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L’Italia e le PMI: cosa c’è da sapere sul pilastro della nostra economia

Molto spesso sentiamo parlare dell'Italia come di un Paese di PMI, e i dati confermano questa affermazione. Scopriamo nel dettaglio le PMI, la loro storia e le sfide che devono affrontare. [Immagine generata dall'intelligenza artificiale]

 L’Italia è un Paese di piccole e medie imprese. Lo dicono – sempre più spesso – politici, accademici, imprenditori, associazioni di categoria, media; lo dicono, soprattutto, i dati, fondamentali per confermare quanto queste realtà costituiscano la spina dorsale dell’economia della nostra nazione e giochino un ruolo cruciale nello sviluppo economico, sociale e culturale di quest’ultima. Oltre il 99,9% delle 4,4 milioni di imprese presenti in Italia, infatti, risponde a questa definizione e contribuisce – secondo il report “A microscope on small businesses: Spotting opportunities to boost productivity” del McKinsey Global Institute, a circa il 63% del valore aggiunto e a circa il 76% dell’occupazione a livello nazionale.

Ma cosa sono le piccole e medie imprese? Qual è il loro ruolo all’interno del sistema economico del nostro Paese? Quali sono le sfide che devono affrontare nel contesto odierno?

Cosa sono le piccole e medie imprese

Secondo la Raccomandazione dell’Unione Europea n. 2003/361/Ce, recepita in Italia con Decreto del 18 aprile 2005, rientrano nell’ambito delle piccole e medie imprese (PMI) tutte le società che impiegano meno di 250 dipendenti e che sono caratterizzate da un fatturato annuo non superiore ai 50 milioni di euro (o, in alternativa a questa seconda condizione, un totale di bilancio annuo non superiore ai 43 milioni di euro). Sempre in base al numero di addetti e ai risultati economici, la Raccomandazione fornisce le basi per una classificazione delle PMI in tre categorie.  

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Ciò a cui bisogna pensare, seguendo questa definizione, è una struttura a cerchi concentrici, dove le microimprese possono anche essere inquadrate come piccole o medie imprese, ma il contrario non vale. Ecco quindi che, adottando tale prospettiva, si scopre che l’Italia è sì un Paese di PMI, ma, a voler essere ancora più specifici, è un Paese di microimprese: secondo i dati di Confartigianato, infatti, nel 2023 erano presenti sul suolo nazionale oltre 4,2 milioni di società di questo tipo, pari a circa il 95% del totale, ed occupavano oltre 7 milioni e mezzo di persone.

Tali realtà vanno a dare vita ad un tessuto economico basato su distretti produttivi e nicchie ad alta specializzazione, che interessa prevalentemente settori quali manifattura, artigianato, edilizia ed agricoltura, senza dimenticare servizi come il turismo e la ristorazione. In questi contesti, il modello di PMI risulta il preferito dagli imprenditori italiani a causa della sua flessibilità, dell’alto potenziale a livello di innovazione e, soprattutto, del forte legame con il territorio, un fattore che ha spesso condotto alla collaborazione tra piccole realtà imprenditoriali, consentendogli di sopravvivere ai processi di accentramento che hanno modificato le economie di altri Paesi con caratteristiche simili al nostro.

Le PMI in Italia: è tutto oro quel che luccica?

Riprendendo il parallelo fra le PMI italiane e quelle di Paesi comparables, i dati del già citato report del McKinsey Global Institute mostrano come in Italia queste realtà imprenditoriali abbiano un impatto sul PIL nazionale e sull’occupazione superiore di circa il 10% rispetto alle medie dei valori fatti registrare dalle altre economie avanzate sotto esame (fra cui rientrano, ad esempio, Germania, Spagna, Stati Uniti, Regno Unito e Giappone). Inoltre, senza considerare le microimprese, le nostre PMI generano un giro di affari pari ad 1,4 miliardi di euro e contribuiscono a circa la metà delle esportazioni nazionali, dovendo oltre un terzo del proprio fatturato a clienti esteri. 

Se da un lato questi dati fanno ben sperare, bisogna però guardare l’altra faccia della medaglia: più è rilevante la quota di PMI nel tessuto economico di un Paese, infatti, e meno spazio è lasciato alle grandi imprese che favoriscono, con la loro presenza, il mantenimento di un buon livello di competitività su scala globale. Anche in termini di dinamismo a livello di impresa, la preponderanza di questo tipo di realtà imprenditoriali non sembra fare bene all’Italia, che ha visto dal 2000 ad oggi solo il 5% delle proprie PMI crescere fino ad arrivare ad una capitalizzazione di mercato superiore al miliardo di euro, contro una media del 20% nelle altre economie avanzate.

Vi è infine il grande dilemma legato alla produttività delle PMI del nostro Paese, che secondo Banca d’Italia è cresciuta del 6,5% (a fronte di una riduzione del 5% per quanto riguarda le grandi imprese) nel decennio 2010-2019. Analizzando i dati a livello aggregato, essa risulta ancora troppo bassa in rapporto a quella delle grandi imprese, in particolare con riferimento ai Paesi sopra citati (55% contro 60%), facendo sì che per colmare tale gap a livello nazionale sia necessario il 6,5% del PIL, rispetto al 4,7% della media dei comparables.

Notizie più positive giungono però dall’ambito della sostenibilità: secondo il white paper “Fostering Sustainability in Small and Medium-Sized Enterprises” pubblicato dalla SDA Bocconi School of Management, infatti, le PMI italiane hanno aumentato significativamente l’attenzione sulle tematiche ambientali, sociali e di governance (ESG) rispetto al periodo pre-pandemia e si collocano al di sopra della media europea per integrazione di tali pratiche nelle proprie strategie aziendali, spiccando, soprattutto, riguardo al welfare per i dipendenti, la sicurezza sul lavoro, l’efficientamento energetico e la salvaguardia ambientale. 

Le radici delle PMI in Italia, dall’unità ai nostri giorni

Per capire ancora meglio il perché di una così larga diffusione delle PMI nel nostro Paese, bisogna fare un importante salto all’indietro, nello specifico fino alla metà del XIX secolo. Già quando l’unità d’Italia non era ancora conclusa, infatti, i divari in termini economici che avrebbero segnato il Paese per il resto del secolo e per quelli successivi apparivano piuttosto chiari, con un Nord più industrializzato ed un Sud contraddistinto da un’economia agricola ancora particolarmente arretrata. In un contesto del genere, la diffusione della grande industria sull’intero suolo nazionale appariva estremamente difficile, al contrario della nascita di modelli produttivi – spesso a conduzione familiare e di carattere manifatturiero – basati su piccole realtà territoriali, favorita anche da una scarsità a livello di capitali e risorse naturali.
Mentre in Paesi come Francia, Germania e Regno Unito i progressi nell’ambito dell’industrializzazione davano vita ad enormi complessi produttivi, in Italia prendevano forma i distretti industriali, ossia aree geografiche limitate con la presenza di un elevato numero di PMI specializzate in un particolare settore, che cooperano e competono tra loro allo stesso tempo, favorendo la crescita economica. 

Dopo le due guerre mondiali, questo tessuto produttivo era ormai distrutto e doveva essere ricreato da zero: ecco, dunque, che i primi governi repubblicani misero in atto politiche economiche che favorivano l’industrializzazione e lo sviluppo di imprese a livello locale: come novant’anni prima, i capitali necessari a dare vita a grandi imprese erano carenti e per industrializzarsi a pieno era fondamentale la nascita di imprese piccole e flessibili, che si reggessero anche sui legami sociali come quelli familiari. Tale gestione personalizzata consentiva una certa specializzazione in termini di prodotti, che in molti casi erano contraddistinti da notevoli caratteristiche qualitative e di design, soprattutto rispetto al prezzo, e che incontravano molto successo anche all’estero.
La struttura flessibile delle PMI italiane si dimostrò utilissima per assorbire il colpo causato dalla crisi energetica degli anni ’70, consentendo all’economia italiana di reagire più velocemente rispetto a quelle di Paesi dove l’industria si faceva in grande; le PMI erano infatti in grado di adattarsi in fretta ai cambiamenti di mercato, riorganizzando le linee produttive e diversificando i prodotti, e ciò accrebbe ancora di più la loro popolarità nel nostro tessuto economico.

Gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso furono invece quelli della liberalizzazione dei mercati e della globalizzazione, che posero per la prima volta le PMI di fronte a competitor molto più grandi e strutturati di loro, oppure produttori a basso costo provenienti da paesi in via di sviluppo: l’unica strategia per sopravvivere era quella di affidarsi ancora una volta alla specializzazione, il design e la qualità, una sfida vinta se si pensa ai molti successi nell’ambito della moda, dell’arredamento e della filiera agroalimentare.
Come era successo negli anni ’70, le crisi del nuovo millennio – ossia quella del 2008 e quella legata alla pandemia di Covid del 2020 – fecero emergere nuovamente il notevole grado di resilienza e adattamento delle PMI italiane, in grado di superare anche questi ostacoli grazie al mantenimento del focus sulla qualità e allo sfruttamento delle nuove tecnologie, oltre che ad importanti campagne di internazionalizzazione.

Le sfide che attendono le PMI italiane

Se la sostenibilità sta diventando sempre di più una fonte di vantaggio competitivo per le PMI italiane, essa rappresenta anche una delle maggiori sfide che queste realtà imprenditoriali si trovano ad affrontare. A causa degli alti costi di adeguamento e transizione verso soluzioni meno impattanti sull’ambiente, infatti, oltre che delle specifiche competenze tecniche richieste e di un quadro normativo piuttosto mutevole, molte PMI rischiano di trovarsi tagliate fuori da questa svolta epocale, che va necessariamente intrapresa per evitare di lasciarsi sfuggire importanti opportunità di mercato e partnerships a livello globale.

Proprio quello dell’internazionalizzazione è un altro tema molto caldo quando si parla del presente e del futuro delle PMI: la concorrenza straniera – soprattutto da parte dei paesi in via di sviluppo – è infatti sempre più spietata, e sopravvivere soltanto grazie ai prodotti di alta gamma appare piuttosto difficile. Ecco, perciò, che si rende indispensabile un’importante espansione nei mercati esteri, espansione che risulta tuttavia estremamente costosa, oltre che difficile a causa delle conoscenze richieste, delle difficoltà nell’adattamento dei prodotti e delle barriere linguistiche e culturali.

Vi è poi la questione dell’accesso al credito, un problema storico per questo tipo di realtà imprenditoriali, che però si ripropone costantemente. Come si è appena visto, grandi sfide richiedono grandi quantità di risorse e spesso le PMI non dispongono della liquidità necessaria per farvi fronte; inoltre, a causa delle crisi economiche che hanno stravolto i mercati negli ultimi 15 anni, i tassi di interesse si sono innalzati e le banche hanno reso sempre più stringenti i criteri per la concessione di finanziamenti, senza dimenticare il fatto che spesso le PMI non possono neanche fare affidamento sulle garanzie necessarie per richiedere tali prestiti.

In ultima istanza, ma non per importanza, la digitalizzazione e l’innovazione tecnologica, le quali, dal momento che molte PMI italiane dimostrano di essere – sia per ragioni finanziarie che culturali – piuttosto in ritardo rispetto ai competitor europei, costituiscono dei bisogni impellenti più che delle opportunità. In particolare, nelle aree più remote e meno sviluppate d’Italia, come ad esempio alcune zone interne del meridione, non vi sono proprio i presupposti per compiere questo “salto”, a causa della carenza o dell’inadeguatezza di infrastrutture digitali (come, ad esempio, la banda larga veloce); problemi come insufficienti competenze digitali e la già citata difficoltà di avere accesso a finanziamenti in quest’ambito, però, riguardano tutto il Paese.

In definitiva, le PMI rappresentano un elemento cruciale del nostro sistema economico, dimostrando una straordinaria capacità di adattamento e resilienza di fronte alle numerose sfide storiche e contemporanee; come si è visto, tuttavia, le sfide da affrontare per continuare a prosperare sono molte. In questo contesto, il ruolo dell’Unione Europea, attraverso politiche mirate e programmi di finanziamento, diventa fondamentale. Nel prossimo articolo, esploreremo in dettaglio come l’Unione Europea sta sostenendo le PMI e quali strumenti sono a disposizione per favorire il loro sviluppo. 

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