La conduzione di campagne di disinformazione è ormai un tratto consolidato delle guerre moderne, definite, sempre più spesso, ibride. Accanto alle operazioni militari tradizionali, la manipolazione delle notizie, unita a cyberattacchi e sabotaggi alle infrastrutture informatiche, diventa a tutti gli effetti un’arma da impiegare sul campo di battaglia.
Il ricorso a questo genere di pratiche rappresenta una costante del modus operandi russo, dove, dai tempi dell’Unione Sovietica fino all’attuale conflitto in Ucraina, la disinformazione è stata sistematicamente impiegata come strumento strategico, affinando le tecniche di produzione e distribuzione dei contenuti con l’evoluzione delle nuove tecnologie.
Gli obiettivi della disinformazione russa nel conflitto in Ucraina
Dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina, nel febbraio 2022, il Cremlino ha dato vita ad una poderosa e articolata macchina della disinformazione, che viene tutt’oggi adoperata per minare l’integrità dell’infosfera a livello europeo e globale. Attraverso la diffusione di informazioni distorte e verità alternative alla realtà fattuale, la Russia mira a influenzare la percezione internazionale del conflitto, destabilizzando l’opinione pubblica e compromettendo la coesione dei paesi schierati in favore dell’Ucraina.
L’operazione si muove verso due obiettivi principali, tra loro strettamente interconnessi. Da un lato, si propone di alterare l’immagine dell’Ucraina agli occhi della comunità internazionale, diffondendo narrazioni volte a screditare il governo Zelensky, tacciato di corruzione e di legami con l’ideologia nazista. Dall’altro, intende generare fratture interne nei paesi favorevoli a Kiev, incentivando l’idea secondo cui l’assistenza economica e militare all’Ucraina, così come le sanzioni imposte alla Russia, sarebbero strategie inefficaci e controproducenti.
A sostegno di quest’ultima tesi, la propaganda russa non ha esitato a inquadrare l’Unione europea – della quale Zelensky sarebbe un mero burattino – come l’effettiva propugnatrice del conflitto. L’Ue viene descritta come un soggetto intento a prolungare gli sforzi bellici per potersi definitivamente trasformare in un’alleanza militare. Tale messaggio è stato strumentalmente rilanciato anche in recenti contesti elettorali, come in Moldavia e Repubblica Ceca, dove è stato alimentato il timore di una possibile escalation della guerra in caso di vittoria delle forze politiche filo-Ue.
L’operazione Doppelgänger: un esempio di campagna di disinformazione russa
Una delle più vaste campagne di disinformazione avviate dall’inizio del conflitto, e tuttora in corso, consiste nel presentare contenuti deliberatamente falsi o fuorvianti sotto la veste di notizie pubblicate da fonti d’informazione serie e affidabili. Tale operazione – monitorata attivamente dall’EU DisinfoLab – è stata soprannominata “Doppelgänger”, ricorrendo al termine tedesco traducibile come “doppio”, “sosia”, per riferirsi alla pratica di creare siti falsi di notizie che imitano quelli delle testate giornalistiche occidentali più note, o quelli delle istituzioni governative.
Fondamentale, a tal scopo, il ruolo di esperti del marketing e della comunicazione, e di specialisti delle tecnologie dell’informazione, in grado di predisporre e mettere in atto strategie di disinformazione tanto insospettabili quanto persuasive. La maggior parte dei contenuti diffusi dall’operazione Doppelgänger è ascrivibile ad una serie di agenzie private, specializzate proprio in questi campi, e finanziate direttamente dal Cremlino: la Social Design Agency (SDA) è una di queste.
Attraverso l’attività dei suoi professionisti, la SDA ha fedelmente replicato – facendo attenzione a registrarli su domini alternativi e poco monitorati – i siti web di The Guardian, Le Monde, Der Spiegel, ANSA e Fox News. Infatti, la SDA ha pubblicato articoli che riproducono lo stile e il linguaggio delle testate originali, così come la disposizione dei contenuti sulla pagina e la grafica. Tattica analoga è stata utilizzata per i siti ufficiali di enti governativi, come il ministero degli Esteri francese e il ministero degli Interni tedesco, e di organizzazioni internazionali, come la NATO.
La catena di montaggio nella fabbrica della disinformazione russa
Come rivelato da un’inchiesta condotta da media tedeschi ed estoni, e successivamente resa pubblica da Radio Free Europe, l’operato della SDA si articola in tre fasi successive. Ciascuna fase contribuisce a creare il prodotto finito, pronto per la distribuzione su larga scala.
La prima fase consiste nel monitoraggio quotidiano – svolto da un team di analisti – dei contenuti mediatici diffusi in rete in sei lingue diverse, con l’obiettivo di individuare i temi di dibattito ricorrenti nei paesi target. La seconda fase, di natura analitica, prevede lo studio delle vulnerabilità del pubblico da influenzare e l’identificazione delle priorità attorno alle quali orientare i potenziali contenuti disinformativi. La terza fase è quella maggiormente creativa, e si concentra sul vero e proprio confezionamento di prodotti comunicativi falsi, che spazia dalla redazione di articoli giornalistici che ricalcano la forma di quelli occidentali, alla realizzazione di materiale caricaturale e non, con leader politici protagonisti.
Intelligenza artificiale e social media come amplificatori della campagna di disinformazione
Per aumentare la diffusione dei contenuti e accrescere la loro verosimiglianza, social media e intelligenza artificiale (IA) si sono rivelati preziosi alleati. L’IA, in particolare, ha consentito di creare in modo semplice e rapido un numero elevatissimo di immagini, video e audio falsi, spesso a corredo di articoli giornalistici realizzati ad hoc.
Dall’inizio del conflitto, l’impiego dell’IA nel generare disinformazione è cresciuto significativamente, complici il miglioramento della qualità dei contenuti ottenibili e la loro ampia propagazione grazie ai social media. Piattaforme come Meta, X e Telegram sono state utilizzate per ampliare la visibilità di questi stessi contenuti, mediante l’attivazione di account falsi, o la pubblicazione di inserzioni pubblicitarie con messaggi tesi a screditare leader politici ucraini e occidentali, e a scoraggiare gli aiuti verso Kiev.
Purché se ne parli: l’effetto paradossale della visibilità negativa
L’operazione Doppelgänger ha naturalmente ricevuto un’ampia attenzione da parte dei media occidentali e delle istituzioni impegnate nel contrasto alle cosiddette attività di Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI). Tuttavia, la visibilità negativa conferita alla macchina della disinformazione russa – tramite la pubblicazione di inchieste, la denuncia e rivelazione degli attori coinvolti – ha sortito un effetto di paradossale successo per il Cremlino.
La copertura mediatica occidentale ha infatti garantito un importante ritorno sugli investimenti della SDA, che, a sua volta, ha potuto ottenere maggiori finanziamenti da Mosca, insieme ad un ampliamento delle responsabilità. In questo senso, come affermava Oscar Wilde in un suo romanzo, è valsa la logica del “nel bene e nel male, purché se ne parli”. Essere smascherati, denunciati o sottoposti a fact-checking non rappresenta un fallimento, ma piuttosto un indicatore di successo, poiché significa che il messaggio è stato in grado di raggiungere il pubblico di riferimento.
Una minaccia ancora attuale
La disinformazione continua ad essere un fenomeno attuale e preoccupante. Un recente rapporto dell’Osservatorio europeo sui media digitali (EDMO) evidenzia come l’Ucraina resti un bersaglio ricorrente della disinformazione russa in molti paesi dell’Unione europea. Nonostante alcuni dei soggetti responsabili – tra cui la stessa SDA – siano stati individuati e sanzionati a livello internazionale, queste misure risultano ancora insufficienti a neutralizzare la minaccia.
La situazione risulta ulteriormente complicata dal fatto che alcuni leader politici occidentali contribuiscono ad aumentare la circolazione di notizie false riproponendo le narrative propagandistiche veicolate dal Cremlino. Secondo l’EDMO, non è infatti un caso che la crescita di questa tendenza coincida con il ritorno di Trump alla Casa Bianca. Le campagne di disinformazione, inoltre, sono spesso alimentate economicamente da grandi brand, i cui annunci pubblicitari vengono inconsapevolmente diffusi sui siti di disinformazione russa tramite meccanismi di pubblicità programmatica.
Un ostacolo aggiuntivo è dato dal ridimensionamento dei programmi di verifica dei fatti da parte di grandi piattaforme come Meta (per ora solo negli Stati Uniti) e X, che hanno deciso di affidare le attività di fact-checking direttamente agli utenti. Sebbene a livello europeo tale aspetto sia maggiormente regolato, attraverso strumenti normativi che pongono la responsabilità della moderazione dei contenuti in capo ai proprietari delle piattaforme, è tuttavia indispensabile garantire una reale applicazione delle misure previste.
Cosa si può fare, dunque?
Per tentare di arginare la minaccia, occorre anzitutto attuare un cambio di prospettiva e sforzarsi di riconoscere le cause meno visibili – ma non per questo meno rilevanti – del fenomeno in questione. Bisogna, in altre parole, acquisire consapevolezza del fatto che, accanto agli autori della disinformazione, ricoprono un ruolo parimenti dannoso i facilitatori della disinformazione, ovvero tutti quei soggetti che favoriscono la propagazione dei contenuti manipolati e/o ostacolano un contrasto efficace alla loro diffusione.
È in questo contesto che diventa essenziale integrare, accanto agli sforzi normativi per uno spazio informativo più sicuro e trasparente, un progetto di sensibilizzazione dei cittadini sul tema, perché solo attraverso un approccio sistemico e coordinato sarà possibile tutelare l’integrità dell’infosfera, che, a sua volta, viene ad essere uno degli elementi prioritari per la salvaguardia della democrazia.
*Immagine di copertina: [Foto di Jorge Franganillo via Unsplash]





