Quando nella tarda serata di lunedì 1 giugno 2026 i primi dispacci delle agenzie stampa hanno riportato il rinvenimento di quattro cadaveri carbonizzati in una stazione di servizio nei pressi di Amendolara, un piccolo paesino in provincia di Cosenza, lo spettro del lavoro nero è tornato ad abbattersi, ancora una volta, sull’opinione pubblica.
Perché la morte di Ullah Ismat Qiemi, Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad, questi i nomi delle vittime, uccise per un “regolamento di conti” tra sfruttati e sfruttatori, ha riportato alla luce le trame di crimine e sfruttamento che pervadono le campagne italiane da molto tempo e che si sono sparse a macchia d’olio in tutta la penisola incontrando poche e inefficaci resistenze.
Il caporalato in Italia è innegabilmente presente, non conosce limitazioni territoriali e settoriali ed è praticato da figure varie, eterogenee, talvolta insospettabili come anche dimostrato dagli avvenimenti di Amendolara. È, dunque, una piaga mutevole, capace di adattarsi ai più disparati contesti e rimanere nascosta anche alla luce del sole.
Dove nasce il caporalato in Italia?
Il caporalato, per definizione, è la pratica illegale di reclutamento e organizzazione di lavoratori ad opera di un intermediario per conto di un imprenditore senza il rispetto di normative, Ccnl ed eventualmente ricorrendo all’utilizzo della violenza.
La presenza del caporalato in Italia è riccamente documentata, come osservato da Giovanni Ferrarese all’interno del suo libro “Il caporalato. Una storia”. Già all’inizio del ‘900, infatti, le dinamiche migratorie lavorative, che vedevano le masse muoversi dalle colline e dalle zone montane, aree in cui il lavoro, specialmente in determinati periodi dell’anno, scarseggiava, in direzione delle pianure, erano oggetto delle prime ed embrionali forme di caporalato.
Queste, seppur rudimentali, mostravano alcune delle caratteristiche fondamentali precedentemente descritte. Infatti, erano comuni il reclutamento di lavoratori e lavoratrici, in determinati periodi anche bambini e adolescenti, disposti o costretti a spostarsi per ottenere un impiego, da parte dei primi caporali con conseguente organizzazione dei trasporti, collocamento e supervisione del lavoro svolto, più simile ad un controllo ossessivo.
Come sottolineato da Ferrarese, gli episodi di caporalato non erano limitati territorialmente al Sud Italia, come si potrebbe erroneamente pensare. Cicli migratori soggetti all’attenzione dei caporali sono fin da subito testimoniati anche al Nord, nelle risaie padane, dove lavoravano le mondine, impiegate nella raccolta del riso, e nel Centro Italia, nella zona della Maremma e dell’Agro Romano.
Un terreno fertile per il caporalato
Osservando le testimonianze delle vittime si possono constatare alcune condizioni comuni alla base del sistema di sfruttamento che risponde al nome di caporalato.
La necessità di sostentamento degli individui reclutati, la bassa specializzazione richiesta per ottemperare agli impieghi più duri ed estenuanti, che amplia notevolmente il bacino della potenziale manodopera arruolabile, unitamente alla mancanza di alternative tangibili sono solamente alcuni dei fattori che hanno alimentato e continuano ad irrobustire le fila del caporalato.
Inoltre, la mancanza di un sistema di collocamento dei lavoratori statale efficace e capillare, dinamico e in grado di adattarsi alle tempistiche costrette e variabili del lavoro in agricoltura ha contribuito allo sviluppo delle vie secondarie di lavoro sommerso.
Nel corso del tempo, inoltre, l’afflusso migratorio dall’Africa e successivamente dall’Est Europa ha ingrandito la sacca di bisognosi di occupazione, dando il via ad un processo di “sostituzione” della manodopera italiana, allontanatasi almeno parzialmente dall’agricoltura, introducendo nell’analisi anche nuovi elementi.
I lavoratori migranti, infatti, erano e sono sottoposti ancora oggi a situazioni di vita differenti rispetto ai lavoratori locali. Essi, per esempio, sono costretti a subire la pressione dell’irregolarità, la difficoltà nell’integrazione e l’impossibilità sistematica di ottenere riconoscimenti di titoli e competenze sviluppate e certificate nel Paese di origine.
Anche per chi in possesso di regolari documenti può essere complesso trovare il proprio posto all’interno del mondo del lavoro italiano, anche a causa della barriera linguistica. Risulta quasi una scelta obbligata, pertanto, accettare occupazioni prive di tutele, esponendosi così alle pratiche di caporalato, quantomeno nel tentativo di mantenere il permesso di soggiorno.
Più volte è stato evidenziato come il fatto che il rilascio del permesso di soggiorno, necessario per rimanere sul suolo nazionale, sia vincolato ad un effettiva occupazione lavorativa da parte del richiedente, un contratto di lavoro, appunto. Questa situazione, difatti, incentiva la proliferazione di forme di lavoro nero e grigio e l’accettazione, da parte dei lavoratori, di condizioni lavorative inadeguate, tra vessazioni, sfruttamento e limitazioni alla libertà personale.
I dati del fenomeno
Al 2023, la percentuale maggiore di lavoratori irregolari, il 48,8% per precisione, si riscontra nel settore che vede le famiglie come datori di lavoro. Sono dunque le colf, le badanti, le babysitter e i domestici a detenere lo scettro di questo triste primato. Seguono l’agricoltura (20,8%), le attività artistiche (20,3%) e i settori dell’alloggio e della ristorazione (14,4%).
Inoltre, secondo il VII Rapporto Agromafie e caporalato redatto dall’Osservatorio Placido Rizzotto in collaborazione con la FLAI CGIL, il numero di lavoratori irregolari nel settore agroalimentare ammontava nel 2023 a 200mila individui su un totale di 872.100 lavoratori complessivi. Come detto, però, le pratiche di caporalato non si fermano alle campagne italiane. Storicamente, vari settori hanno dato prova di infiltrazioni caporalesche: cantieri navali, cantieri edili, agenzie di logistica ma anche il settore ittico e quello alberghiero.
Giovanni Ferrarese ricorda la tragedia del 13 Marzo 1987 dove 13 operai, di cui dodici assunti tramite intermediazione, rimasero uccisi a causa dei fumi tossici sviluppatisi a seguito di un rogo nella stiva della nave “Elisabetta Montanari”, ferma per manutenzione nel cantiere navale di Ravenna. Per l’appunto, certe notizie di caporalato riguardanti servizi relativamente insospettabili o comunemente utilizzati, danno l’idea della complessità e della varietà del fenomeno.
Tra queste categorie rientra, per esempio, il settore del food delivery. Recentemente attenzionato, come esemplificato dai controlli disposti da parte dell’autorità giudiziaria nei confronti di società operanti per colossi quali Glovo e Deliveroo, al fine di far luce su trame di presunto sfruttamento dei rider che ogni giorno servono il pranzo o la cena a migliaia di utenti sparsi sul territorio italiano.
Se ciò non bastasse a rendere l’idea della vicinanza e della diffusione di suddette pratiche di caporalato ci pensa il caso di presunto caporalato che vede coinvolta la Caddell Construction Co., azienda statunitense occupatasi della ristrutturazione del consolato statunitense a Milano.
Il contrasto al caporalato in Italia
L’Italia è l’unico Paese europeo ad avere una legge specifica volta al contrasto dell’intermediazione illecita di lavoro e alla condanna di chi la richiede e chi la mette in atto. Approvata nel 2016, la legge n.199 è stata l’ultima a livello cronologico di una lunga serie di provvedimenti intrapresi a partire da inizio ‘900 da parte di sindacati, associazioni ed enti istituzionali volti a prevenire, arginare e contrastare il caporalato in Italia in tutte le sue forme.
I primi tentativi di arginare il fenomeno furono rivolti soprattutto alla prevenzione dello sfruttamento, mirando a indebolirlo attraverso l’istituzione sul territorio di uffici di collocamento pubblici che potessero rappresentare un’alternativa reale ai canali occupazionali irregolari, oltre che alla condanna dei primi caporali. I risultati, però, non furono ugualmente soddisfacenti in tutte le zone coinvolte. Le differenze si resero notevoli in particolar modo grazie alla legge n.264/1949 per merito della quale le attività di caporalato agricolo vennero contenute notevolmente al Nord. Al Sud, invece, continuò a persistere una generale sfiducia negli apparati statali e i rapporti interpersonali e la mediazione privata mantennero salda la propria quota di “mercato”, anche grazie ad un generale malfunzionamento dei nuovi apparati creati.
I successivi provvedimenti, a partire dalla legge n.1369/1960 fino alla legge n.196/1997, mantennero come obiettivo la creazione di una rete di collocamento pubblico e statale, che fosse capillare nella sua presenza e evitasse il più possibile pratiche di intermediazione illecita, parallelamente ad un aumento dell’attività di controllo da parte degli organi preposti e delle forze dell’ordine. L’approccio cambiò parzialmente con il d.lgs. 276/2003, con cui l’intermediazione venne di fatto privatizzata; si rese praticabile e legalmente esercitabile, solamente da chi in possesso di determinate qualifiche, titoli e requisiti, diminuendo nettamente l’incidenza statale nel processo di incontro tra domanda e offerta di lavoro.
La norma più recente, è la legge n.199/2016. Importante per l’introduzione di alcune misure rilevanti tra le quali compare la punibilità diretta del datore di lavoro, precedentemente non prevista, e della cosiddetta “confisca allargata”, che permette di confiscare i beni nella disponibilità di un condannato qualora essi non siano giustificabili rispetto ai redditi dichiarati. Mantenuta inalterata, invece, l’aggravante riguardante il numero di lavoratori reclutati che, se superiore a tre, comporta un aumento della pena da un terzo a metà della stessa. Inoltre, il reato si configura anche nel caso in cui si tratti di un reclutamento “sporadico”, senza che vi sia necessariamente continuità nell’illecito.
Se dal punto di vista repressivo i provvedimenti previsti sembrano avere riscontri reali e positivi, esperti del settore sostengono che gli aspetti preventivi vadano ulteriormente rivisti e potenziati, tentando di contenere e porre rimedio agli squilibri e ai malfunzionamenti strutturali della produzione agro-alimentare.
Il decreto flussi e il caporalato in Italia
Motivo di dibattito politico e terreno di scontro è il Decreto Flussi. Con questo termine s’intende l’atto normativo firmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri che stabilisce la quota di cittadini provenienti da paesi non appartenenti all’Unione Europea, gli extracomunitari, che possono entrare in Italia a scopo lavorativo, suddivisi in base a differenti categorie: lavoratori stagionali, autonomi e subordinati non stagionali

Il sistema è stato più volte al centro di critiche a causa dei suoi difetti strutturali e delle sue inefficienze, talvolta tramutatesi anche in truffe, quando, una volta ottenuto il permesso di entrare in Italia per lavorare, i destinatari del Decreto Flussi sono venuti a conoscenza di essere stati assunti da “aziende fantasma” e costretti a ripiegare sul lavoro irregolare, grigio o nero che fosse, il primo solo apparentemente legale, il secondo completamente illegale.
Se nei casi di lavoro nero la mancanza di un contratto è implicito nella definizione stessa del rapporto lavorativo, se cosi si può definire, il lavoro grigio un contratto, almeno formalmente, lo prevede. Sono però le tutele a mancare in questa tipologia di accordi: orari e retribuzioni differenti da quanto pattuito, mancato riconoscimento di ferie, permessi, congedi e malattie oltre che clima lavorativi spesso insostenibili.
I motivi di discussione sono tanti: primo tra tutti il “click day”, unico modo che hanno le aziende per richiedere i nullaosta necessari per i propri lavoratori, a cui è difficile accedere.
Sostanzialmente, sono più giorni, divisi in base alle motivazione lavorative precedentemente citate, in cui il Ministero dell’Interno rende possibile per i datori di lavoro italiani la presentazione delle richieste di nullaosta per i lavoratori stranieri attraverso il collegamento al portale digitale ministeriale. Persistono, caratteristica comune dei click day, utilizzati anche in ambito universitario, il problema del sovraffollamento del sito e l’incapacità di gestire la totalità delle richieste.
Anche le tempistiche, estremamente dilatate e che rendono complesso l’incontro reale tra domanda e offerta, e che hanno determinato una scarsa capacità di rilascio dei permessi di soggiorno, oltre che la mancata capacità di quantificare correttamente il numero realmente necessario di lavoratori da autorizzare ad entrare, sono spesso al centro del dibattito tra gli esperti.
Il dibattito politico odierno
Recentemente, il tema del caporalato in Italia è tornato ad essere trattato da politici, divulgatori e osservatori. Ciò anche grazie alla questione sempre più presente e polarizzante della remigrazione, che ha portato una più ampia discussione sul tema, seppur tra propaganda e contropropaganda.
A chi, infatti, invoca la remigrazione anche per “riportare gli italiani a rivolgersi alla raccolta di olive e pomodori”, bisogna ricordare che è la filiera produttiva stessa a portare alla compressione dei costi, alla riduzione al minimo delle spese per la manodopera e, conseguentemente, a determinare l’allontanamento di certi profili di lavoratori dal settore primario, come osservato anche dal VII Rapporto Agromafie e caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto e la Flai Cgil.
Storicamente, il lavoro nel settore agricolo, soprattutto quello maggiormente faticoso e meno specializzato, ha sempre dato luogo a fenomeni di ciclicità lavorativa.
Nel corso del tempo, l’identikit dei lavoratori di questo settore è cambiato più volte. Dapprima erano coinvolti in pari misura sia uomini che donne, successivamente vi fu un processo di “femminilizzazione” del lavoro agricolo e poi, con l’inizio dei flussi migratori negli anni ’80, si registrò una presenza straniera sempre crescente nei campi di tutta Italia.
Allo stesso tempo, il fatto che i lavoratori immigrati ad oggi siano fondamentali per evitare il collasso della filiera agricola italiana non deve essere motivo di adagiamento socio-istituzionale, né essere utilizzato come mero slogan elettorale. Si deve lavorare affinché tutte le forme di sfruttamento e intermediazione illegale siano destituite e condannate, proseguendo il percorso avviato nei decenni passati e culminato, per il momento, con la legge 199/2016.
La soluzione al problema, dunque, probabilmente non risiede nell’identificazione, nella profilazione e nella condanna di coloro che accettano condizioni di lavoro umilianti e difficoltose per sostentarsi, ma nella prevenzione di queste situazioni e nella ferma condanna di chi le manipola a proprio vantaggio, nella costruzione di un sistema di collocamento efficace e capillare, con procedure uniche ed uguali per tutto il territorio nazionale, che valorizzino il lavoro, rispettandolo, e lo rendano attrattivo e produttivo.
*Immagine di copertina: [Foto di Petr Kuznetsov via Pixabay]





