L’abbassamento dell’età del voto ai sedicenni è una proposta che ciclicamente riemerge nel dibattito pubblico italiano, spesso legata al tema della scarsa partecipazione giovanile e degli squilibri generazionali.
Capire se sia davvero realizzabile richiede di considerare tre dimensioni: i vincoli istituzionali, il comportamento politico dei giovani e, soprattutto, la sostenibilità politica della riforma.
Abbassare l’età del voto: vincoli costituzionali e margini di riforma
Il diritto di voto in Italia è regolato dall’articolo 48 della Costituzione, che, tra le altre cose, stabilisce come requisito per votare la maggiore età di 18 anni. L’estensione del voto ai sedicenni è quindi possibile solo attraverso una revisione costituzionale.
Il sistema è già stato modificato in passato. Nel 2021 il Parlamento ha approvato l’abbassamento da 25 a 18 anni dell’età per votare al Senato. Questo dimostra che il sistema non è immutabile, ma che è necessario un consenso politico ampio, tale da ottenere una maggioranza qualificata (i due terzi del Parlamento).
Una proposta di legge costituzionale sul voto ai sedicenni è stata presentata alla Camera il 7 ottobre 2024 ed è stata assegnata alla Commissione Affari Costituzionali. La proposta interviene sul primo comma dell’articolo 48, sostituendo le parole “maggiore età” con “il sedicesimo anno di età”.
I temi principali riguardano la rappresentanza e l’equilibrio generazionale. La proposta evidenzia come l’aumento dell’età media della popolazione riduca il peso elettorale dei giovani, con possibili effetti su scelte di policy, in particolare in ambito di welfare e pensioni.
La proposta richiama il fatto che esistono già alcune eccezioni al principio della maggiore età: a 16 anni è possibile contrarre matrimonio con autorizzazione, compiere atti relativi alle proprie opere, lavorare e riconoscere un figlio. Inoltre, alcuni Paesi hanno già introdotto il voto a sedici anni, tra cui l’Austria, che risulta essere il principale caso europeo.
La partecipazione dei giovani alla vita politica
Uno degli argomenti principali contro il voto ai sedicenni in Italia è che i giovani partecipano poco alla vita politica. Questa posizione ricorre nel dibattito pubblico, dove la proposta viene spesso considerata una riforma poco efficace se non accompagnata da un aumento reale della partecipazione.
I dati in Italia confermano una partecipazione limitata, ma non mostrano una differenza netta tra minorenni e maggiorenni.
Nel 2024 solo il 16,3% dei ragazzi tra 14 e 17 anni si informa di politica almeno una volta a settimana. Tra i 18 e i 24 anni la quota sale al 34,6%, ma resta comunque minoritaria. Il 60,2% dei 14-17enni non si informa mai di politica. Il passaggio tra 16 e 18 anni non segna quindi una rottura evidente. I livelli di informazione restano bassi anche tra i maggiorenni.
Anche sul voto il quadro è simile. Secondo il Rapporto Giovani 2024 dell’Istituto Giuseppe Toniolo, oltre il 50% dei giovani tra 18 e 34 anni è indeciso o orientato all’astensione.
La partecipazione esiste, ma si sposta fuori dai canali tradizionali. Le ricerche mostrano una maggiore presenza online e un coinvolgimento più frequente su temi specifici, con un consumo di informazione che passa sempre più attraverso fonti alternative.
In ogni caso la bassa partecipazione è un fenomeno che non riguarda solo i minorenni, piuttosto, riguarda l’intera fascia giovanile.
Cosa votano i giovani (e cosa voterebbero i sedicenni)
Nel dibattito sul voto ai sedicenni, l’orientamento politico dei giovani viene spesso richiamato in modo implicito come possibile fattore di rischio.
Non esistono molte dichiarazioni esplicite da parte di attori istituzionali che colleghino direttamente l’opposizione alla riforma a un calcolo elettorale. Tuttavia, è plausibile che l’ampliamento del corpo elettorale venga considerato anche per i suoi possibili effetti sugli equilibri politici.
I dati italiani non mostrano un comportamento elettorale completamente compatto, ma negli ultimi anni emergono alcune tendenze.
Alle elezioni europee del 2024, il voto della Gen Z si distribuisce tra più forze, ma con una quota maggiore di elettori per il Partito Democratico e Alleanza Verdi-Sinistra, oltre che per il Movimento 5 Stelle. Il centrodestra risulta meno competitivo tra i più giovani rispetto alle fasce più adulte.
I giovani non costituiscono un blocco elettorale prevedibile, ma mostrano una maggiore tendenza verso il centrosinistra rispetto alle fasce più alte.
Per quanto riguarda i sedicenni, non esistono dati sul caso italiano. Come visto nel precedente articolo, le analisi comparative mostrano che le preferenze politiche dei 16-17enni tendono a essere simili a quelle dei 18-20enni, con una maggiore influenza del contesto familiare e scolastico.
Questo rende difficile sostenere che l’estensione del voto produrrebbe uno spostamento immediato degli equilibri elettorali.
L’assenza di un orientamento stabile rende quindi difficile prevedere l’effetto politico della riforma e, proprio per questo, l’incertezza sugli effetti elettorali la rende più difficile da sostenere politicamente.
Il voto giovanile pesa di più rispetto al passato e viene osservato con maggiore attenzione. Anche in Italia, nel referendum costituzionale del 2026, il dato sulla Gen Z (58,5% No) è stato molto discusso, segno di una crescente attenzione verso il comportamento elettorale dei più giovani.
Chi è contrario (e perché la riforma resta ferma)
A livello politico, non esiste una linea unica. Alcuni partiti, soprattutto nel centrosinistra (PD, AVS, +Europa), hanno sostenuto o aperto alla proposta. Il Movimento 5 Stelle, che ha presentato la proposta di legge costituzionale di cui abbiamo parlato all’inizio, si colloca tra i favorevoli. Più caute o contrarie le posizioni nel centrodestra (FdI, FI, Lega). Non si è però mai formata una maggioranza ampia e stabile.
Le ragioni dell’opposizione si concentrano su pochi elementi.
- Il tema della maturità, già trattato nel precedente articolo, resta uno degli argomenti più ricorrenti, anche se non supportato in modo netto dalla letteratura comparata.
- Un secondo elemento riguarda le priorità. Il livello di partecipazione giovanile resta limitato e il voto ai sedicenni viene spesso considerato secondario rispetto ad altre riforme, come il voto fuorisede o interventi sull’educazione civica.
- Infine, pesa l’incertezza sugli effetti elettorali. Come visto, il comportamento di voto dei giovani non è stabile, e questo rende difficile stimare l’impatto della riforma.
A questi fattori si aggiunge un dato istituzionale: la riforma richiede una revisione costituzionale e quindi maggioranze qualificate. È necessaria un’ampia maggioranza, altrimenti la proposta tende a rimanere ferma.
Esiste una possibilità concreta di riforma?
La proposta di legge quindi esiste, ma al momento non sembra esserci una finestra politica favorevole, almeno per una proposta che verta unicamente su questo tema.
Il problema è riconosciuto, la soluzione è sul tavolo, ma manca una convergenza tra attori politici. E senza una maggioranza ampia, una revisione costituzionale resta difficilmente realizzabile.
Fuori dalle istituzioni, il tema è portato avanti da alcune organizzazioni giovanili e studentesche, come la Rete degli Studenti Medi e l’Unione degli Universitari, che lavorano sulla partecipazione e sul diritto di voto, anche se con maggiore attenzione su temi come diritto allo studio e voto fuorisede.
A livello europeo, il tema è sostenuto anche dall’ European Youth Forum, che ha più volte promosso l’estensione del voto ai 16 anni, e dalla risoluzione del Parlamento europeo (2015/2035(INL)) che invita gli Stati membri a valutarla.
Una possibilità è quella di inserire il voto ai sedicenni all’interno di un pacchetto più ampio di riforme sulla partecipazione. Se gli attori favorevoli convergessero su un’agenda di elementi comuni includendo anche educazione civica e voto fuorisede, la proposta potrebbe uscire da una posizione marginale.
Negli ultimi anni proprio il tema del voto fuorisede ha ricevuto maggiore attenzione, arrivando a una sperimentazione per le elezioni europee del 2024 e tornando rilevante nel dibattito pubblico durante e dopo il referendum costituzionale di marzo 2026. Questo mostra che alcune riforme sulla partecipazione sono politicamente praticabili e apre un’opportunità anche per il voto ai sedicenni.
In questo quadro, si potrebbe immaginare una introduzione graduale, ad esempio limitata inizialmente alle elezioni europee o amministrative, sul modello di altre sperimentazioni. Resterebbe comunque necessaria una revisione costituzionale, ma una soluzione di questo tipo potrebbe risultare più sostenibile sul piano politico.
Una riforma possibile, ma senza le condizioni politiche
L’assenza di una convergenza tra attori politici e l’incertezza sugli effetti elettorali rendono difficile la costruzione di una maggioranza ampia.
Se sul piano democratico la proposta è difendibile, le obiezioni sull’inadeguatezza dei sedicenni non trovano un riscontro solido nella letteratura comparata. Resta però il dato politico: senza una coalizione sufficientemente ampia, la riforma appare oggi fragile e difficilmente concretizzabile.
In questo contesto, il voto ai sedicenni difficilmente potrà avanzare come intervento isolato. Più probabile è che venga inserito in un pacchetto più ampio di riforme sulla partecipazione giovanile, insieme a misure già presenti nel dibattito come il voto fuorisede o il rafforzamento dell’educazione civica.
Finché queste condizioni non si realizzano, il tema è destinato a restare nel dibattito pubblico, ma ai margini dell’agenda politica.
*Immagine di copertina: [Foto di Phil Scroggs via Unsplash]





