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Cina: la rivoluzione digitale passa dal Congo

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La straordinaria crescita demografica ed economica sta portando ad una rinnovata centralità dell’Africa nei futuri scenari globali. Il continente, la cui popolazione raddoppierà entro il 2050, ha visto un crescente interesse da parte dei principali attori internazionali, intenzionati a beneficiare dell’esplosione dei mercati locali e della richiesta sempre maggiore di beni di consumo da parte della nuova classe media africana

All’interno di questa nuova “Corsa all’Africa”, però, non sono sempre le classi medie e il loro potere d’acquisto ad attirare le attenzioni dei governi esteri, quanto la grande ricchezza di materie prime. In particolare, Stati come la Repubblica Democratica del Congo (Rdc) sono stati teatro di interesse da più parti in virtù della presenza di vasti depositi di importanti risorse naturali e degli effetti dell’industria mineraria sulla popolazione, di cui abbiamo parlato nel primo capitolo del nostro approfondimento sul Paese.

Un Paese di grandi risorse

La Rdc è ricca di petrolio, diamanti e oro ma anche di coltan e cobalto, indispensabili componenti nella costruzione, rispettivamente, dei circuiti e delle batterie che sostengono le infrastrutture della rivoluzione digitale, alla base della decarbonizzazione dell’economia. Il grande Paese dell’Africa centrale si è così trovato ancora una volta al centro delle attenzioni internazionali.

Infatti, il Congo è stato per lungo tempo in cima ai dossier delle maggiori potenze globali in virtù sia della sua posizione strategica nel continente africano, sia dell’incredibile ricchezza di materie prime che da secoli contraddistingue il travagliato Stato. Il Paese è tradizionalmente appartenuto alla sfera d’influenza occidentale, in virtù del suo passato di colonia belga, ed è rimasto, a più riprese, un componente fondamentale dell’economia internazionale, passando dal produrre gomma all’esportazione di diamanti e dell’uranio necessario per la produzione delle prime bombe atomiche. Divenuto indipendente nel 1960, si trovò al centro di un sanguinoso scontro tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, ognuno deciso ad impossessarsi di questa fondamentale pedina nel grande gioco della guerra fredda. 

Furono gli Usa a spuntarla, instaurando il regime del generale Joseph-Désiré Mobutu, il quale regnò per oltre trent’anni sul paese, implementando un sistema di estrazione designato per arricchire le élites locali a discapito della popolazione. Il PIL pro capite, infatti, diminuì di oltre il 40% tra il 1960 e il 1997, secondo i dati della Banca Mondiale.

Il regime di Mobutu, orfano del supporto dei suoi alleati occidentali dopo la fine della guerra fredda, cadde infine nel 1997 a causa delle tensioni createsi con i governi dei confinanti Uganda e Ruanda. La famiglia Kabila prese così il potere in seguito ad un periodo di violenze che attraversarono il Paese lasciando oltre 5 milioni di morti tra il 1997 e il 2008. In questo contesto si inserì la Cina, che, vedendo il potenziale del settore minerario devastato da anni di guerra, firmò con il Paese un accordo di fondamentale importanza nel 2008. 

I presidenti di Cina e RDC
L’ex Presidente della Rdc, Joseph Kabila, incontra il leader cinese Hu Jintao nel 2005

La nascita di Sicomines, la partnership tra Cina e Congo

Benché i primi investimenti cinesi nel settore minerario della Rdc risalgano ai primi anni 2000 nel campo della processazione dei frutti dell’estrazione artigianale, l’influenza di Pechino nel Paese diventò centrale nel 2008.

In quell’anno un consorzio di società statali cinesi, formato nel 2007 sotto il nome di Sicomines, firmò infatti un accordo storico con lo Stato congolese per diritti di estrazione di 10 milioni di tonnellate di rame e 600 mila tonnellate di cobalto durante un periodo di 25 anni, per un valore complessivo tra i 40 e gli 84 miliardi di dollari secondo varie stime. In cambio si sarebbe impegnata ad investire oltre 6 miliardi di dollari nelle martoriate infrastrutture della Rdc in aggiunta a circa 3 miliardi di dollari nel settore minerario. Il progetto, che venne subito definito “l’accordo del secolo” sarebbe stato il maggiore investimento cinese nella storia della regione ed avrebbe dovuto portare un’ondata di benessere nel Congo, dove, dopo anni di devastazione e malgoverno, solo l’11% della popolazione aveva accesso all’elettricità e la produttività era tra le più basse al mondo.

L’accordo del 2008 aprì la strada ad una dominazione cinese del settore del rame e del cobalto (la cui estrazione è spesso collegata) nel Paese. Secondo Mike Orme, senior analyst di GlobalData, la Cina controllerebbe sette delle maggiori miniere del Congo (che si stima sia responsabile per il 60% della produzione mondiale di cobalto) e processerebbe più della metà del cobalto prodotto nel Paese, arrivando a produrre l’80% del minerale destinato alle batterie a livello mondiale. Già nel 2010 l’80% degli impianti per il processamento di minerali del Katanga era in mano ad aziende cinesi e il 90% dei minerali estratti nella regione venivano esportati in Cina. Questo trend è evidenziato dai dati sul commercio tra i due Paesi, che hanno visto la Cina diventare il principale partner commerciale della Rdc, con il 45% degli export congolesi indirizzati verso il colosso asiatico nel 2017.

La miniera di Kasulo. Foto di Sebastian Meyer, 2018

La strategia della Cina

L’accordo del 2008 si inserirebbe in una strategia più ampia del governo cinese, intenzionato a guadagnare un posto di leader nel panorama geopolitico mondiale. Pechino vorrebbe raggiungere questo obiettivo grazie al suo ruolo nello sviluppo delle infrastrutture digitali di telecomunicazione ed investendo nel campo delle tecnologie sostenibili. 

Uno degli elementi fondamentali della strategia della Cina è l’ottenimento di un accesso alle catene di produzione di alcuni materiali critici per l’industria hi-tech, grazie all’indirizzamento di investimenti da parte di aziende in mano allo Stato. Questi includono materiali come gli elementi delle terre rare, estratti per la stragrande maggioranza proprio in Cina, e il litio, concentrato in Sud America ma che ha visto la Cina applicare una strategia simile a quella osservata nel Congo. La ricerca di una posizione dominante nel mercato del cobalto, elemento fondamentale nella fabbricazione di batterie ricaricabili, viene spesso visto in chiave di questa rivalità con l’Occidente.
In particolare, il dominio del mercato del cobalto mette la Cina in una posizione di vantaggio per vincere l’attuale “corsa agli armamenti” dell’industria automobilistica e in molti altri campi tecnologici all’avanguardia. Alcuni già pronosticano che il Paese asiatico produrrà più del 50% dei veicoli elettrici mondiali entro il 2025, quando si calcola che che la produzione sarà aumentata del 450% rispetto a quella attuale.

Un nuovo approccio

Il modo in cui la Cina è riuscita a guadagnarsi questa posizione dominante nel settore minerario del Congo è tramite l’uso di un approccio completamente nuovo alla politica estera rispetto a quello portato avanti dai rivali occidentali fino ad ora. 

Quando l’ufficiale congolese incaricato di sviluppare relazioni commerciali con la Cina visitò per la prima volta il Paese nel 2003, fu impressionato nel trovare che i diplomatici cinesi si riferivano al “rispetto” come principio guida nello sviluppo delle loro relazioni con l’estero. Questo potrebbe sembrare strano visto dall’Occidente, che da sempre considera la Cina come un rivale sia geopolitico che ideologico, in antitesi ai principi di libertà e democrazia centrali nella tradizione culturale atlantica. Non dovrebbe però stupire il successo che ha avuto la narrativa di un rapporto di mutuo beneficio tra partner sullo stesso piano in un Paese come la Rdc, dove trent’anni di dittatura appoggiata dagli Stati Uniti sono ancora un ricordo molto vivido.

Mobutu durante una delle numerose visite a Washington D.C., qui ritratto con il Presidente Reagan nel 1983

Il modello cinese si basa in particolare su una filosofia che, combinando aiuti allo sviluppo e concessioni minerarie, segna un taglio netto rispetto alla tradizione occidentale di voler influenzare le politiche degli Stati con condizionalità all’erogazione di investimenti. L’esempio più chiaro nella storia della Rdc fu il modo in cui il regime di Mobutu beneficiò del supporto del governo statunitense in cambio della sua ferma opposizione al comunismo. Il supporto statunitense garantì al regime anche quello del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, istituzioni chiave del cosiddetto “Ordine Liberale Internazionale” a guida americana che ha regolato le relazioni internazionali nel secondo dopoguerra. Si possono però trovare anche esempi più recenti di come il governo americano abbia cercato di collegare gli investimenti a delle condizionalità legate alla politica interna del Paese.
Un esempio è il tentativo di implementare uno standard etico nell’estrazione di minerali, imponendo con il Dodd-Frank Act del 2011 alle aziende americane di provvedere documentazione che dichiari che i materiali utilizzati nei loro prodotti non provengano da zone teatro di conflitti. Questa regolamentazione ha però finito per danneggiare l’interesse nazionale della Rdc, portando ad uno stop delle operazioni di molte compagnie nelle zone ad est del Paese dove ancora oggi sono comuni le violenze tra gruppi ribelli, forze ONU e truppe governative. La riduzione della produttività nella zona non ha però causato una riduzione della violenza, con terribili effetti sulla popolazione locale, ora priva anche degli introiti minerari e alla mercè delle varie milizie nella zona.

L’accordo con la Cina e le conseguenze in Congo

Quando fu firmato nel 2008, “l’accordo del secolo” fu accompagnato da aspettative altissime. In molti nella Rdc erano fiduciosi che avrebbe portato ad uno sviluppo del Paese grazie alla crescita economica data dall’effetto dell’estrazione dei minerali su esportazioni, tasse e sull’afflusso di valuta estera. Dopo più di dieci anni dalla sua implementazione, però, sono in molti a dire che le aspettative non sono state rispettate

Ci sono stati vari affetti positivi. L’accordo ha causato un’esplosione della capacità produttiva del grande Paese centroafricano: la produzione di rame è aumentata del 600% e quella del cobalto del 300%, portando la bilancia commerciale da un negativo di $900 milioni nel 2007 ad un positivo di oltre 2 miliardi e mezzo di dollari nel 2017 secondo una stima (va però precisato che i dati variano di molto a seconda degli istituti di ricerca, a testimonianza della scarsa trasparenza che caratterizza il Congo). Inoltre, lo stato delle infrastrutture è migliorato e vari progetti sono stati completati o sono in via di rifinizione, come la costruzione di una centrale idroelettrica che dovrebbe diventare operativa nel 2021. 

La diga Inga I, la prima costruita nel Paese, risale al 1972.

Più e più voci stanno però evidenziando le criticità dell’accordo, in particolare, la crescente dipendenza del Congo dalla Cina, l’esenzione di Sicomines dal pagamento di varie imposte e la tendenza ad ignorare l’impatto ambientale e sociale delle operazioni sulla popolazione locale di cui abbiamo parlato nello scorso capitolo del nostro approfondimento sul Paese africano. Inoltre, è stata criticata la decisione di affidare il controllo della qualità dei progetti infrastrutturali alle stesse società statali cinesi incaricate della loro esecuzione, che ha fatto emergere un evidente conflitto d’interesse. Infine, ci sono state lamentele circa le discriminazioni subite dai locali rispetto ai lavoratori provenienti dalla Cina. Infatti, solo il 75% degli impiegati nelle operazioni estrattive di Sicomines erano congolesi nel 2015 e la maggioranza di questi accusava di essere pagati solo il necessario per il sostentamento.

Cosa ci insegna l’esperienza del Congo?

Il modo in cui la Cina è riuscita ad imporsi in un Paese tradizionalmente appartenente alla sfera di influenza occidentale fa riflettere sull’efficacia di Pechino nel provvedere alle economie emergenti una strada verso lo sviluppo. Il modello proposto dalla Cina nel Congo sta venendo replicato in tutto il continente, in ultimo nel Ghana, che ha firmato un memorandum accettando di cedere al Paese asiatico il 5% delle proprie riserve di bauxite in cambio di 2 miliardi di dollari di investimenti in infrastrutture, andando ad aggiungersi ad una lunga lista che include, oltre alla Rdc, la Tanzania, il Sierra Leone e lo Zimbabwe. 

Questa tendenza ha catturato l’attenzione di diversi analisti del settore. In particolare, Jacob Kushner, in un’indagine per il Pulitzer Center on Crisis Reporting, ha analizzato le grandi differenze negli approcci dell’Occidente e della Cina nel campo degli aiuti allo sviluppo lasciandoci con una domanda fondamentale: è forse arrivato il tempo per le grandi democrazie di ripensare la loro relazione con i Paesi in via di sviluppo?

Giovanni Simioni
Nato nel 1999 a Milano e da sempre interessato alla politica, studio Scienze Politiche all’Università Bocconi. Sono entrato in OriPo per avere una scusa per studiare in maniera approfondita ciò che prima era solo una passione da perseguire nel tempo libero.

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