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Cosa aspettarci dalla politica estera di Donald Trump?

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Gli ultimi sondaggi rivelano appunto la forte polarizzazione dell’elettorato statunitense, spaccato a metà tra i due candidati: la maggior parte di essi attribuiscono pochi punti percentuali di vantaggio alla Democratica Kamala Harris, che ha sostituito il Presidente Joe Biden come candidata presidenziale dopo l’annuncio del suo ritiro dalla corsa elettorale. La battaglia si terrà come di tradizione nei cosiddetti “swing states” , che saranno cruciali per l’esito delle elezioni.

La possibilità di una rielezione dell’ex Presidente Donald Trump desta una certa preoccupazione tra una componente della società statunitense che vede in Trump un pericolo per le istituzioni democratiche del Paese. L’ex Presidente, che contestò assiduamente il risultato delle elezioni del 2020 in cui uscì sconfitto, è indagato per aver incitato l’assalto al Campidoglio il 6 gennaio 2021, ed è stato condannato per aver falsificato documenti di bilancio. Serpeggia apprensione anche tra i vertici dell’Unione Europea, memori della “guerra dei dazi” tra gli Stati Uniti e l’UE durante l’amministrazione Trump.

Una seconda amministrazione Trump potrebbe significare, come è stato in passato, un cambiamento di rotta nella politica estera perseguita finora dagli Stati Uniti.

La NATO e l’amministrazione Trump

Un’importante fonte di tensione fra l’ex Presidente statunitense e gli alleati europei, nell’arco del suo mandato presidenziale, è stata precisamente il timore di un progressivo ritiro e disinteresse degli Stati Uniti dagli impegni di difesa in Europa. La questione della difesa e della sicurezza militare sono gli elementi centrali nel rapporto asimmetrico di dipendenza tra gli alleati europei e gli Stati Uniti: gli europei dipendono ancora largamente dalla protezione militare statunitense e questo ha spinto molti leader del Vecchio Continente a seguire un approccio cauto rispetto all’elezione di Trump nel tentativo di preservare la stabilità delle relazioni con la Casa Bianca. 

Tuttavia, Trump ha apertamente e ripetutamente criticato i Paesi membri della NATO che non stanziano almeno il 2% del PIL – una soglia di riferimento decisa dopo l’annessione russa della Crimea – in spese di difesa e il “trattamento ingiusto” riservato agli Stati Uniti, contestando quindi l’assetto tradizionale dell’alleanza transatlantica. Sin dalla sua prima campagna elettorale, Trump ha reiterato il tema del gravoso impegno finanziario che la NATO e la protezione dell’Europa rappresentano per gli Stati Uniti e il ruolo da “free riders” degli alleati europei. Inoltre, la preferenza del Presidente statunitense per le relazioni bilaterali ha indebolito la struttura multilaterale di molte organizzazioni, inclusa la NATO stessa: Trump ha spesso preferito incontri bilaterali con i leader dei Paesi membri e ha coltivato relazioni eterogenee, favorendo, ad esempio, una maggiore influenza statunitense in Europa centrale e orientale, grazie al rapporto privilegiato con i leader di Polonia e Ungheria. Il tycoon ha anche criticato, durante la sua presidenza, la dipendenza energetica di molti Paesi NATO, specialmente la Germania, dal petrolio e dal gas russo. 

In generale, la posizione di Donald Trump sulla NATO è stata il riflesso di una più ampia posizione assunta in politica estera da Washington, che per la prima volta nella storia degli Stati Uniti dalla Seconda Guerra Mondiale è sembrata orientarsi verso la strategia del disimpegno dagli impegni militari nella difesa dei tradizionali alleati

La rilevanza della questione della sicurezza è un elemento caratteristico dei rapporti tra Stati Uniti e Paesi europei: questi ultimi potrebbero assicurarsi la difesa del continente a livello comunitario, ma, guardando agli Stati Uniti come Paese garante della sicurezza europea, intendono anche delegare la questione ad un Paese terzo, geograficamente distante, per preservare gli equilibri di uguaglianza e stabilità tra di loro. Un’ulteriore motivazione che spiegherebbe la preferenza degli europei per “l’ombrello statunitense” è anche la volontà di evitare l’ipotesi di una Germania militarmente forte, che assuma sul tema della sicurezza un ruolo chiave come quello che ricopre sul fronte economico e finanziario: il Paese, già la principale economia europea e la quarta a livello mondiale, non gode del consenso degli altri Paesi europei, per motivi storici e psicologici, nell’assumere un ruolo di leadership.

Di conseguenza, per preservare il sistema di equilibri stabilito alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il ruolo degli Stati Uniti alla guida della NATO resta di importanza strategica fondamentale e la preservazione dei rapporti transatlantici, anche nel caso di una rielezione di Trump, rientra le priorità di politica estera sia delle istituzioni europee sia dei governi nazionali.

Quali saranno le conseguenze per l’Ucraina?

Uno dei temi più discussi nella campagna elettorale tra Donald Trump e Joe Biden prima e Kamala Harris poi, è il futuro dell’Ucraina e del sostegno statunitense al Paese. Non c’è da sorprendersi se a Kyiv aleggia un certo grado di preoccupazione per gli esiti delle elezioni negli Stati Uniti, che potrebbero cambiare le sorti del conflitto contro la Russia. Se da una parte il Presidente Biden e la sua Vice Harris rappresentavano per gli ucraini due figure affidabili e di cui hanno imparato a fidarsi, l’ex Presidente Trump ha più volte dichiarato che, se venisse eletto, sospenderebbe gli aiuti militari all’Ucraina per poter raggiungere un accordo con la Russia sulla fine delle ostilità. Trump ha poi spesso criticato la leadership in politica estera del Presidente Biden, sostenendo che con lui alla Casa Bianca “la guerra non sarebbe mai esistita”

Dietro all’approccio di Donald Trump nei confronti dell’Ucraina ci sono diverse controversie: la più importante è, probabilmente, il primo tentativo di impeachment che l’allora Presidente affrontò nel dicembre 2019. L’Ucraina rivestiva un ruolo centrale nella vicenda: il tentativo di impeachment si originò da una telefonata avvenuta nel luglio 2019 tra Donald Trump e il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Nella conversazione, il Presidente statunitense sembrava incoraggiare gli ucraini a investigare sul coinvolgimento di Hunter Biden, secondogenito di Joe Biden, nella rimozione di un famoso magistrato ucraino per evitare indagini sulla compagnia energetica ucraina Burisma, del cui consiglio di amministrazione era parte sin dal 2014. Quella chiamata, e ulteriori tentativi di pressione su Zelensky, suggerirono che il Presidente Trump stesse cercando di coinvolgere un Paese straniero nella lotta elettorale contro Joe Biden per il suo secondo mandato

Il timore degli ucraini è che questa vicenda possa motivare in parte l’intenzione di Trump di fermare il sostegno degli Stati Uniti a Kyiv. Ad alimentare ulteriormente i timori per la fine dell’assistenza di Washington, c’è anche il controverso rapporto tra Donald Trump e Vladimir Putin. Una delle vicende più note è l’interferenza russa nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2016, che videro la vittoria di Trump sulla Democratica Hillary Clinton. Le attività, guidate da membri dei Servizi segreti militari russi (GRU), erano orientate principalmente ad aumentare le possibilità di vittoria di Donald Trump per le sue posizioni più concilianti verso la Russia ed il suo leader: una delle vicende più famose fu l’hackeraggio e la diffusione delle email personali di diversi membri dello staff elettorale di Clinton. 

Trump ha poi spesso descritto il Presidente Putin con parole lusinghiere: durante un intervento elettorale, il primo dopo il tentativo di omicidio subito lo scorso 13 luglio, il candidato Repubblicano ha descritto Putin e il leader cinese Xi Jinping come “intelligenti, forti”, leader che “amano i loro Paesi”. In un incontro con il premier ungherese Viktor Orbán, Trump ha dichiarato che nel caso di un suo secondo mandato “non darebbe più un singolo penny all’Ucraina”, il che significherebbe una sconfitta certa per il Paese invaso, che senza gli aiuti da Washington non riuscirebbe a sostenere la prosecuzione dei combattimenti. 

Molta della retorica trumpiana sulla difesa dell’Ucraina pone l’accento sulla necessità di un maggiore impegno finanziario da parte dei Paesi europei, che dovrebbero supportare costi più alti anziché dipendere dagli aiuti statunitensi. Durante un comizio, Trump ha raccontato un aneddoto risalente al suo mandato presidenziale quando un leader europeo gli chiese se gli Stati Uniti li avrebbero protetti da un attacco russo qualora avessero continuato a non aumentare il budget militare: la risposta di Trump – “assolutamente no, li incoraggerei a fare quello che vogliono se non pagate” – ha suscitato preoccupazione ai vertici dell’alleanza

Cosa aspettarci dalle elezioni negli Stati Uniti?

Queste elezioni rappresenteranno un evento cruciale per il panorama attuale delle relazioni internazionali: se da una parte una vittoria dei Democratici significherebbe molto probabilmente l mantenimento dell’attuale orientamento della politica estera degli Stati Uniti, dall’altra una seconda amministrazione Trump potrebbe comportare dei cambiamenti radicali e imprevedibili nel posizionamento internazionale del Paese

In politica estera, infatti, Trump sostiene una dottrina isolazionistica secondo lo slogan “America first”, che appunto pone in discussione il sostegno statunitense agli alleati, in particolare all’Ucraina. Il presidente Zelensky ha già annunciato che sarebbe pronto a collaborare con Trump se venisse rieletto, appellandosi all’eterogeneità delle correnti interne al Partito Repubblicano: infatti, tra le fila dei Repubblicani, se in molti sostengono la dottrina trumpiana, in molti vedono la guerra in Ucraina come una guerra agli interessi americani e sostengono quindi la prosecuzione dell’impegno a sostegno di Kyiv. Per gli ucraini, Biden rappresentava una figura stabile e prevedibile, e Harris sosterebbe la linea del presidente in un suo ipotetico mandato; Trump, al contrario, si è spesso dimostrato una figura imprevedibile e il suo forte sostegno all’idea di una rapida pacificazione dell’Ucraina sembra suggerire l’accettazione delle richieste del Cremlino, ossia le concessioni territoriali alla Russia

Le elezioni, invece, potrebbero non essere determinanti per il conflitto tra Israele e Hamas. Biden non si è mai discostato dalla tradizionale linea di sostegno ad Israele dei presidenti statunitensi, ma ha criticato le azioni militari israeliane nella Striscia di Gaza e ha per la prima volta sanzionato due gruppi di coloni israeliani nel West Bank. Sebbene Harris sia stata il primo membro dell’amministrazione ad invocare un cessate il fuoco temporaneo e un maggiore sforzo israeliano per garantire condizioni umanitarie migliori per i Palestinesi, è assai improbabile che vi siano radicali scostamenti dalla linea di Biden. Trump ha invece sempre sostenuto strenuamente Israele – sebbene di recente abbia espresso il suo criticismo – e durante il suo mandato ha riconosciuto Gerusalemme come capitale israeliana e vi ha trasferito la sede dell’ambasciata statunitense. Egli ha inoltre affermato che Israele “deve finire quello che ha iniziato” riferendosi alle operazioni militari nella Striscia e ha criticato Biden per aver “abbandonato Israele”. Queste affermazioni sembrano suggerire che sotto una ipotetica nuova amministrazione Trump il sostegno statunitense per Israele sarà più solido che mai, un’implicazione cruciale visto l’attuale evolversi degli attacchi israeliani in Libano e in Yemen.

*President Trump Attends the NATO Plenary Session [crediti foto: Shealah Craighead, Flickr, CC]

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