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USA-America Latina: nuove emergenze e vecchi rancori

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La politica estera dell’amministrazione Trump in America Latina è stata caratterizzata dall’assenza di una vera e propria strategia, un’enfasi sul contenimento dei flussi migratori dall’America Centrale e un incremento della pressione politica su Cuba, Venezuela e Nicaragua. Al contrario, stando alle parole del suo primo discorso al Dipartimento di Stato, il nuovo presidente degli USA Joe Biden sembra voler delineare un punto di rottura rispetto agli ultimi quattro anni, dominati dalla dottrina “America First” e da un generale disimpegno militare. 

 

A partire dagli ordini esecutivi approvati nei primissimi giorni alla Casa Bianca, quella che sembra profilarsi è la volontà di muoversi nel solco già tracciato dall’amministrazione Obama, puntando su multilateralismo, maggiore cooperazione e un ritorno a una diplomazia più tradizionale. Le relazioni tra USA e America Latina saranno funzionali alle questioni di politica interna, e si andranno a delineare intorno a tre temi principali: i flussi migratori, l’emergenza climatica e le pressioni politiche su Cuba e sul Venezuela.

America Latina: il contesto regionale

Il quadro generale è quello di un contesto colpito da una crisi profonda, che abbraccia la realtà economica, politica, sociale e sanitaria della regione. A livello mondiale, una vittima di Covid-19 su quattro è latinoamericana, e la recessione del 2020 si è sovrapposta a fragilità politica, disuguaglianze sociali e a un periodo di stagnazione economica iniziato già nel 2014. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il PIL della regione ha subito nell’ultimo anno una contrazione pari al 7,4%, il peggiore calo negli ultimi 120 anni. Nonostante le stime per il 2021 contemplino una ripresa (+ 4,1%), bisognerà però aspettare il 2025 perché la regione possa ritornare ai livelli di crescita pre-Covid. 

Le conseguenze della pandemia hanno inoltre aggravato le fragilità strutturali dei Paesi nella regione, costituite dalla presenza di un’importante economia informale e da un’elevata vulnerabilità a shock esterni legati alle rimesse, all’export di materie prime e al turismo, e rischiano di annullare così due decenni di progresso nell’eradicazione della povertà. La precarietà economica, unita a un diffuso sentimento anti-establishment, si è tradotta nell’ascesa di governi populisti in Messico e in Brasile, e in proteste su larga scala che hanno infiammato le piazze di Cile, Colombia ed Ecuador. Il 2018 è stato definito dalla società di sondaggi Latinobarómetro l’“annus horribilis” delle democrazie latinoamericane; un trend confermato anche dalla fondazione Bertelsmann, che dal 2010 riporta una riduzione della forza democratica di 0,8 punti per sette Paesi latinoamericani. 

I flussi migratori dal Triangolo del Nord 

L’esperienza precedente di Biden nella regione, acquisita negli otto anni come vice di Obama, include l’implementazione di un piano per l’emergenza migratoria del 2014, denominato “Alliance for Prosperity”. Il programma prevedeva 750 milioni di dollari in aiuti, uniti a investimenti privati e pubblici interni, da allocare a El Salvador, Honduras e Guatemala – i Paesi del “Triangolo del Nord”. I due terzi dei migranti diretti verso gli USA provengono proprio da questa regione, dove il 70% della popolazione risulta impiegata nel settore dell’economia informale e la fragilità istituzionale è esacerbata da corruzione e criminalità organizzata.

Da presidente, Biden ha dichiarato di voler affrontare la questione migratoria agendo in loco e puntando a risolvere le cause strutturali; ha proposto un pacchetto di aiuti da 4 miliardi di dollari che si colloca nella stessa cornice dell’Alliance for Prosperity, volto a contrastare la povertà e rafforzare le istituzioni. Ai tempi, l’efficacia del piano era stata messa in discussione per non avere rallentato il flusso migratorio e le richieste di asilo, e per non avere prodotto significativi miglioramenti all’interno dei Paesi coinvolti. In particolare, le criticità riguardavano l’eccessiva allocazione dei fondi nella militarizzazione e sicurezza interna dei Paesi – che nel 2016 ammontava al 60%. Secondo il think tank Brookings Institution, affinché il programma di Biden possa rivelarsi più efficace, dovrebbe favorire politiche di sviluppo legate alle esigenze locali e promuovere misure concrete anticorruzione.  

USA, Messico e Brasile: scontro sul clima 

Un altro dossier aperto per il neo presidente Biden è quello dell’emergenza climatica, punto chiave della nuova agenda statunitense in politica interna tanto quanto in quella estera. Oltre al rientro nell’accordo di Parigi, i primi giorni della nuova amministrazione hanno visto la firma di una serie di provvedimenti volti a sospendere concessioni petrolifere e ad aumentare la capacità eolica offshore. Assumere un ruolo di guida nella transizione energetica a livello continentale potrebbe rivelarsi una strategia vincente sia per il raggiungimento degli obiettivi climatici che per il rilancio dell’economia, anche se la cooperazione con i Paesi coinvolti potrebbe presentare alcune difficoltà.

Possibili resistenze potrebbero giungere dal Messico di Obrador, il cui piano economico è basato sull’industria petrolifera e fossile, e dal Brasile di Bolsonaro, che con la sconfitta di Trump perde un importante alleato. Tra Messico e USA si sono già avvertite tensioni nel settore energetico, a causa dei provvedimenti messicani a favore delle industrie petrolifere locali e a discapito degli investitori statunitensi. Per quanto riguarda la salvaguardia dell’Amazzonia, Biden ha proposto un fondo internazionale da 20 miliardi di dollari e minacciato il Brasile di gravi conseguenze economiche nel caso non dovesse impegnarsi nella causa. 

Tensioni politiche: Cuba e Venezuela

Tra le questioni più spinose per l’amministrazione Biden vi sono poi le relazioni con Cuba e Venezuela. Trump ha adottato un approccio unilaterale, imponendo nei confronti de L’Avana durissime sanzioni economiche, restrizioni sui viaggi, limitazioni sulle rimesse degli emigrati, e inserendo Cuba tra i Paesi “sponsor” del terrorismo. Tali misure, colpendo le due principali fonti di reddito dell’isola, hanno avuto un impatto significativo sull’economia locale, che sta attualmente vivendo la peggior crisi dal crollo dell’Unione Sovietica. Biden si è dichiarato pronto a inaugurare una fase di riavvicinamento, sulla scia del disgelo diplomatico iniziato con Obama, e a promuovere una maggiore apertura per quanto riguarda viaggi e sanzioni. 

Nell’ottica di future negoziazioni commerciali, la situazione in Venezuela potrebbe inoltre costituire una fonte di attrito tra Washington e L’Avana. Il Paese al momento vive una situazione critica, in cui due leader politici – Nicolas Maduro e Juan Guaidò- si considerano entrambi presidenti legittimi. Guaidò, a capo dell’opposizione, è sostenuto dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dalla maggior parte dei Paesi dell’Occidente, mentre Cina, Russia e Cuba hanno espresso il loro appoggio nei confronti di Maduro. Biden continuerà a sostenere la legittimità di Guaidò, cercando però, insieme ai Paesi europei, di aprire un dialogo volto a favorire nuove elezioni democratiche. Elemento centrale nelle trattative diplomatiche sarà la revisione delle sanzioni economiche sul mercato petrolifero, cuore pulsante dell’economia venezuelana. Secondo numerosi analisti, la priorità per Biden dovrebbe comunque essere quella di fornire una risposta tempestiva alla crisi umanitaria, che affligge il Paese da prima della pandemia.

USA-America Latina e le prospettive future

Summit delle Americhe 2018 -Lima, Perù [crediti foto:Ministerio de Relaciones Exteriores CC BY-SA 2.0]
L’America Latina potrebbe non costituire – almeno inizialmente – una priorità per il nuovo Presidente, la cui attenzione verterà maggiormente sulle questioni in Medio Oriente, sul rapporto con l’Europa e sulla presenza nel continente asiatico, in linea con la dottrina “Pivot di Asia” inaugurata da Obama. Me le emergenze regionali dell’America Latina, come i flussi migratori o la questione climatica, sono comunque strettamente in grado di influenzare la sicurezza e la prosperità degli Stati Uniti. Anche in vista della crescente presenza russa e cinese nella regione, l’America Latina si delinea dunque come strategicamente importante per Washington, che vorrà mantenere la propria sfera di influenza in quello che da sempre considera il “cortile di casa”. 

 

Appuntamento chiave nei prossimi mesi sarà il Summit delle Americhe, ospitato dagli Stati Uniti a novembre 2021. Durante l’incontro verrà discussa l’approvazione di una proposta che consisterebbe nell’ allocare il 35% del budget della US International Development Finance Corporation (DFC) all’America Latina e ai Caraibi, contribuendo così a rendere più concreta la volontà di cooperazione regionale manifestata dall’amministrazione Biden.

 

*Murales a Miami – Little Havana [crediti foto: Wally Gobetz CC BY-NC-ND 2.0]
Maria Luisa Zucchinihttps://orizzontipolitici.it
Nata a Milano 20 anni fa, qualche mese tra l'Olanda e la West Virginia, attualmente studio Scienze Politiche all’Università Bocconi. Tre cose che mi rendono felice: i viaggi, la montagna e i tramonti estivi. Mi interessano il mondo e i suoi problemi: OriPo è dove cerco di capirli.

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