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Sic itur ad astra: come lo spazio è tornato al centro del dibattito contemporaneo

spazio come dimensione strategica contemporanea

Negli ultimi anni lo spazio è riemerso come uno dei maggiori ambiti di competizione, innovazione e rilevanza globale. Stati, agenzie governative e, soprattutto, attori privati, hanno posto il dominio spaziale sempre più al centro delle loro visioni strategiche.

La graduale conquista di una dimensione leggendaria

Il cielo ha sempre abitato l’immaginario dell’umanità. Abitava di certo quello di Virgilio,  mentre coniava il verso “sic itur ad astra”, “così si va alle stelle”, associando gli astri alla gloria terrena. Allo stesso modo secoli dopo, Ariosto mandava Astolfo sulla Luna nel suo Orlando Furioso. Lo spazio era sempre lì, nella mente e nelle ambizioni dell’essere umano.

Il 21 luglio del 1969 qualcosa cambiò. Mentre Neil Armstrong compiva la più famosa passeggiata della storia dell’Homo Sapiens, lo spazio diventava un luogo raggiungibile dalle nostre ambizioni.

In piena Guerra Fredda, in piena competizione tecnologica e strategica con l’Unione Sovietica, la  NASA era riuscita in qualcosa di incredibile. Fondata nel 1958, quattro anni dopo aveva ricevuto un importante fardello da parte dell’allora presidente John Kennedy: andare sulla Luna prima dei sovietici, capaci di mandare il primo uomo nello spazio nel 1961. Meno di un decennio dopo, quella missione era compiuta e gli Stati Uniti avevano riguadagnato il primato.

Dalla Guerra Fredda a oggi: stesso spazio, nuove dimensioni

Quel giorno d’estate del 1969 aprì gli occhi al mondo. Lo spazio, dimensione ufficialmente domata dall’uomo, era ben oltre pianeti, stelle e silenzio. Si era aperta una nuova dimensione di competizione, che, oltre al campo scientifico, sarebbe potuta estendersi anche ad altri ambiti di confronto.

Oggi, nel 2026, lo spazio sopra le nostre teste è lo stesso. Il mondo, però, è cambiato molto. Il bipolarismo ha lasciato spazio a quello che Graham Allison definisce un momento unipolare, all’insegna del dominio a stelle e strisce, per poi tornare a un multipolarismo deciso e affermato, quello che caratterizza i giorni nostri all’apice del disordine globale.

Non si può più parlare soltanto di Stati quando si menzionano il controllo e la gestione delle attività spaziali. L’approccio transnazionale è oggi il vero protagonista. Lo spazio è dunque negli interessi degli Stati, ma anche di molti attori privati, decisi a sfruttarne le potenzialità, le risorse e la vastità. Infine, la dimensione scientifica e strategica è oggi solo una delle tante aree in cui lo spazio è tornato al centro del dibattito. Economia, sicurezza e questioni climatiche e giuridiche, sono strettamente legate ad esso.

Investire nello spazio: la space economy che guarda al futuro tra grandi aziende e startup

Con il termine space economy si intende l’insieme delle attività economiche legate al dominio spaziale. Essa comprende sia quelle che, in gergo, sono definite attività upstream, ad esempio, il lancio e la costruzione di satelliti, sia le attività downstream, svolte sulla Terra e basate sull’utilizzo dei dati spaziali. Tra queste rientrano telecomunicazioni, navigazione, osservazione della Terra e applicazioni legate all’ampio spettro d’azione dell’intelligenza artificiale.

Una delle caratteristiche peculiari di questa economia è la sua natura ibrida. Si tratta, infatti, di un paradigma vincente di ecosistema in cui attori statali e privati collaborano e competono liberamente. In questo ambito vengono valorizzati il ruolo del settore privato e il suo contributo all’innovazione. In particolare, viene esaltata la sua natura complementare a un sistema statale che resta centrale, ma non è più l’attore unico e assoluto nella partita. Questo è evidente nell’industria dei satelliti, ormai divenuti infrastrutture critiche per il funzionamento delle società contemporanee.

Ad esempio, Starlink, il progetto satellitare dell’azienda americana SpaceX, è il più grande produttore e lanciatore di satelliti al mondo. Operando nel settore privato, ha saputo valorizzare la propria centralità e competenza, unite a un costo di produzione unico per efficienza, diventando il principale partner del governo americano.

Più in generale, la riduzione dei costi di accesso all’orbita e l’innovazione tecnologica hanno abbassato fortemente le barriere di ingresso, spostando la natura del mercato spaziale da un’accezione oligopolistica a una libera concorrenza sempre più nitida, in cui il ruolo delle startup e delle piccole e medie imprese è sempre più rilevante e incentivato. Il mercato italiano è, in questo senso, estremamente florido ed esemplificativo. Gli investimenti previsti, fino a un massimo di 7,3 miliardi di euro entro fine 2026, mirano a valorizzare la potenzialità delle startup italiane in ambito aerospaziale, che, da nord a sud, puntano a rivoluzionare e a contribuire al progresso dell’industria europea e globale.

Citando alcuni numeri conclusivi, il valore complessivo dell’economia spaziale globale supera i 500 miliardi di dollari, con stime che prevedono un’espansione fino a oltre 1.000 miliardi di dollari entro il 2040. Cifre che riflettono l’incremento del numero di satelliti nel corso degli anni e le stime per i decenni successivi.

Clima e monitoraggio ambientale: lo spazio al servizio del pianeta

Un altro ambito di analisi innovativo è l’uso dello spazio per il monitoraggio climatico e ambientale. Quando si parla di satelliti e di orbite satellitari, non si parla infatti di un’unica orbita, ma di tre differenti: l’orbita terrestre bassa, quella media e quella geostazionaria. Ciascuna ha una funzione diversa e ospita tipi specifici di satellite.

Quella bassa, in particolare, è fondamentale per il monitoraggio della Terra dallo spazio. Attraverso dati precisi, continui e costantemente aggiornati, è possibile monitorare cambiamenti climatici, rischi naturali e risorse ambientali, fornendo un importante supporto sulla Terra a enti come la protezione civile e agli organi politici per la gestione delle risorse e degli ecosistemi globali.

Questa esigenza si colloca tra i nuovi utilizzi dello spazio, in un’epoca in cui il cambiamento climatico sta raggiungendo livelli storici e potenzialmente irreversibili. Adottare una nuova prospettiva costituisce un sistema di analisi intelligente e potenzialmente efficace, volto a incrementare la responsività e la rapidità di reazione di fronte a fenomeni climatici sempre più estremi.

In questo senso, l’Unione Europea ha investito ampiamente, in linea con il suo storico impegno per la tutela dell’ambiente e la promozione delle politiche green. Il suo progetto di monitoraggio terrestre, noto come Copernicus, prevede una serie di satelliti vedetta, chiamati Sentinel, posizionati in orbita inferiore tra i 700 e i 1336 km di quota.

Un solo satellite, Sentinel-4, si trova in orbita geostazionaria a 36.000 km di distanza dalla Terra per monitorare con costanza il continente europeo. La copertura di questo progetto è totale, dall’atmosfera al territorio, al clima e all’ambiente marino, con dati in tempo reale e accessibili a tutti i cittadini europei. Esso fornisce un modello di riferimento virtuoso per un uso efficace dello spazio a fini ambientali e di sicurezza climatica.

L’immortale ruolo della ricerca e dell’esplorazione spaziale

Sebbene la confidenza dell’essere umano verso lo spazio sia aumentata notevolmente dopo quell’estate del 1969, ciò che si trova oltre l’atmosfera è ancora tutto da scoprire. Una dimensione che rimane ancora oggi al centro dell’attività spaziale è dunque quella della ricerca scientifica.

In questo senso centrale è il ruolo delle agenzie spaziali, sia nazionali che sovranazionali. Tra tutte spicca sicuramente la NASA, che proprio nel 2026, dopo diverse procrastinazioni, ha lanciato una nuova missione sulla Luna, la prima dal 1972. Tuttavia, non é la sola: ogni Stato ha compreso la necessità di dedicare risorse e progetti a un programma strutturato di ricerca e innovazione spaziale, fornendo fondi e supporto alla propria agenzia nazionale.

Anche il nostro Paese, tramite l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), è considerato tra i più promettenti in questo senso, con missioni di successo e un forte contributo all’innovazione e alla scoperta. Nel febbraio 2024 il satellite AGILE, dopo 17 anni di attività, è rientrato sulla Terra dopo aver raccolto dati sorprendenti per lo studio dei fenomeni più energetici dell’universo, tra cui i raggi gamma e X.

Il nostro paese è inoltre uno dei fiori all’occhiello dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), un’organizzazione intergovernativa composta da 22 Stati membri, fondata nel 1975 e con sede a Parigi. Pur non essendo un organo formalmente facente parte dell’Unione Europea, a essa sono attribuiti i principali progetti spaziali continentali, tra cui Galileo, il sistema GPS europeo ad altissima precisione, e il già citato Copernicus, co-gestito con gli organi tecnici dell’UE.

Assieme alla Francia e alla Germania, forte del suo grande contributo industriale e tecnologico, l’Italia rappresenta uno dei principali membri dell’agenzia. Il nostro territorio è sede del centro di eccellenza per l’osservazione della Terra (ESRIN, a Frascati) ed è stato utilizzato come hub industriale per l’assemblaggio di vettori spaziali e di parti della Stazione Spaziale Internazionale. Oltre a poter contare su diversi suoi astronauti tra quelli selezionati dall’ESA per le proprie missioni e viaggi spaziali, come Luca Parmitano e Samantha Cristoforetti.

Spazio, competizione e sicurezza

Un’altra dimensione dello spazio, ereditata dall’epoca della Guerra Fredda, è la sua centralità per le attività militari. Già prima della conclusione del conflitto bipolare, la sottile linea tra competizione strategica e soft power legati alle esplorazioni spaziali si era infatti trasformata in qualcosa di più materiale e connesso alle dinamiche di sicurezza tra gli Stati.

Nell’ultima fase del conflitto, Ronald Reagan parlava infatti di includere il dominio spaziale al centro del suo grande progetto di difesa antimissilistica, la Strategic Defense Initiative, in cui tecnologie futuristiche e nuovi domini di azione si sarebbero uniti per garantire un’assoluta protezione del territorio americano.

Decenni dopo, la stessa visione, amplificata dalle tecnologie emergenti e dalle retoriche isolazioniste , sta tornando centrale con il progetto del Golden Dome di Donald Trump. Il presidente americano considera lo spazio centrale per la difesa della nazione. La sua militarizzazione sembra sempre più un logico prolungamento dei conflitti e delle divergenze militari che si svolgono sulla Terra.

Oggigiorno, tuttavia, la strategia difensiva si estende anche a tutte quelle infrastrutture in orbita per conto degli Stati. Gli asset spaziali, dai satelliti di comunicazione a quelli di osservazione, sono infatti strutture critiche per l’economia e la sicurezza delle società. Considerando l’elevata congestione che caratterizza l’ambiente spaziale, la loro vulnerabilità non si limita soltanto alla minaccia di conflitti diretti e ad attacchi mirati. Collisioni accidentali, presenza di detriti spaziali e interferenze elettromagnetiche possono rappresentare infatti rischi altrettanto concreti, che richiedono strategie preventive e sistemi avanzati di protezione e resilienza.

Diritto e governance dello spazio: la necessità di una riforma

Per l’ultima dimensione di analisi è necessario dimenticarsi di tutto l’ottimismo e dell’esaltazione del progresso adottati fin qui. Il mondo è cambiato molto dagli anni ’60, così come la tecnologia, le ambizioni degli Stati, l’economia globale e il numero di attori coinvolti. Questa evoluzione, tuttavia, pare non aver toccato il sistema giuridico che disciplina il dominio spaziale. Se infatti guardiamo alla quantità di documenti giuridici e articoli che regolano le attività spaziali e cercano di determinare la responsabilità comportamentale degli attori coinvolti in orbita, possiamo tranquillamente contare il tutto sulle dita di una mano.

Il testo giuridico di riferimento è l’Outer Space Treaty del 1967, oggi ratificato da 118 Paesi. A corollario di questo documento, nel 1972 entrò in vigore la Convenzione sulla responsabilità internazionale per danni causati da oggetti spaziali, mirata a determinare chi è colpevole e chi è vittima in caso di danni causati da un satellite o da un razzo.

Leggendo questi testi giuridici, ciò che colpisce subito è la loro natura anacronistica.. Nella Convenzione si menziona il concetto di “Stato lanciatore”, una dicitura ambigua che mira a attribuire la responsabilità in modo semplice e univoco. Ma oggi, con più satelliti posseduti e lanciati su base quotidiana da compagnie private, è corretto continuare a parlare esclusivamente degli Stati?

Il rischio è quello di lasciare un enorme vuoto normativo che, in uno scenario conflittuale e competitivo, in cui i rischi sono aumentati a dismisura, possa generare confusione e ulteriore conflitto nella gestione e nel mantenimento dei rapporti diplomatici.

Un’altra questione riguarda i detriti orbitali. Lo spazio si trova sempre più congestionato e le proiezioni numeriche per il futuro lasciano intendere una congestione ancora maggiore. Limitazioni quantitative e buone pratiche vengono introdotte a livello nazionale. Ciò che manca è un quadro di riferimento collettivo e globale, aggiornato e capace di rispondere in modo coerente alle sfide della contemporaneità.

Diversi tentativi sono stati fatti per questo rinnovamento, sia a livello di coalizioni nazionali sia da parte delle agenzie competenti delle Nazioni Unite. Nel primo caso, la dimensione nazionale è la principale limitazione. Gli Artemis Accords, promossi dagli Stati Uniti, hanno escluso attori importanti nelle fasi di negoziazione e di presentazione. Il risultato è stato una minore legittimazione rispetto a un trattato anacronistico, ma molto più partecipato e istituzionale come l’Outer Space Treaty.

Dall’altro lato, agenzie qualificate e legittimate come il COPUOS delle Nazioni Unite hanno tentato di definire linee guida e nuovi criteri comportamentali in linea con gli sviluppi attuali, in particolare in materia di gestione dei detriti spaziali e di responsabilità. La natura di linee guida e di soft law è tuttavia la principale limitazione. La decisione finale è così rimessa alla volontà di attuazione degli Stati, subordinata, sempre e comunque, ai loro interessi economici e strategici.

Guardando al futuro: rinnovare l’ultima frontiera

Una nuova frontiera si è aperta di fronte ai nostri occhi negli anni ’60.

Il mondo che verrà non potrà essere immaginato e progettato senza tenere in considerazione questa dimensione. Con tutte le sue grandi potenzialità, ma anche con tutte le problematiche e le riforme di cui essa necessita.  Per progredire, occorre comprendere dove è necessario migliorare. Usare il passato come modello, comprendere le sfide del presente e capire che uno spazio riformato, adattato alle esigenze della contemporaneità, deve essere il futuro.

Il viaggio è iniziato qualche decennio fa. Ora è il momento di decidere la rotta una volta per tutte. Quindi, senza scomodare nuovamente John Kennedy e citando, questa volta il capitano Kirk, mito di generazioni di appassionati di fantascienza: direzione spazio, ultima frontiera.

*Immagine di copertina: [Foto di Nasa via Unsplash]
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