decapitazione della leadership, opportunamente coadiuvata da operazioni clandestine, avrebbe portato il regime a crollare, è fallita miseramente.

Ne emerge che gli Stati Uniti abbiano effettivamente sottovalutato la resilienza del regime iraniano. Petrelli, infatti, spiega che: <<“È stata una discalculia strategica veramente non da poco. Questo sulla base delle informazioni imperfette e incomplete che sono emerse sui media, ma per quello che noi sappiamo, sembra evidente che ci sia stato un calcolo strategico molto superficiale, molto approssimativo.” >>

Lo stress test della NATO

Dal punto di vista europeo, invece, il dibattito è sulla sopravvivenza dell’asse atlantico al conflitto in Iran. Questa volta gli Europei hanno espresso un sostanziale rifiuto di sostenere Trump per la sicurezza sullo stretto di Hormuz e questo potrebbe essere un punto di non ritorno diverso dalle altre occasioni, per via della portata del conflitto.

Secondo Petrelli, le basi legali su cui l’amministrazione Trump ha chiesto il supporto degli alleati della Nato sono state piuttosto deboli. Ma, dal momento che anche piccole dimostrazioni di solidarietà politica, sarebbero stati possibili, il rifiuto europeo sembra avere un carattere volutamente politico. Difficilmente avrebbero potuto accettare un dialogo totalmente ineguale in quelle forme.

La retorica sprezzante di Trump, spiega il professore, è una manifestazione più aggressiva di un problema che esiste da decenni, ovvero quello dell’equa ripartizione delle spese e dei rischi relativi alla difesa tra gli alleati NATO. In questo, Trump, qualcosa ha ottenuto: parte degli alleati europei ha riconosciuto implicitamente l’esigenza di fare di più e infatti si è registrato un impegno per un maggior investimento in ambito di difesa.

In ogni caso, precisa Petrelli, gli Stati Uniti mettono a disposizione in ambito NATO delle capacità operative che gli alleati europei non sono in grado di sostituire. La Nato senza gli Stati Uniti non può funzionare come dispositivo militare.

La tregua del 7 aprile: l’accordo sui 10 punti

La tregua proposta da Washington il 7 Aprile 2026 sembrava suggerire una svolta verso la pace, ma è stata infranta a distanza di poche ore. L’instabilità delle tregue, spiega Petrelli, è fisiologica: le trattative possono fallire nelle loro manifestazioni formali ma proseguire in forme sotterrane e indirette, indipendentemente dalle dichiarazioni ufficiali. Mentre i negoziati reggono, entrambe le parti valutano le possibilità nel caso in cui le ostilità riprendessero, conferendo alla trattativa, talvolta, un sapore squisitamente tattico.

Al momento, mentre l’Iran anche solo sopravvivendo può accreditarsi una narrativa di vittoria, come già del resto sta facendo, l’amministrazione Trump ha invece bisogno di un qualche tipo di esito per uscire dalla guerra quindi una qualche concessione da parte iraniana. Per ora, gli elementi di fatto che pongono in contrasto Stati Uniti e Iran non sono stati risolti, quindi il conflitto nei suoi elementi fondamentali persiste.

Il quadro che emerge

Dal racconto che Niccolò Petrelli offre del conflitto in corso, emerge un quadro piuttosto chiaro. Israele e Stati Uniti, allineati, si sono scagliati contro il programma nucleare della repubblica islamica, con il gigante cinese sullo sfondo, cauto e indiretto destinatario delle manipolazioni della filiera globale dell’energia.

Questa cornice può offrire, in prospettiva, una sorta di legittimità all’amministrazione Trump verso l’uso della forza, ma non lo ha messo al riparo dal grave errore di valutazione sugli esiti della decapitazione del regime. Al netto della resilienza dimostrata dalla leadership iraniana, la “discalculia strategica” degli Stati Uniti penalizzerà il presidente Donald Trump nel prossimo mid-term di Novembre. Dal punto di vista europeo, invece, è in corso uno stress test per l’asse atlantico, che resta operativamente dipendente dall’alleato americano.

È il futuro del conflitto a rimanere più opaco, scandito da oscillazioni tattiche che, nel breve periodo, rendono difficile individuare la direzione complessiva degli eventi.

*Immagine di copertina: [Foto di Saifee Art via Pexels]
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