Analisi

L’Ue e il Diritto all’Aborto: le sfide della Parità Riproduttiva

Diritto all'aborto

La recente iniziativa dei cittadini EU (European Citizens’ Initiative) per il diritto all’aborto, è emersa come una risposta alla principale sfida dei servizi di interruzione volontaria di gravidanza all’interno dell’Unione Europea, ovvero la crescente disparità nell’accesso. Nonostante la tutela dei diritti fondamentali sono sanciti dai trattati europei, il diritto all’aborto rimane regolato a livello nazionale, con profonde differenze tra gli Stati membri. Questa frammentazione normativa ha portato non solo a disparità nella tutela dei diritti delle donne, ma anche a significativi flussi migratori, dovuti alla necessità di raggiungere luoghi dove il servizio sanitario è garantito. La necessità di un’iniziativa comune nasce dall’urgenza di armonizzare nell’UE il diritto all’aborto e garantirne un accesso equo.

Il diritto all’aborto:

L’aborto è l’interruzione, spontanea o provocata, di una gravidanza prima del 180º giorno. Sebbene si stimi che circa 1 gravidanza su 4 nel mondo termini con un aborto, esso non è ancora riconosciuto come un diritto sanitario di base nella maggior parte dei Paesi, a causa di motivazioni morali, legali e religiose. L’aborto indotto, invece, si riferisce alla procedura medica o chirurgica intenzionale che interrompe una gravidanza. Nei Paesi europei, l’aborto è generalmente trattato come una procedura medica, con gli aborti legali eseguiti solitamente da professionisti sanitari attraverso un piccolo intervento chirurgico o con l’uso di due farmaci: il misoprostolo, un ormone, e la mifepristone, un anti-progesterone comunemente noto come RU486. Da quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha inserito l’associazione di questi due farmaci nella sua Lista dei Farmaci Essenziali per l’aborto nei primi anni 2000, molti Paesi hanno progressivamente preferito l’aborto farmacologico ai metodi chirurgici. Questo cambiamento rappresenta un notevole progresso, soprattutto per le donne, in quanto l’aborto farmacologico comporta minori rischi per la salute della paziente.  

Il diritto all’aborto nell’UE:

Il diritto di accesso all’aborto sicuro è stato sottolineato dalla Risoluzione 1607 del Consiglio d’Europa nel 2008. Tuttavia, le legislazioni europee sono molto eterogenee, mostrando tassi di aborto divergenti. Quasi tutti i membri dell’Unione Europea hanno reso disponibile l’aborto su richiesta o per ampi motivi sociali, con limiti temporali che variano da Paese a Paese; solo Polonia e Malta hanno mantenuto leggi altamente restrittive o un divieto totale. L’aborto su richiesta significa che non è necessario che i professionisti sanitari attestino l’esistenza di una ragione o di una motivazione specifica per l’aborto, lasciando la scelta di interrompere la gravidanza esclusivamente alla donna

Le restrizioni all’accesso all’aborto, tuttavia, non sono solo legislative; in diversi Paesi, pur consentendo formalmente l’interruzione di gravidanza, le donne trovano molte difficoltà nel ricevere l’assistenza medica necessaria in pratica. Gli ostacoli all’accesso all’aborto possono includere periodi di attesa obbligatori, limiti sull’età gestazionale, consulenze obbligatorie finalizzate a persuadere la donna a non abortire, o la diffusione del personale medico che esercita il diritto all’obiezione di coscienza. In Italia, ad esempio, nonostante la legge 194 del 1978 garantisca l’accesso all’aborto, circa il 64% dei ginecologi esercita l’obiezione di coscienza, con punte che superano l’80% in alcune regioni come il Molise e la Basilicata. Questo rende estremamente difficile per molte donne trovare strutture o medici disposti a effettuare l’intervento, costringendole spesso a spostarsi o a ricorrere a metodi clandestini.

Vivere in un paese senza diritto all’aborto:

Sebbene in alcune parti d’EU continuino gli sforzi per ridurre le tutele legali per l’accesso all’aborto, la tendenza generale è stata quella di un progresso verso la legalizzazione dell’aborto e la rimozione di ostacoli e restrizioni, nonostante alcuni tentativi di vietarlo persistano. In Polonia, ad esempio, fino al 1993 esisteva una legislazione liberale, ma le leggi sono state stravolte nel 2020 a seguito di una sentenza del Tribunale Costituzionale (TK) che ha imposto un divieto quasi totale sull’aborto.  

Il divieto imposto in Polonia ha causato notevoli flussi di spostamento per raggiungere altri paesi europei dove la procedura medica è garantita: solo nel 2021, oltre 30.000 donne hanno cercato aborti illegali o all’estero da quando è stata implementata la legge che vieta l’aborto. Le implicazioni sociali dell’interruzione di gravidanza in un paese che non lo consente sono generalmente più severe per le donne provenienti da contesti a basso reddito: la minore disponibilità economica porta all’impossibilità di lasciare il paese per abortire o di ricorrere a pratiche tradizionali o illegali, che sono tipicamente meno sicure. A causa della legislazione restrittiva, si stima che tra i 200.000 aborti indotti ogni anno, solo alcune centinaia siano legali secondo la legge polacca, mentre il resto viene praticato illegalmente o all’estero. Grazie alla libertà di movimento garantita dal Trattato di Schengen, è lecito supporre che le donne polacche ora preferiscano viaggiare altrove piuttosto che ricorrere ad aborti illegali, il che spiegherebbe perché la mortalità materna non sia aumentata nemmeno sotto l’attuale divieto di aborto in Polonia.

Non solo, ma molte donne viaggiano anche semplicemente per ricevere aborti in paesi dove le cure mediche sono più accessibili rispetto al loro paese di origine, a causa dell’assenza di un periodo di attesa obbligatorio, di limiti gestazionali più lunghi e di percentuali inferiori di personale medico che esercita il diritto all’obiezione di coscienza. Secondo l’European Abortion Access Project, quasi 3.000 donne sono andate nei Paesi Bassi per ricevere un aborto, principalmente da Francia, Germania e Belgio, beneficiando della legislazione olandese più permissiva.

In conclusione, la recente iniziativa dei cittadini dell’UE per il diritto all’aborto evidenzia l’urgenza di un cambiamento nelle politiche europee per garantire l’accesso universale e sicuro all’aborto. Sebbene i trattati europei promuovano i diritti fondamentali e l’uguaglianza, la frammentazione delle legislazioni nazionali ha creato disuguaglianze significative tra gli Stati membri, con molte donne costrette a viaggiare all’estero per ricevere cure adeguate. La necessità di un’iniziativa comune che armonizzi i diritti riproduttivi e rimuova le barriere legali e sociali appare più urgente che mai, al fine di assicurare che tutte le donne, indipendentemente dal paese in cui risiedono, possano esercitare liberamente il proprio diritto alla salute e all’autodeterminazione.

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