In questi mesi l’America si prepara a festeggiare i suoi 250 anni con due eventi paralleli e in competizione tra loro: da una parte America250, l’iniziativa bipartisan voluta dal Congresso; dall’altra Freedom250, la versione promossa dalla Casa Bianca e guidata da Trump, che ha visto diversi artisti ritirarsi dal cartellone lamentando un eccesso di politicizzazione.
Persino il modo di festeggiare i 250 anni è diventato terreno di contesa su chi abbia il diritto di raccontare che cosa significhi essere americani. Una contesa che, vista da lontano, non è nuova: è la stessa che attraversa la storia degli Stati Uniti fin dal primo giorno.
250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza
Dichiarazione d’Indipendenza, 250 anni dopo. È il traguardo che gli Stati Uniti raggiungono il 4 luglio 2026, e un numero così tondo impone quasi automaticamente un bilancio. I bilanci, di solito, si redigono per stabilire se un progetto è riuscito o fallito. Ma la Dichiarazione d’Indipendenza non è mai stata un progetto nel senso in cui lo intendiamo noi, ovvero un piano con un punto di arrivo. È qualcosa di più scomodo: una promessa scritta prima di sapere come mantenerla.
Quando Thomas Jefferson mise su carta che «tutti gli uomini sono creati uguali, dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, tra cui la vita, la libertà e la ricerca della felicità», non stava descrivendo l’America del 1776. Stava descrivendo un’America che non esisteva ancora e che forse ancora non esiste compiutamente. Il filosofo del diritto direbbe che la frase è prescrittiva, non descrittiva: non fotografa una realtà, ma formula un’esigenza. È proprio questa ambiguità fondativa, l’aver scritto un’aspirazione e averla fatta passare per un fatto compiuto, a rendere il documento contestabile di generazione in generazione, poiché una fotografia si guarda, ma una promessa si reclama.
La contraddizione che non fu un incidente
C’è un episodio, poco raccontato fuori dagli Stati Uniti, che chiarisce subito la natura del problema. Nella bozza originale della Dichiarazione, Jefferson aveva inserito un lungo passaggio in cui accusava il re Giorgio III di aver imposto la tratta degli schiavi alle colonie, descrivendola come una guerra crudele contro la natura umana stessa, che viola i suoi diritti più sacri: la vita e la libertà. Il Congresso continentale cancellò quel passaggio. Non per un dettaglio stilistico: la delegazione della Carolina del Sud e della Georgia, le cui economie dipendevano dalla schiavitù, si oppose, e, per il bene dell’unità, anche chi – come John Adams – era contrario alla schiavitù accettò la revisione.
Jefferson, proprietario lui stesso di centinaia di schiavi, si lamentò amaramente di quella “mutilazione” del suo testo, ma la contraddizione restava intatta. Il documento più egualitario della modernità veniva firmato da uomini che possedevano altri uomini, e quella stessa contraddizione era già visibile e già denunciata nel 1776. Non è qualcosa che la storia ha scoperto col senno di poi, bensì è una tensione che i Padri Fondatori conoscevano e scelsero comunque di non risolvere, per ottenere l’unità politica necessaria a fondare il Paese. La fondazione americana nasce da un compromesso consapevole tra un principio assoluto e un interesse molto concreto. Ed è qui, in questo compromesso, che si pianta il seme di tutto ciò che venne dopo.
Il vero prodotto politico americano
Se la promessa del 1776 fosse stata una fotografia, la storia americana successiva sarebbe stata la storia di una bugia smascherata. Ma se la si legge come un meccanismo, una clausola che ogni generazione può invocare contro l’ordine esistente, allora la storia cambia di segno. Diventa la storia di chi, volta per volta, ha reclamato di entrare in quell’«all men» e ci è riuscito non per benevolenza di chi era già dentro, ma per pressione e contestazione organizzate.
Il tredicesimo emendamento abolisce la schiavitù nel 1865. Il quattordicesimo, tre anni dopo, estende la cittadinanza; come ha osservato il Constitution Center, ci volle una guerra civile per «vendicare la celebre promessa della Dichiarazione secondo cui tutti gli uomini sono creati uguali». Nel 1848 le suffragette di Seneca Falls presero la stessa Dichiarazione come modello per la propria Dichiarazione dei Sentimenti; ci vollero altri 72 anni perché il diciannovesimo emendamento garantisse il voto alle donne. Nel 1963, dal Lincoln Memorial, Martin Luther King paragonò la Dichiarazione e la Costituzione a una cambiale che ogni americano avrebbe dovuto ereditare, una cambiale ancora non saldata per gli americani neri[AB1] .
Ma il meccanismo non garantisce nulla e vale la pena ricordarlo proprio per non scambiarlo per un automatismo. Nel 1972 l’Equal Rights Amendment, che avrebbe sancito la parità di diritti tra i sessi nella Costituzione, fu approvato dal Congresso con margini larghissimi e ratificato in pochi anni da 35 stati su 38 necessari. Poi, l’opposizione organizzata da Phyllis Schlafly e, nel 1980, la decisione del Partito Repubblicano guidato da Ronald Reagan di ritirare un sostegno che durava da quarant’anni bloccarono la ratifica a un passo dal traguardo. L’emendamento non è mai entrato in Costituzione. La rivendicazione, in questo caso, non bastò.
Il punto, allora, non è misurare quanto resti da fare, né dare per scontato che la pressione organizzata produca sempre un risultato, bensì notare che il meccanismo, quando funziona, è sempre lo stesso e, quando non funziona, lo dimostra altrettanto bene. Nessuna estensione dei diritti è mai stata una concessione spontanea da parte di chi deteneva il potere, e nessuna rivendicazione, per quanto organizzata, ha la vittoria garantita in anticipo. Il vero prodotto politico americano non è l’uguaglianza raggiunta in un dato momento, ma è la grammatica che permette di reclamarla continuamente, usando le stesse identiche parole del 1776 contro l’opposizione del momento, sapendo che quella grammatica può anche perdere.
Un cantiere che non procede in linea retta
C’è però un’illusione da correggere: quella di immaginare questo processo come una linea che sale sempre, anche se con qualche inciampo. La storia americana mostra piuttosto un’oscillazione, in cui a ogni fase di espansione dei diritti segue quasi sistematicamente una fase di contraccolpo che tenta di ridurli.
L’esempio più netto è anche il più istruttivo. Dopo la guerra civile, la Ricostruzione (1865-1877) produsse, sotto l’occupazione militare federale del Sud, diritti politici ed economici senza precedenti per gli ex schiavi. Ma quando, nel 1877, l’amministrazione Hayes ritirò le ultime truppe federali dal Sud, prese forma ciò che gli storici chiamano il movimento della “Redemption”. La Redemption fu una reazione bianca organizzata che, come riporta un report dell’Equal Justice Initiative, tra il 1865 e il 1877 vide migliaia di donne, uomini e bambini neri vittime di linciaggi razziali e che, nel decennio successivo, smontò metodicamente le conquiste della Ricostruzione fino a istituzionalizzarle nel sistema di segregazione noto come Jim Crow. Nel 1877 i bianchi sudisti che volevano i neri “rischiavizzati” avevano vinto: la nuova schiavitù era la segregazione di Jim Crow. Ci vollero quasi cent’anni, ovvero fino al Voting Rights Act del 1965, perché il diritto di voto sancito dal quindicesimo emendamento diventasse realtà effettiva per gli afroamericani del Sud.
Lo schema si ripete in scala diversa anche in epoca più recente. Nel 1973 Roe v. Wade riconobbe un diritto costituzionale all’aborto. Nel 2022, in Dobbs v. Jackson, la Corte Suprema lo ha rovesciato, restituendo la materia ai singoli stati dopo quasi cinquant’anni di precedente. Si può leggere Dobbs come una rottura improvvisa, ma inserita nella sequenza Ricostruzione-Redemption e conquiste degli anni Sessanta-backlash degli anni Settanta e Ottanta, Dobbs assomiglia più a un’ennesima istanza di un pattern strutturale che attraversa l’intera storia americana. Ogni allargamento del cerchio genera, prima o poi, chi rivendica di restringerlo di nuovo, spesso in nome di un ritorno a un’America “originaria”. Non è l’anomalia di un singolo tribunale o di un singolo presidente, ma è il meccanismo stesso, in funzione da due secoli e mezzo, che oscilla piuttosto che avanzare in linea retta.
Ecco perché, di fronte ai 250 anni, la domanda giusta non è se l’America stia andando avanti o indietro in questo momento specifico: è la cornice sbagliata, quella del bilancio a saldo netto.
Una domanda, non un bilancio
Questo è il motivo per cui i 250 anni non si prestano a un bilancio in senso classico. Non c’è una colonna dei successi e una dei fallimenti da pareggiare, perché la Dichiarazione non ha mai promesso un risultato, ma ha posto una domanda, e l’ha posta in termini volutamente assoluti: tutti gli uomini. Ogni generazione americana ha dovuto decidere chi, in pratica, rientrasse in quel “tutti”, e ogni generazione ha risposto in modo diverso, spesso dopo conflitti durissimi.
Per questo il 250° anniversario non chiede di stabilire se l’America abbia “vinto” o “perso” la propria sfida fondativa. Chiede di riconoscere che quella sfida è stata scritta in una forma che non si può chiudere, una prescrizione che ogni epoca può rileggere e che, infatti, viene rivendicata, oggi come in passato, da fazioni con interpretazioni opposte di ciò che significhi davvero “creati uguali”. La grandezza americana, se vogliamo chiamarla così, non sta nell’aver risolto la domanda. Sta nell’aver scritto, due secoli e mezzo fa, un’esigenza così radicale da non aver ancora smesso di suscitare la propria contestazione.
*Immagine di copertina: [foto di The New York Public Library via Unplash]





