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Come, dove e quanto si informano i giovani oggi?

i giovani si informano

In un sistema sempre più proiettato all’uso dei social come fonte di informazione – il 42% dei giovani europei (tra i 16 e i 30 anni) si rivolge ai social media per notizie di stampo politico e sociale – capire se i giovani sono realmente informati è cruciale.

Capita, infatti, di discutere sulla capacità dei giovani di informarsi, di scegliere le fonti e riconoscere le fake news. Proprio per questo è utile fare chiarezza sul tema e sull’interesse che i giovani nutrono verso l’informazione e di conseguenza verso il coinvolgimento attivo nella società e nella politica. Un giovane informato, infatti, è indispensabile per garantire che le istanze d’interesse per le nuove generazioni arrivino alla classe politica.

L’informazione per i giovani

“I giovani non sono disinteressati dalla politica: sono disinteressati dal modo in cui la politica è interpretata dai partiti”. Così afferma lo scrittore Gianrico Carofiglio, in una recente intervista al programma diMartedì su La7 – durante la quale anche noi di Orizzonti Politici siamo stati chiamati in causa -, a partire dai temi affrontati nel suo ultimo libro “Accendere i fuochi – Manuale di lotta e gentilezza”. Nel libro, Carofiglio si rivolge soprattutto ai giovani**,** a una generazione intera chiamata a scegliere tra limitarsi a sentire i rumori del presente o provare a capirlo per metterlo in discussione. Ed è in questa decisione che il libro serve da strumento per i giovani stessi: la “gentilezza” di cui parla Carofiglio non va interpretata come un atteggiamento consolatorio, ma come una forma di resistenza pacifica alla brutalizzazione con cui i partiti hanno alimentato il dibattito pubblico. In questo senso, Accendere i fuochi non guarda ai giovani solo come destinatari di un messaggio, ma come punto di osservazione privilegiato per comprendere il tempo che abitano, caratterizzato da un ambiente informativo che è mutato profondamente nel corso degli anni.

Da sempre, infatti, informarsi significa esercitare una responsabilità: scegliere a chi credere, verificare le notizie, distinguere tra opinione e conoscenza e soprattutto non confondere l’intensità di un contenuto con la sua affidabilità. Pertanto, prima di chiedersi quanto i giovani si informano e se si informano “abbastanza”, occorre conoscere l’ecosistema in cui i giovani – ma anche le altre generazioni – vedono, comprendono e discutono le informazioni. Un ecosistema che, oggi più che mai, risulta frammentato e profondamente esposto alla polarizzazione e alla banalizzazione dei pensieri e delle idee. Le informazioni scorrono veloci, da sempre più fonti e spesso tramite algoritmi che premiano la semplificazione e la reazione emotiva: questi tratti hanno inevitabilmente trasformato i canali attraverso cui oggi ci si informa.

I fenomeni che caratterizzano l’ecosistema informativo

L’informazione è passata dall’essere distribuita in modo verticale – direzionata e gestita interamente da chi produce l’informazione verso chi la recepisce – all’essere orizzontale, quindi distribuita da più enti e accessibile da più punti, con un ampio margine di scelta e soprattutto con più libertà per chi se ne serve. In termini più tecnici, si è passati dalla Industrial Information Economy, un sistema in cui informazione, conoscenza e cultura erano prodotte da imprese centralizzate ed industriali, alla Networked Information Economy, in cui la produzione di notizie avviene attraverso un meccanismo più distribuito e partecipativo, anche grazie all’avvento di internet.

L’accesso ad Internet, infatti, ha stravolto la produzione delle notizie, rendendola decentralizzata; tant’è che chiunque vi si introduce può produrre e diffondere informazioni in rete. Questo importante cambiamento nel mondo dell’informazione ha dato luogo a diversi meccanismi, che influenzano il modo in cui ci si informa al giorno d’oggi.

Come ci si informa oggi: la disintermediazione

I giovani (e non solo) hanno la possibilità di accedere direttamente alle fonti delle notizie, evitando di passare attraverso i media tradizionali, dunque, saltando la fase intermedia dell’acquisto di un giornale o dell’ascolto di un programma televisivo o radiofonico. Questo fenomeno è generato in parte dal passaggio delle notizie sui media: infatti, sui nuovi mezzi di informazione non è più necessario acquistare l’intero “pacchetto” di notizie che sono contenute nel giornale cartaceo, bensì è possibile concentrarsi direttamente su un sottoinsieme di notizie d’interesse.

Come ci si informa oggi: la piattaformizzazione

Ogni volta che un “lettore della carta” si trasforma in un “navigatore” gli editori perdono buona parte dei loro ricavi, e questo spinge ad un uso delle piattaforme che dipende dall’uso stesso che gli utenti ne fanno. A tal proposito, sia per i social media, sia per le pagine web degli editori, il guadagno dipende dalle transazioni di dati nell’ecosistema digitale, dalle visualizzazioni dei banner pubblicitari e dalla scalabilità della rete di utenti, detti “networks effects”.

Il fenomeno della piattaformizzazione ha spinto i quotidiani a rivedere completamente il loro modello di business, in quanto le notizie non sono più esclusive, bensì indifferenziate, disponibili e vendibili – i costi devono essere più bassi e serve innovare continuamente la formula di mercato per raggiungere il maggior numero di utenti possibile. Ciò che è valido per i giornali cartacei non trova immediato riscontro per la televisione, dove risulta che non vi sia un abbandono del mezzo, bensì un’evoluzione: connessione a internet e home cinema dominano il rapporto dei giovani con il televisore.

Come ci si informa oggi: la comunità

Uno dei fenomeni che segnano un cambio generazionale nelle modalità di informarsi riguarda la ricerca di contenuti informativi. Apparentemente, la maggioranza degli adulti si informa attraverso una ricerca intenzionale e attiva delle notizie, ritagliando dei momenti appositi durante la giornata per approfondire temi d’interesse. D’altro canto, la fascia dei più giovani tende a recepire passivamente le notizie.

Questo trend si comprende anche alla luce del fatto che sempre di più i giovani si affidano alla comunità – anche intesa come community online – come fonte informativa. Il contesto che circonda i singoli individui diventa una sorta di “bolla” entro la quale le notizie diffuse vengono accettate e condivise, indebolendo – se non eliminando – la fase di approfondimento o di messa in discussione di ciò che si legge o di ciò che viene recepito, proprio in quanto proveniente dalla comunità che si è scelta come punto di riferimento e, dunque, ritenuta affidabile.

Quanto si informano i giovani?

Il modo in cui i giovani si informano e discutono di politica è cambiato. I dati Istat mostrano, anzitutto, che tra i giovani tra i 14 e i 34 anni non si discute di politica in maniera frequente. Nel 2024, il dato relativo ai giovani che non discutono mai di politica è il più alto di sempre: ben 5,4 milioni, circa il 44% di tutti i giovani italiani. Non solo: la percentuale di giovani che parlano di politica almeno una volta a settimana si è sostanzialmente dimezzata dal 2013 al 2024. La disaffezione verso la politica tradizionale, quindi, esiste ed è tangibile.

Evidenziando solo la porzione di giovani tra i 14 e i 24 anni, quasi un giovane su due dichiara, nel 2024, di non informarsi mai di politica italiana. Inoltre, l’evoluzione nel tempo è piuttosto evidente: nei primi anni 2000 erano in molti coloro i quali si informavano regolarmente. Oggi, al contrario, l’abitudine ad informarsi costantemente è scemata. La distanza tra la politica tradizionale e i giovani è cresciuta, e le cause sono molteplici: logiche di partito, dibattito politico brutalizzato e temi meno concreti di quelli a cui i giovani sono tipicamente sensibili, come clima, lavoro, diritti, scuola etc.

Nel 2024, sono circa 2,1 milioni i giovani tra i 14 e i 24 anni che dichiarano di non informarsi mai di politica perché non interessati, circa il 68%: dal 2001 ad oggi è il dato più alto. Non solo: più del 12% dei giovani non si informano perché dichiarano di nutrire sfiducia nella politica. I giovani, quindi, non sono solo “arrabbiati” verso la politica: la percepiscono lontana, poco connessa alla propria vita quotidiana, a problemi che realmente li tangono. Questa disaffezione lascia aperta una questione sui nuovi canali che i giovani utilizzano per restare informati.

Infatti, i dati mostrano una riduzione evidente dei canali tradizionali di informazione politica: quotidiani, radio, televisione. Quest’ultima, in particolare, serviva da strumento di informazione per  più di 4 milioni di giovani nel 2001: oggi, questo numero si è quasi dimezzato. Gli unici canali che i giovani hanno utilizzato maggiormente negli anni sono i canali alternativi, cresciuti di circa 4 volte dal 2001 a oggi: social, podcast, newsletter, community. Nondimeno, i social media rappresentano la principale fonte di informazione politica per circa un giovane su due. E nello specifico, la piattaforma più utilizzata dai giovani in Italia è Instagram – per ben il 59% degli intervistati -, seguita da TikTok ed X. L’informazione politica quindi non è scomparsa, ma ha cambiato gli ambienti attraverso cui scorre. E con essa, l’interesse stesso verso la politica: non più ideologico, ma tematico. Anche per questo, infine, i giovani hanno mutato i propri metodi di partecipazione all’attività politica.

Dall’informazione alla partecipazione, i dati Istat mostrano che tutte le forme di partecipazione politica tradizionale sono in netto calo. I giovani tra i 14 e i 34 anni che ascoltano un dibattito pubblico sono diminuiti, dal 2001 al 2024, del 73%; sorte medesima per chi partecipa ad un comizio, o che effettua donazioni ad un partito. Tuttavia, non tutte le forme tradizionali di politica attiva si sono indebolite allo stesso modo: nello stesso periodo la partecipazione ai cortei è diminuita, ma “solo” dimezzandosi. Questo mostra come le forme di mobilitazione legate ai partiti e alla politica organizzata – come, appunto, comizi, donazioni etc. – appaiono come sempre più marginali, al contrario dei cortei, che spesso nascono come legati a cause specifiche: ambiente, pace, diritti, lavoro. La mobilitazione politica dei giovani, quindi, si è spostata verso una partecipazione più tematica, orientata perciò a cause specifiche.

La voglia di uscire dalla “bolla”

La grande quantità di informazioni disponibili in rete viene gestita da soggetti che tentano di porre ordine alla massa informativa e di direzionarla verso chi potrebbe essere interessato a una specifica tipologia di contenuto. In questo ecosistema informativo, i motori di ricerca e le big tech svolgono il ruolo di gatekeepers (“portieri”) dell’informazione, diventando dei veri intermediari tra chi produce e riceve l’informazione, proprio per la massiccia quota di mercato informativo che possiedono.

Ciò che gli utenti leggono, vedono, scrollano è strettamente definito dagli algoritmi impiegati dalle piattaforme. L’algoritmo è un insieme di istruzioni che devono essere applicate per eseguire un’elaborazione e definisce, dunque, anche il modo in cui si visualizzano le notizie. Si può parlare, pertanto, di un processo di story selection, ovvero, di un modo definito per indirizzare contenuti agli utenti. Questo procedimento avvicina sicuramente i giovani ai temi che più hanno a cuore, ma rischia di creare una bolla informativa che non permette di informarsi su altri temi o di incontrare opinioni diverse dalle proprie.

In questo contesto è utile riprendere il concetto di bubble democracy, proprio per indicare come la società stessa e il modo di informarsi stiano conducendo ad una democrazia dell’audience e del pubblico, dove però il pubblico non è un unicum, bensì è frammentato, settoriale, specialistico. Gli algoritmi, infatti, filtrano i contenuti sulla base della profilazione dell’utente, portando spesso a polarizzazioni estreme tra gli utenti e a scontri dovuti a forti reazioni emotive generate dai contenuti stessi.

I giovani hanno però voglia di approfondire le notizie che leggono, soprattutto attraverso fonti di approfondimento attendibili, proprio per questo realtà d’informazione che offrano contenuti indipendenti, costruttivi ed accessibili sono oggigiorno ancora più rilevanti. I giovani dimostrano di non voler essere vittime di un sistema informativo veloce e superficiale, tant’è che i giovani tra 16 e 35 anni spendono in media quasi due ore al giorno ad informarsi. Il 32% dei giovani nella stessa fascia d’età approfondisce ciò che legge tramite altre fonti ed il 79% di questi dichiara di rivolgersi a fonti attendibili per verificare le notizie lette in rete.

Accendere i fuochi

I giovani non hanno smesso di informarsi o di interessarsi alla politica, ma hanno cambiato le modalità attraverso cui lo fanno. I dati mostrano, in particolar modo, uno spostamento delle loro posizioni: dai partiti alle cause, dalle televisioni ai social media, dalla partecipazione organizzata alla mobilitazione tematica. Questo passaggio mostra inevitabilmente un certo grado di disaffezione, ma al contempo, risuona come un segnale: i linguaggi tradizionali sono in crisi, il sistema dei partiti non è più sufficiente ad alimentare la partecipazione delle nuove generazioni, e la contrapposizione ideologica non è più conditio sine qua non per accrescere i consensi.

È richiesta una politica concreta, vicina ai problemi che toccano la quotidianità di ciascuno. Informarsi, perciò, continua a rappresentare un atto politico: è tramite l’informazione che i giovani possono, devono, e vogliono scegliere a chi prestare attenzione, a quali fonti dare fiducia, quali comunità alimentare e quali domande porre ai decisori politici. Accendere i fuochi, allora, significa proprio questo: trasformare l’informazione in consapevolezza e la consapevolezza in partecipazione. Perché come scrive Carofiglio nel libro omonimo: “Non servono eroi, solo persone che scelgono, ogni giorno, di non cedere all’indifferenza”.

*Immagine di copertina: [Photo by Etienne Girardet on Unsplash]

Analisi a cura di Anna Borghetti e Mattia Moretta

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