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La crisi idrica in Cile è la crisi di un sistema

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Quello che sta avvenendo in Cile non è solo l’ennesima crisi idrica causata dal cambiamento climatico ma è la storia, ben più complessa, del fallimento di un intero sistema economico e amministrativo. Un sistema, quello cileno, in cui la distribuzione irregolare dell’acqua all’interno del territorio, associata a politiche di estrema privatizzazione dei beni pubblici nazionali, ha portato la nazione a dover fare i conti con le più imprevedibili conseguenze dell’emergenza climatica, esacerbate da decenni di noncuranza politica.

Cambiamento climatico e privatizzazioni

Il Cile è uno degli stati più ricchi al mondo per riserve idriche a sua disposizione: è completamente affacciato sull’Oceano Pacifico e gode delle infinite distese di ghiaccio che caratterizzano parte del centro e del sud della nazione. La sua costa, lunga circa 4200 km, vanta una moltitudine di climi diversi che trovano, a nord, aree interamente desertiche, al centro un clima mediterraneo e, a sud, quello oceanico.

Negli ultimi anni, il cambiamento climatico ha inasprito la varietà climatica di questa terra e lo Stato cileno ha dovuto fronteggiare condizioni di crescente aridità a nord della capitale Santiago, e l’aumento esponenziale delle piogge nella zona oceanica a sud, a cui sono seguite lunghi periodi di siccità. Le alte temperature stanno sciogliendo i ghiacciai che riforniscono la nazione e le riserve d’acqua potabile iniziano a scarseggiare. Nel 2020, il governo ha dichiarato l’emergenza agricola in 6 diverse regioni del territorio nazionale e si prevede che la disponibilità idrica della sola Santiago, dove risiede la metà della popolazione cilena, crollerà del 40% entro il 2070. Intanto, a sud est della capitale, il prosciugamento del lago Aculeo è diventato il simbolo più evidente di questa crisi idrica.

Il cambiamento climatico però, pur essendo il fattore cruciale alla base di questa crisi idrica, altro non ha fatto che accelerare il declino a cui il cosiddetto “modello cileno” di amministrazione delle risorse era naturalmente destinato. Dal 1981, infatti, in Cile l’allocazione e la gestione delle risorse idriche sono regolate dal noto “Water Code”, un codice normativo voluto e realizzato dal regime di Pinochet. Alla fine del XX secolo, il nuovo governo cileno scelse di inaugurare una serie di politiche di stampo neoliberista, in opposizione alla vecchia amministrazione socialista di Allende, scommettendo sulla totale liberalizzazione delle forze di mercato, in un modello laissez-faire, che fosse in grado di rilanciare l’economia del Paese. Le riforme riguardarono soprattutto la gestione dei beni pubblici, inclusa, ovviamente, la privatizzazione dell’acqua.
L’idea alla base di questo sistema era che un mercato completamente liberalizzato potesse riequilibrare la distribuzione delle risorse e permettere la loro riallocazione in maniera apolitica, all’interno della nazione. Secondo il regime dunque, affidando i beni pubblici ad imprese private ed eliminando l’intervento dello Stato, il mercato avrebbe naturalmente riallocato le risorse d’acqua là dove esse erano necessarie, massimizzandone il valore di mercato e aumentando tanto l’efficienza economica quanto i livelli di welfare dell’intero Paese.

Ad oggi, esistono quattro diversi modelli di privatizzazione delle risorse idriche che prevedono rispettivamente: la creazione di un contratto tra Stato e compagnie private disciplinate dal pagamento di alcune tasse da parte dei privati, concessioni a tempo determinato per il controllo delle risorse, l’affidamento per mezzo di premi alla gestione o la completa privatizzazione dei diritti dell’acqua, della sua distribuzione e del suo trattamento. L’ultimo tra questi modelli è quello che l’amministrazione di Pinochet scelse di adottare nel Water Code, attualmente ancora in vigore. Nel corso degli anni Novanta, il modello cileno di gestione dell’acqua divenne famoso come una tra le più estreme forme di politica neoliberista. Caratteristica peculiare di questo modello è che il diritto all’acqua viene separato da quello al possesso della terra, per garantirne la libera compravendita. Questo significa che se il diritto all’acqua viene riconosciuto de jure quale diritto inalienabile dell’uomo, come poi stabilito dalla Comunità Internazionale nel 2003, de facto l’acqua diventa una commodity, cioè un comune prodotto di mercato nelle mani dei privati. La sua gestione è affidata alla prima compagnia in grado di accedere alle fonti idriche (“first come, first serve”) che può, da quel momento in poi, godere dell’accesso all’acqua e del diritto perpetuo al suo sfruttamento e commercio per scopi privati. Secondo il codice del 1981 inoltre, la redistribuzione all’interno del territorio nazionale non dipende da alcuna caratteristica geografica delle regioni ma, ad aree con esigenze climatiche diverse (si rammenti la distinzione tra regioni del Nord e del Sud), è applicato esattamente lo stesso modello di allocazione.

crisi idrica in cile
Deserto di Atacama [crediti foto: Jacunn47CC BY 2.0]

Le conseguenze del “modello cileno”

La carenza d’acqua, sempre più esacerbata nelle zone settentrionali del Cile, ha scatenato duri scontri tra varie comunità di indigeni e agricoltori, contro le compagnie che hanno monopolizzato il controllo degli accessi idrici e che continuano a sfruttare le risorse per aumentare il proprio profitto. Si tratta perlopiù di imprese estere nel settore dell’estrazione mineraria, dell’agricoltura intensiva o della produzione di energia idroelettrica. Secondo alcuni report, nel 2010, il 90% dei diritti per la gestione dell’acqua era nelle mani di tre sole compagnie, tra queste anche l’italiana Enel: pochi giganti commerciali a spartirsi il sostentamento di quasi 19 milioni di cileni.
Tra gli esempi più manifesti di sfruttamento incontrollato delle risorse d’acqua, c’è il caso relativo alla produzione intensiva di avocado. Il Cile è il terzo esportatore di avocado al mondo, un frutto per la cui produzione è richiesto un enorme e continuo quantitativo d’acqua. Dal 2006, a seguito dell’aumento esponenziale della domanda di avocado, grandi aziende agricole si sono spostate in Cile per coltivare il cosiddetto “oro verde”. La produzione intensiva di questo frutto tropicale ha letteralmente prosciugato alcune aree del territorio cileno, come quella della provincia di Petrorca.
In questi luoghi il prezzo dell’acqua è salito alle stelle, le comunità locali e i piccoli contadini non hanno più accesso all’acqua corrente nelle loro abitazioni. Intere famiglie sono costrette a rifornirsi quotidianamente da alcuni grandi serbatoi di plastica sparsi nelle zone rurali e altri tentano invece di collegarsi illegalmente agli impianti di irrigazione delle compagnie, rischiando multe salatissime. L’attuale crisi pandemica ha poi peggiorato le condizioni igieniche dei residenti in aree già compromesse dalla carenza d’acqua e l’impossibilità di accedere a servizi igienici di base impedisce alla maggior parte dei cittadini di prendere le misure cautelari necessarie per prevenire il contagio da Covid-19. Non è un caso che il Cile sia uno degli Stati più colpiti dall’emergenza sanitaria al mondo e si conta che siano più di 9.600 i casi di positività per ogni milione di abitanti.

La popolazione, stremata dalle regolazioni previste dalla Costituzione dei tempi del golpe, si è organizzata in diversi comitati per la difesa dei diritti dei cittadini, oggi supportati da Ong locali e organizzazioni internazionali. La convinta e capillare partecipazione popolare in questi comitati ha generato un’onda di mobilitazione dal basso che ha fatto insorgere, più volte negli ultimi anni, la popolazione contro il governo cileno. Tra le varie richieste, quella di una riforma strutturale del Water Code fu accolta per la prima volta nel 2005 quando, sotto la presidenza di Ricardo Lagos Escobar si ottennero alcune modifiche del piano di gestione. In quell’occasione veniva introdotto un sistema di tassazione sulla quantità di acqua sprecata o non effettivamente usata dagli aventi diritto d’utilizzo ma l’intero provvedimento fu più che inadeguato per risolvere il problema. Un secondo tentativo venne fatto poi negli anni dell’amministrazione Bachelet: nuove revisioni vennero discusse dal Congresso per quasi otto anni ma il progetto di riforma non fu mai approvato. Nel 2020 però, gli scontri e le proteste cilene sono passate dalla strada alle urne e la vecchia costituzione è stata abbattuta, con il 78% dei voti, da uno storico referendum costituzionale.

La crisi idrica in Cile non è ancora stata affrontata e l’unica possibilità di risoluzione dell’emergenza risiede nel lavoro della nuova Assemblea Costituente. Quel che è certo è che l’amministrazione di Santiago, risucchiata dall’emergenza climatica e dalle decisioni post golpiste, è stata finora incapace di agire. Il modello cileno di gestione delle risorse idriche ha dimostrato il fallimento di modelli economici squilibrati, non in grado di considerare i fattori sociali, ambientali e culturali che stanno alla base della vita delle comunità.

Questo articolo fa parte di una serie di analisi sulle crisi idriche. Leggi anche gli articoli precedenti: La strana alleanza tra terrorismo ed emergenza climatica sul Lago Ciad, L’acqua della Mesopotamia: la contesa che prosciuga il Medio Oriente

*Chile, Proteste Violente [crediti foto: Ivan Alvarado/ Reuters CC BY 2.0]*
Anna Corrente
Nata nel 1998 nella valle dei trulli e degli ulivi, sono stata adottata dalla romagna per studiare Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Unibo. Amo il Mediterraneo perché mi ha regalato gli spaghetti allo scoglio, i miei capelli e la geopolitica. Il mio hobby preferito è provare a compensare la miopia con la lungimiranza.

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