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Geopolitica ed energia: il reshoring europeo

La pandemia di COVID-19, la guerra in Ucraina e le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina hanno riportato l’attenzione sullo stretto legame tra approvvigionamento energetico e sviluppi geopolitici. Oggi l’energia gioca un ruolo centrale nella definizione delle politiche che mirano a riportare la produzione industriale nei paesi d’origine, il cosiddetto fenomeno del reshoring, ma quali sono i driver principali di questo fenomeno?

Il legame tra reshoring e transizione energetica

L’energia è un fattore cruciale nella decisione di spostare la produzione industriale, soprattutto nei settori che ne richiedono un uso intensivo, come i settori dell’acciaio, dei prodotti chimici, l’industria automobilistica e la produzione di semiconduttori. La disponibilità di energia a basso costo e affidabile è fondamentale per le imprese che valutano la convenienza del reshoring rispetto alla delocalizzazione

La transizione energetica, sostenuta dai fondi del Green Deal, include un massiccio spostamento verso fonti energetiche rinnovabili e l’abbandono dei combustibili fossili. Questo è essenziale per garantire una maggiore autosufficienza energetica in Europa e ridurre le emissioni , incentivando allo stesso tempo innovazione e sviluppo sostenibile a livello locale.

Con la transizione energetica in atto, molti paesi stanno riorganizzando le proprie politiche industriali per sostenere la produzione domestica attraverso l’energia rinnovabile. Il reshoring, ovvero il ritorno delle attività produttive in Europa, è strettamente collegato alla sostenibilità poiché consente di accorciare le filiere (favorendo fornitori locali) e di ridurre l’impatto ambientale legato al trasporto internazionale. Questo processo non solo risponde alla necessità di ridurre le emissioni di carbonio, ma anche di garantire una maggiore sicurezza energetica, evitando le interruzioni che caratterizzano le catene di fornitura globali.

All’interno del panorama delle imprese europee, un’intervista a 450 aziende appartenenti all’automotive e ad altri beni di consumo ha evidenziato come in risposta alle vulnerabilità delle catene di fornitura emerse negli ultimi anni, l’87% delle aziende abbia riconosciuto la necessità di adattare le proprie catene di approvvigionamento per migliorare la resilienza e l’adattabilità, mentre il restante 13% degli intervistati stia tuttora valutando una completa ridefinizione delle strutture e delle strategie delle proprie catene di fornitura.

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Le strategie implementate dalle aziende europee sono incentivate dalle politiche per ridurre la dipendenza da paesi extra-europei in settori strategici, come quello delle energie rinnovabili, che vedono investimenti crescenti nell’idrogeno verde, nell’eolico e nel solare.

Implicazioni per il futuro della politica industriale

Il reshoring sostenuto dalla transizione energetica richiede una riformulazione delle politiche industriali nazionali. I governi devono investire non solo in infrastrutture energetiche, ma anche in formazione professionale, innovazione tecnologica e incentivi fiscali per attrarre investimenti privati.

La convergenza tra politica industriale, energia e deglobalizzazione non riguarda solamente la sicurezza energetica, ma anche la competitività economica e il posizionamento geopolitico a lungo termine. I Paesi che sapranno sfruttare l’energia rinnovabile per promuovere il reshoring industriale potranno beneficiare di una maggiore indipendenza economica, sostenibilità e resilienza di fronte a crisi globali.

Delocalizzazione, carbon tax e reshoring: l’industria europea si reinventa

Uno dei motivi principali per cui la produzione è stata delocalizzata in passato era la ricerca di costi di produzione più bassi, inclusi quelli energetici.

Gli esempi di delocalizzazione da parte di aziende europee sono numerosi: Volkswagen e BMW hanno aperto stabilimenti in paesi asiatici, come Cina e India, sia per beneficiare dei costi di produzione più bassi che per avvicinarsi a mercati in crescita, marchi d’abbigliamento come H&M e Zara hanno spostato gran parte della produzione in paesi come Bangladesh, Vietnam e India, dove il costo del lavoro è inferiore e dove possono produrre abbigliamento a basso costo per il mercato globale, aziende come Philips (Olanda) e Siemens (Germania) hanno trasferito parte della produzione in paesi asiatici per risparmiare sui costi e sfruttare le competenze locali in ambito tecnologico.

La recente introduzione del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), strumento introdotto dall’Unione Europea per combattere la “carbon leakage” (fuga di carbonio) e promuovere la competitività dei prodotti europei sul piano ambientale, ha imposto dazi sulle emissioni di CO2 incorporate in alcuni beni importati da paesi extra-UE, ma con possibili esenzioni o deduzioni basate sulla presenza di politiche climatiche equivalenti nel paese esportatore. Questo strumento penalizza i fornitori extra-europei che operano in contesti con normative ambientali meno rigorose, imponendo loro, tramite i dazi, di internalizzare l’impatto ambientale della loro produzione. 

In questo contesto, il reshoring potrebbe offrire numerosi benefici alle aziende europee: un maggiore controllo sulla qualità, la riduzione dei rischi nella supply chain e il rispetto delle normative ambientali più stringenti, con un impatto positivo sulla sostenibilità. Una produzione locale può permettere di rispondere più rapidamente al mercato, riducendo tempi di consegna e costi logistici, e aiuta a migliorare l’immagine del marchio grazie al prestigio del “Made in Europe”.

La transizione verso un’energia più sostenibile e a basso costo è uno dei temi centrali del Rapporto di Mario Draghi sul futuro della competitività europea, che sottolinea come l’abbassamento dei costi delle rinnovabili sia cruciale per garantire la competitività europea e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, portando l’Europa a diventare leader globale nell’utilizzo delle fonti rinnovabili. Questo soprattutto in un contesto geopolitico segnato dalla recente vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, il quale ha in passato dimostrato un approccio meno favorevole alla lotta contro il cambiamento climatico. 

Per ottenere questo risultato, è necessario investire in ricerca e sviluppo, modernizzare le infrastrutture energetiche e semplificare i complessi iter burocratici che spesso rallentano la costruzione di impianti solari ed eolici. Un ruolo fondamentale è ricoperto dai fondi pubblici stanziati dall’Unione Europea, come il Green Deal e il NextGenerationEU, che destinano ingenti somme di denaro alla transizione energetica, finanziando sia la realizzazione di nuove infrastrutture sia lo sviluppo di tecnologie innovative.

Tuttavia, permangono ostacoli significativi, come la carenza di materie prime critiche, la resistenza politica e sociale e le disparità economiche tra Stati membri, che rischiano di rallentare il processo.

Dalla crisi energetica alla leadership verde: il caso della Germania


Se l’Europa vuole diventare il leader globale nell’utilizzo delle risorse rinnovabili, deve prima ottenere sicurezza all’interno del proprio settore energetico. Prima del conflitto, la Russia forniva circa il 40% del gas naturale dell’UE.

Le sanzioni e la riduzione delle forniture hanno creato una crisi energetica, costringendo molti Paesi europei, tra cui la Germania, a riattivare centrali a carbone e a cercare fornitori alternativi, come Norvegia, Qatar e Stati Uniti. Le tensioni in Israele e Gaza minacciano il flusso di petrolio attraverso lo stretto di Hormuz e influenzano la stabilità energetica globale mentre i conflitti commerciali e le restrizioni sulle esportazioni di semiconduttori e terre rare tra Cina e USA stanno accelerando il processo di globalizzazione delle catene di fornitura.

Molti paesi stanno pertanto riconsiderando il vantaggio di avere una produzione più vicina ai consumatori finali.

La Germania, la  più grande economia d’Europa, è stata per decenni una delle più dipendenti dall’energia russa, ma la guerra in Ucraina l’ha costretto a un drastico ripensamento delle proprie strategie energetiche.

Con l’UE che si affretta a ridurre le importazioni di energia russa e la Russia stessa a tagliare le forniture, lo stato tedesco sta accelerando la transizione verso le energie rinnovabili con misure come l’EEG 2023, che mira a coprire l’80% del consumo elettrico con fonti rinnovabili entro il 2030, triplicando la velocità di espansione. Sono stati semplificati i processi burocratici per accelerare l’installazione di impianti eolici e fotovoltaici, mentre nuove politiche per l’eolico offshore offrono stabilità economica agli operatori tramite contratti per differenza.

Produzione locale e sostenibilità: il nuovo volto dell’industria energetica europea

Il reshoring industriale legato all’energia non riguarda solo politiche interne, ma anche nuove dinamiche internazionali commerciali e alleanze politiche.

Con la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili e l’aumento delle energie rinnovabili, si stanno ridefinendo le alleanze energetiche tradizionali. Paesi con competenze avanzate nelle tecnologie rinnovabili (come l’Unione Europea e gli Stati Uniti) stanno formando nuove alleanze per promuovere una produzione locale e sostenibile di energia e tecnologie connesse, come batterie, turbine eoliche e pannelli solari.

In Europa il Net Zero Industry Act è un’iniziativa che mira a rafforzare la produzione interna di tecnologie verdi essenziali per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, incrementando la produzione domestica di pannelli solari, turbine eoliche, batterie ed elettrolizzatori per l’idrogeno verde; tale atto punta a ridurre la dipendenza dalle importazioni di paesi terzi, aumentando la capacità produttiva dell’UE di almeno il 40% per le tecnologie necessarie alla transizione energetica.

Dalle sfide globali alle opportunità locali

Il reshoring rappresenta non solo una risposta alle crisi energetiche e geopolitiche recenti, ma anche un’opportunità strategica per ripensare il futuro industriale ed energetico dell’Europa.

Paesi come la Germania e le economie europee stanno cercando di bilanciare la necessità di garantire la competitività economica con l’urgenza della transizione ecologica, sfruttando politiche ambiziose come il Green Deal e il Net Zero Industry Act.

Tuttavia, il successo di queste iniziative dipenderà dalla capacità di superare ostacoli strutturali, come l’accesso alle materie prime critiche e le disparità tra Stati membri, e di rafforzare nuove alleanze industriali e geopolitiche. Solo attraverso una combinazione di innovazione tecnologica, collaborazione internazionale e investimenti mirati sarà possibile costruire una catena di approvvigionamento resiliente, sostenibile e capace di rispondere alle sfide del XXI secolo.

*Crediti foto: TheAndrasBarta da Pixabay

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