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La prossima crisi arriverà dall’ambiente: il cigno verde

Tempo di lettura stimato: 5 min.

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I mercati finanziari, si sa, sono caratterizzati da innumerevoli rischi, quelli sistemici, specifici, di tasso e di Paese per citarne alcuni. Eppure negli ultimi anni un altro tipo di rischio, quello climatico, sembra poter diventare un fattore determinante della prossima crisi finanziaria. 

Esempi come i grandi incendi in Australia o il disastro ambientale di inizio giugno in Siberia fanno prospettare nuovi scenari di incertezza e precarietà. A destare preoccupazione a livello globale è la possibile nascita di un “cigno verde”, ovvero un evento climatico avverso capace di sconvolgere il sistema finanziario mondiale.

La prossima crisi arriverà dall'ambiente
Il principale rischio per i mercati finanziari sembra essere proprio quello climatico.

La Bri ha lanciato l’allarme

A lanciare l’allarme è stata la Banca Regolamenti Internazionali (Bri), istituzione di supporto alle banche centrali e mondiali e al Financial Stability Board, che a inizio anno ha pubblicato un report intitolato “Cigno verde. Cambiamenti climatici e stabilità del sistema finanziario: quale ruolo per banche centrali, regolatori e supervisori”. La principale preoccupazione risiede proprio nel rischio che, continuando a trascurare la rilevanza di tali eventi climatici estremi, questi attori finanziari restino inermi scaricandosi la responsabilità delle decisioni prese a vicenda. Non capaci di assicurare la stabilità finanziaria e dei prezzi, infine, dovranno ricorrere a interventi in qualità salvatori “climatici” di ultima istanza. La situazione, però, sarebbe insostenibile: i flussi finanziari delle banche centrali non sarebbero sufficienti a contrastare gli impatti sui mercati dei cambiamenti climatici

Perchè un “cigno verde” è più pericoloso di un “cigno nero”?

Secondo il report del Bri, la differenza principale tra cigno verde e cigno nero è la maggiore incertezza con cui si presenta. Questa caratteristica si può articolare in tre punti

Primo, anche se l’impatto reale del cambiamento climatico è ancora incerto, è certo che arriverà. Di conseguenza, c’è bisogno di misure altrettanto certe, nonostante l’incertezza fondamentale del dove e del quando si materializzerà il cigno verde. 

Secondo, le catastrofi climatiche pongono una questione più seria di quella delle crisi finanziarie. Infatti, costituiscono un pericolo per l’intera umanità e l’ecosistema globale, con effetti irreversibili. Terzo, le reazioni a catena innescate da un cigno verde hanno un grado di complessità maggiore rispetto alle crisi dei cigni neri. In particolare, i rischi associati a catastrofi naturali generano scenari imprevedibili non solo dal punto di vista ambientale, ma anche geopolitico e socioeconomico.  

Gli impatti sull’economia reale 

Quello che possiamo già (pre)vedere è uno shock generale dei mercati, con significative alterazioni di domanda e offerta. 

Per quanto riguarda il lato della domanda, ci si attende una contrazione dei consumi, degli investimenti e del commercio internazionale a causa dell’imprevedibilità dei cambiamenti climatici. Il lato dell’offerta allo stesso modo sarà messo a dura prova. Da una parte, si prevede una diminuzione della produttività nel settore agricolo e una generale scarsità di generi alimentari. Dall’altra, si pensa a come adattare i capitali e la tecnologia ai futuri scenari. Inoltre, il mercato del lavoro sarà messo alla prova da flussi migratori sempre più consistenti. Questi flussi dovuti ai cambiamenti climatici si tradurranno in una conseguente mancanza/sovrabbondanza di forza lavoro, a seconda della direzione del flusso.

Si era già previsto tutto 

Mark Carney, governatore uscente della Banca d’Inghilterra, però, aveva già previsto tutto. Nel 2015, in quanto presidente del Financial Stability Board (FSB), nel suo discorso “Tragedy of the Horizon” aveva sottolineato che la principale minaccia per i mercati potrebbe arrivare proprio dall’ambiente. 

Carney sottolineava tre elementi principali attraverso i quali i cambiamenti climatici possono influire sulla stabilità finanziaria. In primo luogo ci sono i rischi fisici: l’impatto di catastrofi naturali sul valore di attività e passività assicurative danneggiano irrimediabilmente proprietà e commercio. Secondo, si presentano problemi di responsabilità: coloro che subiscono ingenti danni pretendono un risarcimento da parte di coloro che ritengono responsabili. In tal caso, le parti danneggiate si rivolgerebbero ai proprietari di attività che emettono carbonio e, nel caso avessero un’assicurazione, ai propri assicuratori. Infine si parla dei cosiddetti rischi di transizione, quelli che potrebbero derivare dal processo di passaggio a un’economia a basse emissioni di carbonio. Questa indurrà ad una rivalutazione del valore di innumerevoli attività, con forti conseguenze negative per le imprese meno attrezzate. 

Il dibattito oggi 

Ma fino ad oggi, oltre a Carney, chi ha parlato di “cigno verde”? Una delle altre poche voci a dare l’allarme è Larry Fink, co-fondatore e Ceo di BlackRock, la maggior società di investimento al mondo. Fink ha infatti affermato che si registreranno dei cambiamenti nei mercati finanziari prima dello scoppio del cigno verde e molto prima delle previsioni stimate. Il che porterà a riconsiderare strutturalmente il sistema finanziario ed i suoi strumenti chiave. Ad esempio, come sarà possibile erogare mutui a lunga scadenza se non si è in grado di stimare il rischio climatico sul lungo termine? Questo uno dei tanti interrogativi a cui è necessario trovare una risposta. Per il momento, secondo Fink, stiamo assistendo ad una graduale – ma lenta- riallocazione di capitali, con crescenti investimenti in strategie sostenibili

In un report ancora più recente, Blackrock ha stilato una lista di 244 aziende che non hanno ancora adottato sufficienti iniziative per fronteggiare i cambiamenti climatici in atto. La società ha dichiarato di aver preso parte alla votazione in assemblea di più di 50 società in seguito alla quale si è avuto un rimpasto del management, spingendo verso una maggiore tutela della CSR e appoggiando nuove proposte degli azionisti che chiedono normative ambientali più rigorose. Tra queste compaiono anche nomi di grandi aziende non solo del settore energetico come Exxon Mobil, nell’ambito di petrolio e gas e Peabody Energy, per il carbone, ma anche Volvo e Daimler, per il settore automobilistico. L’esecutivo delle restanti 191 aziende, infine, è a rischio di rimpasto nel 2021 se non si impegneranno in iniziative sostenibili.

Le possibili soluzioni

Il report del Bri propone l’introduzione di nuovi modelli prospettici per prevedere i rischi climatici e sottolinea la necessità di maggiore trasparenza delle imprese nella comunicazione degli obiettivi “green”. Le banche centrali sono chiamate ad una maggiore collaborazione nel perseguire strategie di ESG investing (investimenti in portafogli che tutelano gli aspetti di “Environment, Social e Governance”). Il report, inoltre, pone l’accento sul cosiddetto carbon pricing, strumento che misura i costi delle emissioni di CO2, che dovrebbe essere riformulato ed accompagnato da un’adeguata carbon tax per controllare e ridurre le emissioni. Infine, dovrebbe essere proprio il Financial Stability Board a rivedere le sue priorità e il suo ruolo per prevenire l’inevitabile cigno verde.

Giada Garofani

Sveva Manfredi

 

 

 

Redazione
Orizzonti Politici è un think tank di studenti e giovani professionisti che condividono la passione per la politica e l’economia. Il nostro desiderio è quello di trasmettere le conoscenze apprese sui banchi universitari e in ambito professionale, per contribuire al processo di costruzione dell’opinione pubblica e di policy-making nel nostro Paese.

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