La questione dell’immigrazione non è certo una novità nel panorama politico italiano. Da oltre un decennio occupa una posizione centrale nel dibattito pubblico e rappresenta uno dei temi più rilevanti della competizione elettorale. In Italia, questa crescente centralità ha favorito l’affermazione di partiti che hanno fatto della promozione di politiche restrittive in materia di immigrazione uno dei pilastri della propria identità politica.
Dalla crescita della Lega guidata da Matteo Salvini all’affermazione di Fratelli d’Italia, fino all’emergere di Futuro Nazionale, il tema dell’immigrazione è rimasto centrale, mentre sono cambiati i partiti maggiormente capaci di rappresentarlo, in una sorta di continuo trasferimento di credibilità. Il ripetersi di questa dinamica suggerisce che il potenziale elettorale di questo tema non dipenda tanto da uno specifico attore politico, quanto dalla capacità della questione stessa di ridefinire ciclicamente gli equilibri della competizione. Gli sviluppi politici più recenti indicano suggeriscono che le potenzialità elettorali dell’immigrazione non siano certo esaurite e che, anzi, potrebbero rivelarsi determinanti anche nelle prossime elezioni. Vale quindi la pena soffermarsi sulle dinamiche che sembrano caratterizzare la politica italiana.
A circa un anno dalla conclusione della XIX legislatura, è il momento di chiedersi: perché i partiti che conquistano il governo facendo dell’immigrazione il proprio principale cavallo di battaglia sembrano sistematicamente perdere, una volta al potere, quella credibilità che ne aveva determinato il successo? È questo il paradosso che aiuta a comprendere non solo l’ascesa di Futuro Nazionale, ma anche una delle dinamiche più ricorrenti della politica italiana degli ultimi anni.
Le potenzialità elettorali del tema dell’immigrazione
Dalle elezioni politiche del 2018 in poi, quasi tutti i governi succedutisi hanno visto la partecipazione di partiti identificati con un’agenda restrittiva in materia di immigrazione. È il caso del governo Conte I con la Lega, del governo Draghi, sostenuto anche da questo partito, e del governo Meloni. La presenza pressoché costante di queste forze nelle maggioranze di governo riflette la persistente centralità della questione migratoria nella competizione politica italiana. La capacità dell’immigrazione di orientare il voto e definire gli equilibri della competizione ha infatti reso questi partiti attori sempre più determinanti nella formazione delle maggioranze di governo.

Eppure, nessuno di questi partiti è riuscito a mantenere stabilmente il ruolo di principale punto di riferimento per gli elettori più sensibili alla questione migratoria. Anzi, si direbbe che ogni esperienza di governo ha finito per aprire la strada a un nuovo concorrente, percepito come un interprete più coerente e credibile delle istanze di una parte dell’elettorato.
Quando un partito “possiede” un tema
Negli ultimi anni si è discusso spesso del progressivo indebolimento della tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra. Nel dibattito pubblico è diventata ricorrente l’idea che queste categorie non bastino più a spiegare il comportamento elettorale, soprattutto in un contesto segnato da crescente volatilità del voto e dall’indebolimento delle fedeltà partitiche.
Sebbene destra e sinistra possano dirsi indebolite, non sono certo scomparse. Vi è però un altro aspetto che ha dimostrato essere sempre più rilevante nelle scelte di voto: le posizioni su temi specifici (issues), percepiti come prioritari rispetto agli altri. In scienza politica questo meccanismo è noto come issue ownership: alcuni partiti vengono stabilmente associati dagli elettori a una determinata questione, diventando spesso i soggetti ritenuti più credibili o competenti nell’affrontarla. Nel caso italiano, diversi partiti di destra hanno acquisito questa reputazione sul tema dell’immigrazione, costruendo il proprio consenso sulla promessa di politiche più restrittive, di un maggiore controllo delle frontiere, della riduzione degli ingressi irregolari e dell’aumento dei rimpatri.
L’efficacia di questo meccanismo dipende dall’interazione tra salienza e credibilità: quanto più una questione è percepita come prioritaria dagli elettori, tanto maggiore sarà il vantaggio del partito ritenuto più competente nell’affrontarla. È proprio ciò che è accaduto con il tema dell’immigrazione. La costante attenzione politica e mediatica dedicata alla questione migratoria ne ha accresciuto la salienza nel dibattito pubblico e, in molti casi, ha contribuito ad accrescerne la rilevanza percepita agli occhi dell’opinione pubblica. In questo contesto si comprende l’affermazione elettorale dei partiti che hanno costruito la propria identità sulla promessa di politiche restrittive in materia di immigrazione.
L’issue ownership, tuttavia, non sembrerebbe garantire un vantaggio permanente in questo caso. Cosa accade quando il partito che ha costruito il proprio successo sull’immigrazione è chiamato a trasformare le promesse in politiche di governo? È proprio qui che emerge il paradosso.
Il prezzo del governo
Le evoluzioni più recenti sembrano confermare un ciclo ricorrente: ogni partito che arriva al governo facendo dell’immigrazione il proprio principale cavallo di battaglia finisce, una volta al potere, per aprire lo spazio politico a un nuovo concorrente. Per descrivere questa dinamica sembra valere il vecchio detto: “morto un papa, se ne fa un altro”.
La questione immigrazione diventa una vera e propria arma a doppio taglio. Può aiutare un partito a conquistare il governo, ma è molto più difficile utilizzarla per conservarne il consenso. Una volta al governo, infatti, le promesse formulate all’opposizione devono misurarsi con i vincoli dell’azione politica e, soprattutto, con la prova dei risultati.
A differenza di altre politiche pubbliche, il controllo dei flussi dipende solo in parte dalle decisioni del governo nazionale. È infatti condizionato da conflitti internazionali, crisi economiche, rapporti con i Paesi di origine e di transito, norme europee, obblighi internazionali e capacità amministrative: fattori che nessun esecutivo può controllare pienamente. È proprio questo scarto tra le aspettative generate in campagna elettorale e i margini di manovra a rendere molto più difficile mantenere la reputazione costruita all’opposizione.
A questi limiti strutturali si aggiungono quelli politici. In una coalizione di governo un partito è costretto a mediare le proprie posizioni con quelle degli alleati. La Lega, per esempio, ha dovuto confrontarsi prima con il Movimento 5 Stelle e poi con una maggioranza molto ampia e politicamente eterogenea nel governo Draghi. Questa necessità di compromesso ha inevitabilmente limitato la possibilità di attuare integralmente le proposte formulate all’opposizione, contribuendo a erodere quella reputazione di partito più credibile nella gestione dell’immigrazione che aveva costituito la base del suo successo elettorale.
I vincoli, tuttavia, non scompaiono neppure quando il governo dispone di una maggioranza politicamente omogenea. Anche il governo Meloni, sostenuto interamente da partiti di centrodestra, ha dovuto fare i conti con ostacoli analoghi. Emblematico è il caso del cosiddetto “blocco navale”, uno dei punti più rappresentativi del programma elettorale di Fratelli d’Italia del 2022. Il diritto internazionale, la normativa europea e la necessità di ottenere la collaborazione dei Paesi di origine e di transito dei migranti hanno mostrato come quella promessa fosse molto più difficile da realizzare di quanto apparisse in campagna elettorale.
Le difficoltà hanno riguardato anche le misure concretamente attuate. È il caso del centro di permanenza di Gjadër, il provvedimento simbolo della politica migratoria del governo Meloni. L’attuazione del progetto si è scontrata con numerosi ostacoli giuridici e operativi, che ne hanno fortemente ridimensionato la portata, facendo emergere il divario tra gli ingenti costi amministrativi e organizzativi sostenuti e i risultati concretamente raggiunti. Il dibattito pubblico si è così progressivamente spostato dalle promesse iniziali alla valutazione dei risultati concretamente ottenuti.
È proprio in questo passaggio che si consuma il paradosso. All’opposizione gli elettori giudicano soprattutto la credibilità delle promesse; al governo, invece, valutano la capacità di trasformarle in risultati concreti. Quando questi ultimi non corrispondono alle aspettative alimentate durante la campagna elettorale, l’issue ownership conquistata all’opposizione tende progressivamente a erodersi. Si apre così lo spazio politico per un nuovo concorrente, che eredita quella credibilità sul tema dell’immigrazione che il partito al governo ha progressivamente perduto. Ed è così che il ciclo ricomincia.
Il vantaggio dell’opposizione
Se il governo espone i partiti alla prova dei risultati, l’opposizione offre invece una posizione particolarmente favorevole. Un partito esterno alla maggioranza può criticare le politiche adottate senza dover rispondere direttamente delle difficoltà incontrate nella loro attuazione. Può attribuire gli insuccessi all’incapacità del governo, alla moderazione degli alleati o a vincoli che, secondo la propria narrazione, sarebbero stati superati con maggiore determinazione, continuando così a presentare le proprie proposte come alternative più credibili ed efficaci.
Questo meccanismo aiuta a comprendere anche l’ascesa di Futuro Nazionale. Più che il risultato di una semplice scissione, il nuovo partito può essere interpretato come il tentativo di occupare lo spazio politico lasciato progressivamente libero dall’indebolimento della credibilità dei partiti di governo sul tema dell’immigrazione.
Roberto Vannacci aveva già acquisito una notevole visibilità politica alle elezioni europee del 2024, contribuendo in misura significativa al risultato della Lega. Il suo ingresso nel partito era stato però accompagnato da tensioni e diffidenze interne, dovute sia alle sue posizioni sia alla crescente autonomia con cui aveva iniziato a costruire una propria proposta politica. Le divergenze con la leadership di Matteo Salvini si sono progressivamente accentuate, fino a sfociare, nel gennaio 2026, nella rottura tra Vannacci e la Lega. Da quella separazione è iniziato il percorso che avrebbe portato alla fondazione di Futuro Nazionale, consolidatosi nei mesi successivi con l’adesione di diversi parlamentari e con l’assemblea costituente del giugno 2026.
Il posizionamento scelto è significativo. Presentandosi come espressione di una destra “diversa, vitale e non moderata”, Futuro Nazionale cerca di distinguersi tanto dal governo quanto dai partiti tradizionali del centrodestra. Questa collocazione all’opposizione gli consente di criticare le politiche migratorie dell’esecutivo senza essere direttamente associato ai risultati conseguiti. In questo senso, il nuovo partito punta a presentarsi come l’interprete più credibile e coerente delle richieste di quella parte dell’elettorato che giudica insufficienti le misure adottate dal governo Meloni, riproponendo il meccanismo che ha già favorito, in momenti diversi, l’ascesa della Lega prima e di Fratelli d’Italia poi.
Futuro Nazionale: il prossimo “proprietario” dell’immigrazione?
Non è ancora possibile stabilire se il partito di Vannacci riuscirà a consolidare questa posizione o a trasformarla in un successo elettorale duraturo. La sua ascesa mostra però come il ciclo descritto in questo articolo continui a riproporsi: quando il partito che aveva costruito il proprio consenso sull’immigrazione si trova al governo e viene giudicato sui risultati da esso raggiunti, si apre lo spazio politico per un nuovo concorrente che promette di riuscire dove il precedente ha fallito e che, proprio per questo, inizia progressivamente a eroderne il consenso.
I sondaggi più recenti sembrano già offrire alcuni segnali in questa direzione. La crescita di Futuro Nazionale si accompagna infatti a una progressiva perdita di consenso della Lega e, in misura più contenuta, di Fratelli d’Italia, mentre Forza Italia non sembra registrare variazioni significative. Il fatto che il calo riguardi soprattutto questi due partiti, e non l’intera coalizione di governo, rende plausibile l’ipotesi che il fenomeno sia legato proprio alla competizione per la credibilità sul tema dell’immigrazione. A meno di sei mesi dalla sua fondazione, Futuro Nazionale viene già accreditato di un consenso intorno al 7%, collocandosi anche davanti alla Lega.

La diversa intensità del calo potrebbe riflettere anche il diverso peso che la questione dell’immigrazione ha assunto nella costruzione dell’identità politica dei due partiti. Mentre la Lega ha costruito una parte consistente della propria identità politica proprio su questo tema, Fratelli d’Italia, una volta al governo, ha cercato progressivamente di ampliare la propria reputazione anche ad altri ambiti dell’azione di governo, come la politica economica, il sostegno alle imprese e la politica estera. Questo potrebbe spiegare perché l’erosione del consenso sembri colpire con maggiore intensità la Lega, lasciando intravedere come Futuro Nazionale stia progressivamente candidandosi a diventare il nuovo issue owner della questione immigrazione.
Proprio per questo, Futuro Nazionale potrebbe assumere un ruolo determinante negli equilibri della prossima legislatura. Le simulazioni elettorali più recenti suggeriscono infatti che la sua collocazione potrebbe risultare decisiva: un’eventuale alleanza con il centrodestra aumenterebbe sensibilmente le probabilità di vittoria della coalizione, mentre una corsa autonoma rischierebbe di sottrarle un numero di voti sufficiente a comprometterne il successo. Al di là dell’esito elettorale, ciò conferma come la competizione per la issue ownership sull’immigrazione continui a rappresentare una delle principali poste in gioco della politica italiana. Più che il destino di un singolo partito, è la competizione per il controllo di questa issue a continuare a ridisegnare gli equilibri del sistema politico.
La nascita di Futuro Nazionale sembra dunque confermare la natura strutturalmente instabile della issue ownership sull’immigrazione: una risorsa estremamente efficace per conquistare il governo, ma molto più difficile da conservare una volta assunte le responsabilità dell’esecutivo. È questo il paradosso dei partiti anti-immigrazione al governo. Più che un’eccezione, sembra ormai rappresentare una regolarità della competizione politica italiana. Finché questo meccanismo continuerà a caratterizzarla, difficilmente assisteremo all’affermazione definitiva di un unico “partito dell’immigrazione”. Più probabilmente continueremo a osservare lo stesso schema: cambieranno i protagonisti, ma non la dinamica. Morto un partito (anti-immigrazione), se ne fa un altro.
*Immagine di copertina: [Foto di Metin Ozer via Unsplash]


![*Soldati in mimetica, marciano in formazione [crediti foto: Filip Andrejevic via Unsplash]](https://www.orizzontipolitici.it/wp-content/uploads/2022/06/filip-andrejevic-1LTunOck3es-unsplash.jpg)


