AnalisiEnergia e ambiente

Gli Stati del Golfo sono nelle supply chain dei materiali critici

I materiali critici sono essenziali per garantire il successo della transizione energetica e digitale. Hanno un’importanza strategica per l’economia Europea e sono caratterizzati da alti rischi di fornitura. La Cina domina il mercato dei materiali critici, giocando un ruolo essenziale in tutte le fasi della supply chain, dall’estrazione dei materiali alla loro lavorazione in prodotti finali. L’utilizzo dei materiali critici è trasversale alle maggiori tecnologie su cui si fonda una parte importante della transizione verde: turbine eoliche, pannelli fotovoltaici e batterie al litio. Le ambizioni dell’Unione Europea (UE) nell’ambito della transizione richiederanno grandi quantità di questi materiali, con una domanda prevista in forte crescita nei prossimi anni. 

Di conseguenza, diversi Stati stanno cercando di sfruttare le opportunità di un mercato in forte crescita per garantirsene una porzione, attraverso investimenti in Paesi e mercati emergenti che hanno a disposizione importanti giacimenti di materiali critici. In questo contesto, il recente interesse degli Stati del Golfo a investire nelle supply chains dei materiali critici presenta nuovi rischi e opportunità. L’UE ha adottato il Critical Raw Materials Act per creare una strategia a lungo termine che garantisca un approvvigionamento costante di materie prime essenziali. In questo contesto, l’ingresso degli Stati del Golfo nelle supply chain di materiali critici, potrebbe ampliare il mercato globale dei materiali e avere implicazioni per l’UE.

La porta d’ingresso degli Stati del Golfo nelle supply chain

La crescente importanza dei materiali critici nelle supply chain delle tecnologie a emissioni zero, insieme alla prospettiva di una forte crescita del loro utilizzo, vede gli Stati del Golfo aumentare gli investimenti nel settore. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (EAU), Stati ricchi di petrolio, puntano a diversificare i loro portfolio economici per entrare nel settore. Nella “Vision 2030”, il piano del governo Saudita per diversificare l’economia, il governo ha evidenziato l’importanza dell’estrazione dei materiali per la riduzione loro dipendenza economica ai combustibili fossili. Il governo ha stanziato 182 milioni di dollari per incentivare l’esplorazione di diverse aree per estrarre i minerali. Si stima infatti che L’Arabia Saudita abbia risorse minerarie non sfruttate del valore di 2.5 trilioni di dollari. Khalid al-Mudaifer, Il Vice Ministro responsabile delle miniere, ha affermato che il paese è in fase di trasformazione e che l’ambizione è diventare una potenza economica e industriale. Per raggiungere quest’obiettivo, al-Mudaifer ha sottolineato l’importanza dell’estrazione domestica, fondamentale per diventare un hub strategico nella regione. Inoltre, l’Arabia Saudita, per costruire nuovi partenariati, ha concluso molteplici Memorandum d’intesa incentrati sull’estrazione, con Paesi tra cui Repubblica Democratica del Congo (leader globale nell’estrazione del cobalto), Egitto, Russia, Stati Uniti, e Marocco. Riyadh sta anche considerando investimenti nell’America Latina, avendo come principale interesse il litio dell’Argentina

Anche gli Emirati Arabi Uniti (EAU) espandono in concomitanza il loro ruolo nel mercato dei materiali critici. Ne è prova la firma di un partenariato dal valore di 1.9 miliardi di dollari con la Repubblica Democratica del Congo (DRC), per ritagliarsi un posto nel processo di estrazione. Gli EAU si stanno anche mobilitando per assicurarsi uno spazio nello Zambia, Paese ricco di rame. Il Ministro degli Esteri ha dichiarato che sta usando un approccio incentrato sulla negoziazione con diversi governi, con un’attenzione particolare al continente Africano. Tramite questa strategia, la International Holding Company, società dell’ EAU, si è assicurata una quota maggioritaria nella miniera “Mopani” in Zambia, battendo concorrenti Cinesi e Sud Africani. Gli EAU sono anche in trattativa per un accordo di libero scambio con l’Australia, che permetterebbe alla International Holding Group di investire nella supply chain di materie prime di Canberra. La strategia degli EAU ha permesso al paese di diventare il quarto investitore più grande in Africa, dietro a Cina, UE, e Stati Uniti d’America, mostrandone l’interesse di essere sempre più coinvolto nel settore dei materiali critici in Africa.  

Il ruolo degli investimenti degli Stati del Golfo per diversificare supply chains di materiali critici 

La strategia e gli investimenti dei Paesi del Golfo possono essere favorevoli alle ambizioni di autonomia strategica dell’UE. La strategia per l’autonomia strategica europea si articola infatti in due direzioni: da un lato incentivando il mercato domestico dei materiali critici e dall’altro promuovendo investimenti che consentirebbero la diversificazione della fornitura delle materie prime. La diversificazione delle fonti di approvvigionamento delle materie prime incoraggerebbe una maggiore produzione nei Paesi che aspirano a entrare nella supply chain, aumentando così l’offerta per gli acquirenti. Di conseguenza, l’ingresso di nuovi paesi nella supply chain porterebbe a un incremento dei progetti di estrazione di materiali critici, facilitando la strategia di diversificazione dell’UE. Tale sviluppo non sarebbe positivo solo per gli Stati europei, ma anche a livello globale, creando competizione nel mercato per materiali per la transizione energetica. Le vaste risorse economiche dei Paesi del Golfo consentirebbero infatti di contestare la posizione di monopolio cinese su materiali critici come terre rare, cobalt, litio, e nickel. Le crescenti tensioni tra Stati Uniti e Cina hanno visto un aumento di restrizioni commerciali, con la conseguente scelta di Pechino di porre restrizioni all’esportazione di materiali e tecnologie critiche. La possibile entrata dei Paesi del Golfo nel mercato europeo aggiungerebbe quindi un livello di protezione alla transizione energetica e digitale.

L’altra faccia della medaglia: ESG e sostenibilità delle supply chains dei materiali critici

Pur riconoscendo che gli investimenti dei Paesi del Golfo apporterebbero benefici in termini di diversificazione, potrebbero sussistere differenze sostanziali tra il loro approccio all’estrazione e quello dell’Unione Europea. La differenza maggiore è l’attenzione dell’UE per i diritti umani e gli obiettivi di governance sociale e ambientale (ESG). L’UE ha adottato standard ambientali rigorosi e nei suoi accordi per i materiali critici, tra cui il Partenariato con il Cile, li ha perseguiti con particolare attenzione alla sostenibilità. Gli Stati del Golfo adottano criteri ambientali meno restrittivi e un approccio non in linea alle Convenzioni Internazionali in materia di diritti umani. Questa posizione consente loro di stabilire relazioni con partner sia del blocco occidentale sia con i BRICS, evidenziando come tali Stati godano di un ampio margine di manovra, non dovendo richiedere delle condizionalità di condotta.

Da tenere d’occhio è anche l’implementazione a partire dal 2026 della “Carbon Border Adjustment Mechanism” (CBAM) dell’UE e la sua applicazione ai partner esterni che non hanno un sistema di scambio di emissioni di carbonio. Il CBAM sottolinea l’impegno dell’UE a incoraggiare la riduzione delle emissioni, sfruttando il suo mercato interno per incentivare i partner commerciali a tassare le emissioni di carbonio derivanti dalla produzione di beni all’interno dei loro confini. Gli Stati del Golfo tendono a investire in Stati che non dispongono di un sistema di scambio di emissioni di carbonio. Di conseguenza, le importazioni di materiali provenienti da questi paesi che entrano nel mercato europeo, potrebbero essere soggette a tasse d’importazione, poiché l’UE imporrà tariffe aggiuntive ai paesi che non tassano le emissioni di carbonio.

Verso un nuovo equilibrio: opportunità e rischi per l’autonomia strategica UE

Il ruolo crescente degli Stati del Golfo nella supply chain dei materiali critici, rappresenta uno scenario di opportunità e di sfide per l’UE. Se da un lato gli investimenti degli Stati del Golfo promuovono la necessaria diversificazione delle fonti di materiali critici, un aspetto fondamentale per la transizione energetica, dall’altro introducono complessità relative agli standard ESG, al rispetto dei diritti umani e alle dinamiche internazionali. L’Europa si trova ad affrontare la sfida di bilanciare la propria sicurezza economica con impegni più ampi di sostenibilità ambientale e sociale. L’impatto a lungo termine di queste dinamiche è cruciale per gli obiettivi di autonomia strategica dell’Unione e richiede un approccio equilibrato che tenga conto delle opportunità di mercato e allo stesso tempo delle responsabilità etiche e ambientali. Mentre gli Stati del Golfo iniziano a ritagliarsi un posto alla tavola dei materiali critici e a posizionarsi in modo strategico sul mercato, l’UE deve navigare con prudenza, cercando cooperazione economica e rispettando al contempo i propri standard di sostenibilità. 

[Crediti foto: miniera di materiali critici di Dominik Vanyi via Unsplash]

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