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I Report Draghi, Letta, e il futuro della competitività europea

Da sinistra: Mario Draghi, Emmanuel Macron ed Ursula von der Leyen[crediti foto: Valerio Valentini CC BY 2.0]*

Nelle settimane che precedono le elezioni parlamentari dell’Unione Europea di giugno, in Europa si è acceso un intenso dibattito sulle priorità che la prossima legislatura dovrebbe adottare per uscire dalla situazione in cui si trova l’Unione, in termini di minacce geopolitiche e performance economica. La pubblicazione del Report Letta sul Mercato Interno, la prossima pubblicazione del Report Draghi sulla competitività dell’Unione Europea; e il discorso del Presidente francese Emmanuel Macron all’Università Sorbona di Parigi, sono alcuni esempi del dibattito che accompagna la ridefinizione della direzione a lungo termine del continente. Quest’ultimo si è spinto a suggerire che “l’Europa potrebbe morire” se non si unisce in una visione molto più audace e assertiva per il prossimo mandato della Commissione europea dal 2024 al 2029.

L’Unione Europea perde competitività di fronte a Stati Uniti e Cina

Il mondo sta cambiando rapidamente, e l’Europa fatica a stare al passo. La globalizzazione e il libero commercio stanno lentamente lasciando spazio al ritorno del protezionismo, ed i principali competitor commerciali dell’UE – Stati Uniti e Cina – hanno lanciato ambiziosi programmi di politiche industriali per migliorare la loro competitività sul mercato globale. La Cina, ad esempio, ha da tempo lanciato una serie di politiche volte a controllare e integrare tutte le fasi delle catene di approvvigionamento relative alle tecnologie verdi e avanzate, come nel campo dei veicoli elettrici, del solare e dell’eolico. Questa rapida espansione dell’offerta sta causando un eccesso di capacità in vari settori (come quello automobilistico), dovuta anche ad un calo di domanda nel mercato interno, e rischia di danneggiare le industrie europee. D’altronde la Cina ha da anni ormai accostato ai costi produttivi più bassi di quelli europei, che permette di vendere a prezzi minori, un forte incremento anche della qualità dei propri prodotti, per una maggior diffusione su scala globale.

Anche negli Stati Uniti, dall’altro lato, si assiste ad un ritorno di politiche industriali su larga scala per attirare entro i propri confini le attività produttive di maggior valore, come avvenuto con il Chips Act sui semiconduttori. In questo senso, la misura principale è stata l’adozione dell’Inflation Reduction Act (Ira). Sebbene sia una legge climatica, funge anche da politica industriale. Fornisce incentivi fiscali per l’intera catena del valore dell’energia pulita (dai materiali alla produzione e distribuzione) con l’obiettivo di creare filiere nazionali e ridurre la dipendenza dalla Cina. Un sistema chiaro e attuabile di crediti d’imposta, l’Ira ha spostato significativamente l’attenzione verso gli Stati Uniti, attirando investimenti nell’energia pulita e allontanando i capitali dall’Unione Europea.

Dall’adozione dell’Ira, l’UE ha espresso preoccupazione per due rischi principali: la fuga degli investimenti produttivi e quelli per lo sviluppo di progetti. Questi timori si sono realizzati quando molte industrie europee hanno annunciato piani di espansione negli Stati Uniti: ad esempio, Volkswagen ha deciso di privilegiare la costruzione di un impianto di batterie negli Stati Uniti anziché nell’Europa orientale. In risposta, nel primo trimestre del 2023, l’UE ha lanciato il Green Deal Industrial Plan. Questo piano non è rivoluzionario, ma piuttosto un’evoluzione delle politiche esistenti, volto a mantenere la competitività nel settore dell’energia pulita post-Ira. Il piano prevedeva due atti recentemente adottati: il Net Zero Industry Act e il Critical Raw Materials Act, che fissano l’obiettivo di aumentare la capacità produttiva nazionale di otto tecnologie strategiche a zero emissioni, garantendo che almeno il 40% della domanda sia soddisfatto internamente entro il 2030 e che il 40% dei minerali necessari sia lavorato all’interno dell’Unione. 

Tuttavia, di fronte ai provvedimenti messi in campo da Stati Uniti e Cina, che dispongono di un maggiore spazio di manovra per politiche industriali e stimoli fiscali, l’Unione Europea si trova spesso in difficoltà, limitata dalla sua ristretta capacità di spesa pubblica e dai processi decisionali macchinosi che richiedono il consenso dei 27 Stati Membri e che nel corso dell’ultima legislatura hanno dato alla luce come unici progetti indirizzati ad un rilancio coeso dell’economia europea, il NextGeneration EU e l’European Green Deal

Ciò non è limitato esclusivamente al settore delle energie pulite. Nell’industria della difesa, ad esempio, la mancanza di economie di scala limita lo sviluppo di una capacità industriale europea, come evidenziato dalla recente Strategia industriale europea per la difesa. Negli Stati Uniti, i cinque principali attori controllano l’80% del mercato interno, mentre in Europa questa quota è solo del 45%. Questa differenza è dovuta principalmente alla frammentazione della spesa per la difesa nell’UE, poiché i governi non utilizzano spesso gli acquisti congiunti – gli appalti collaborativi rappresentano meno del 20% della spesa – e non si concentrano sufficientemente sul mercato interno: negli ultimi due anni, quasi l’80% degli acquisti è stato effettuato da paesi terzi.

Un altro settore in cui non si stanno ottenendo risultati adeguati è quello delle telecomunicazioni. L’Unione Europea vanta un mercato di 445 milioni di consumatori, ma gli investimenti pro-capite sono solo la metà di quelli degli Stati Uniti e si è in ritardo nella diffusione del 5G e della fibra ottica. Una delle ragioni di questo ritardo è la presenza di 34 gruppi di reti mobili in Europa, che spesso operano solo a livello nazionale, rispetto ai 3 degli Stati Uniti e ai 4 della Cina. Da ultimo, non è ancora stata messa in campo una strategia europea su come mantenere il passo nella corsa sempre più competitiva per la leadership nelle nuove tecnologie. Attualmente, gli investimenti europei nelle tecnologie digitali e avanzate, inclusa la difesa, sono inferiori a quelli di Stati Uniti e Cina, e solo 4 delle prime 50 aziende tecnologiche al mondo sono europee.

Cambiamenti mirati o stravolgimento del sistema? Le parole di Macron, e i report Draghi e Letta

“…Non siamo al passo con un mondo che cambia. Regoliamo troppo, investiamo troppo poco e siamo troppo aperti… con le regole che abbiamo oggi in termini di politica di concorrenza, politica commerciale, politica monetaria e politica fiscale non avremo successo… e perderemo produzione… Vedo un divario di 30 anni tra Europa e Stati Uniti…È tempo di fermare l’eccessiva regolamentazione, aumentare gli investimenti, cambiare le nostre regole”.

Queste parole racchiudono il fulcro del discorso sull’Europa del Presidente francese Macron, e sono allineate alle anticipazioni rilasciate da Mario Draghi sul suo rapporto sulla competitività europea. Inoltre, le parole di Macron sono arrivate a poca distanza temporale dal vertice straordinario del Consiglio Europeo del 17 aprile, durante il quale Enrico Letta ha presentato ai leader il rapporto su come rafforzare il mercato unico dell’UE per stimolare la crescita, colmare il divario di finanziamento e creare più posti di lavoro e prosperità in Europa. Nel suo rapporto, Letta avverte che una struttura istituita negli anni ’80 sta frenando la produttività nell’attuale economia, idea supportata anche da Ursula von der Leyen.

Secondo Letta, il mercato unico, che ha permesso per decenni la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone, dovrebbe essere esteso anche ai settori dell’energia, delle telecomunicazioni e della finanza. I 3 settori, inizialmente considerati troppo strategici per essere integrati oltre i confini nazionali, ora rappresentano un freno alla crescita e all’innovazione. Letta sostiene che integrarli a livello dell’UE renderebbe il blocco più attraente per gli investimenti. Inoltre, propone di conferire progressivamente all’UE maggiore potere di sovvenzionare le imprese, attualmente una prerogativa dei governi nazionali. Questo approccio paneuropeo è visto come una risposta all’Inflation Reduction Act degli Stati Uniti. 

Allo stesso tempo, dalle anticipazioni sul report Draghi emerge l’idea di un mercato europeo come grande spazio in cui le imprese devono essere incentivate a crescere e consolidarsi, specialmente in settori strategici come la difesa e le telecomunicazioni, sfruttando i vantaggi delle economie di scala europee. La chiave sarebbe quindi “favorire, non ostacolare il consolidamento”. Questa visione riflette un allontanamento dalla cultura antitrust dell’UE degli ultimi 20 anni, che ha sempre privilegiato la tutela del mercato rispetto alle promesse di efficienza legate alle fusioni. Al contrario, Letta cita il rapporto Monti del 2010 e sostiene che il mercato unico rappresenta un pilastro della costruzione europea, essenziale non solo per la concorrenza e la moneta unica, ma anche per l’equità e i diritti sociali. 

Entrambi riconoscono chiaramente la necessità di effettuare ingenti investimenti per raggiungere gli obiettivi delle transizioni digitale e verde e per conciliare queste con altre priorità, come il futuro allargamento dell’Unione. Il finanziamento è un tema cruciale, e come sottolineato da Draghi, include sia il settore pubblico che, soprattutto, quello privato, con particolare attenzione su come potenziare l’Unione dei mercati dei capitali. Draghi e Letta convergono sugli aiuti di Stato. Entrambi suggeriscono che la politica industriale dovrebbe essere gestita a livello europeo, evitando deroghe per i singoli Stati membri che tendono a proteggere le proprie imprese piuttosto che rafforzare la resilienza complessiva dell’Unione. Questo indica una convergenza tra i due rapporti non solo nell’Agenda strategica per la prossima legislatura, ma anche nei pilastri del prossimo bilancio pluriennale dell’UE (2028-2034). 

Inoltre, concordano sul fatto che l’UE sia ancora arretrata nell’economia digitale: Letta evidenzia regolamentazioni recenti come il Digital Service Act e il Digital Markets Act, che rappresentano una declinazione dei principi antitrust per tutelare i consumatori e favorire l’innovazione meglio degli Stati Uniti, dove il legislatore è spesso influenzato dalle big tech. Draghi, invece, adotta un approccio più critico: ritiene che le priorità politiche e i contributi in termini di idee e ricerca non si traducano in innovazione con potenziale commerciale; perciò, non ci sono giganti digitali europeiUn altro problema, secondo Draghi, è che il settore finanziario, incentrato sulle banche, non indirizza il risparmio privato verso le tecnologie di frontiera, che sono ad alto rischio ma anche ad alto rendimento.

Il futuro dell’Unione Europea è iniziato e si articolerà su 3 tappe fondamentaliil rapporto sul futuro del Mercato Unico (già presentato da Letta), la definizione dell’Agenda strategica 2024-2029 e infine il rapporto di Draghi sul futuro della competitività europea. Ciò che deriverà dalla sintesi di questi progetti traccerà la direzione futura della competitività europea, la resilienza dell’Unione sul lungo periodo e, in ultima istanza, la sua stessa esistenza. Di certo, la futura Commissione europea avrà molto su cui lavorare nel prossimo mandato. 

*Da sinistra: Mario Draghi, Emmanuel Macron ed Ursula von der Leyen[crediti foto: Valerio Valentini CC BY 2.0]

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