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Mafia e politica, il potere della ‘ndrangheta in Calabria

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La Calabria è salita alla ribalta delle cronache nazionali per la nomina del commissario alla sanità. Dopo le dimissioni del generale Saverio Cotticelli, imbeccato dai giornalisti per non sapere di essere responsabile del piano Covid, sembrava che nessuno fosse disposto a ricoprire la carica. Alla fine è stato nominato Guido Longo, un uomo dell’antimafia alla sanità. Ex prefetto di Palermo, Caserta e Reggio Calabria, Longo si è contraddistinto per aver guidato le indagini che hanno portato all’arresto di numerosi boss della camorra, come Antonio Iovine, Michele Zagaria e, soprattutto, Francesco Schiavone, detto Sandokan. Questa triste pagina della politica italiana ha però lasciato numerose ombre sul rapporto tra mafia e politica nella Regione. In molti si sono chiesti, infatti, fino a dove arrivi la longa manus della ‘ndrangheta in Calabria, oggi una delle mafie più potenti al mondo. La risposta è arrivata pochi giorni dopo, con l’arresto di Domenico Tallini, presidente del Consiglio regionale della Calabria, per concorso esterno in associazione mafiosa e scambio elettorale politico-mafioso.

Mafia e politica: il controllo sui comuni

Il primo dato che balza all’occhio è quello dei comuni calabresi sciolti per mafia. Dal 1991, anno in cui è stata introdotta per legge la possibilità di sciogliere le amministrazioni influenzate dalla criminalità organizzata, sono stati 123 gli scioglimenti per mafia, su un totale di 404 comuni calabresi. Alcuni di questi hanno colpito più volte lo stesso comune, come a Platì, in provincia di Reggio Calabria, dove il comune è stato sciolto quattro volte in poco più di vent’anni. Platì è forse il caso più doloroso nel lungo sodalizio tra mafia e politica in Calabria, sintomo di una fine ancora lontana. Il comune è stato sciolto per la terza volta nel 2012. Dopo essere stato commissariato due anni, nelle elezioni del 2014 non si è raggiunto il quorum dei votanti; nel 2015, poi, non si è presentato alcun candidato. Solo nel 2016 le elezioni hanno portato alla vittoria di un sindaco, Rosario Sergi, ma già nel 2018 il comune è stato di nuovo commissariato per mafia. Lo stesso Sergi ha poi vinto le elezioni, sempre nella stessa Platì, nell’ultima tornata elettorale di settembre 2020.

Platì non è però un caso isolato. A San Luca, storica roccaforte reggina della ‘ndrangheta, dal commissariamento del 2013 non si sono tenute elezioni fino al 2019, per mancato raggiungimento del quorum o perché non si è presentato alcun candidato. Per sei anni la politica è stata assente e la democrazia sospesa. Ad Africo, ancora Reggio Calabria, i tre sindaci che si sono susseguiti dal 1997 hanno tutti ricevuto un decreto di scioglimento per mafia, di cui l’ultimo a gennaio 2020. In queste realtà, dove la politica sembra aver alzato bandiera bianca, è difficile negare una morsa indissolubile della mafia sulla politica del territorio.

La provincia più colpita dall’influenza mafiosa in politica è senza dubbio quella di Reggio Calabria, dove dal 1991 ci sono stati 70 scioglimenti di amministrazioni comunali per mafia. Reggio Calabria, tra l’altro, non è né la città più popolosa, né quella con il maggior numero di comuni. La popolazione reggina è di 540 mila residenti, a fronte dei 700 mila di Cosenza. Reggio Calabria ha poi 97 comuni, contro i 150 della stessa Cosenza, che però ha subito solamente cinque scioglimenti per mafia dal 1991. In media, dunque, quasi sette comuni reggini su dieci hanno ricevuto uno scioglimento per mafia, a fronte di una media regionale di tre su dieci. L’influenza mafiosa si è concentrata anche nella zona di Vibo Valentia, con 24 scioglimenti per mafia, che però ha 147 mila abitanti e cinquanta comuni.

Le infiltrazioni mafiose colpiscono per lo più amministrazioni comunali al secondo mandato, con sindaci probabilmente più spregiudicati nei loro rapporti con le ‘ndrine, non dovendo cercare un’ulteriore conferma elettorale. Tuttavia, sono in molti i politici che, dopo che il comune sotto la loro guida ha ricevuto un decreto di scioglimento per mafia, si ricandidano e vincono le elezioni. È successo a Platì e a Scilla a settembre 2020, ma in passato anche a San Calogero, Nardodipace e Cassano allo Ionio. A proposito, Nicola Gratteri, procuratore della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Catanzaro, ha messo in luce le inefficienze della legge sugli scioglimenti, troppo debole con i politici collusi che si ricandidano.

Una ‘ndrangheta federale

La ‘ndrangheta negli ulitimi anni non ha fatto altro che aumentare il proprio potere, soppiantando cosa nostra come mafia più ricca, potente e pericolosa, come riportato dai magistrati Pignatone e Prestipino. Nel 2010, l’indagine Crimine/Infinito delle Dda di Reggio Calabria e Milano ha portato ad un punto di svolta nella consapevolezza del fenomeno mafioso in Calabria. Nell’indagine emerge per la prima volta una struttura unitaria della ‘ndrangheta, governata da un organismo collegiale chiamato “Provincia”, che però lascia notevole autonomia alle ‘ndrine locali. Una sorta di ‘ndrangheta federale, che ricalca le orme della più famosa “Cupola” siciliana. Una mutazione organizzativa che permette alla ‘ndrangheta di controllare capillarmente il territorio calabrese, e di essere più resistente alle guerre tra ‘ndrine che l’hanno indebolita negli anni Ottanta e Novanta.  Come nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, tutto cambia perché nulla cambi.

Il capitale politico della ‘ndrangheta

Se la ‘ndrangheta ha la capacità di spostare voti decisivi con un semplice passaparola è anche per il contesto socioeconomico della Regione. La Calabria è la Regione più povera d’Italia, con una ricchezza inferiore alla metà della media italiana e una disoccupazione superiore al 21%, contro una media italiana del 10%. In questo panorama desolante, la ‘ndrangheta porta denaro contante, un elemento di galleggiamento economico per la popolazione. L’influenza mafiosa sul territorio ha avuto una conferma esplicita negli anni Settanta e Ottanta, quando la ‘ndrangheta era la mafia che sequestrava i figli dei ricchi industriali, nascondendoli nell’Aspromonte. Una parte di quei proventi sono stati dedicati al settore edilizio, come a Bovalino, dove un intero quartiere ha preso il nome di Paul Getty. Il figlio della ricca famiglia di petrolieri che nel 1973 è stato protagonista, suo malgrado, del più ricco sequestro ‘ndranghetista. 

Le infiltrazioni mafiose non sono comunque da confondere con un’opportunità di ricchezza per la popolazione. È ovviamente difficile quantificare il danno economico della mafia, per la mancanza di dati e la difficoltà di individuare chi è l’uovo e chi la gallina tra la mafia e il sottosviluppo di questi territori. Chi c’è andato più vicino, comunque, è il professor Pinotti dell’Università Bocconi, che ha stimato un costo per i territori più infiltrati dalla mafia pari al 16% del Pil nel lungo periodo. Se la mafia dà lavoro in contanti nel breve periodo, creando il capitale politico ricercato dagli stessi candidati collusi, nell’arco dei decenni l’effetto distorsivo di un mercato inefficiente e di un’amministrazione pubblica incapace costano molto caro alle zone infiltrate.

Il circolo vizioso

Questi esempi non riguardano tutta la Calabria, ma ci sono comuni, soprattutto nel reggino e a Vibo Valentia, dove il controllo della mafia è indiscutibile. In queste zone, lo Stato è la mafia. Il controllo mafioso, tra l’altro, diminuisce ancor di più la capacità dello Stato di reagire, creando un circolo vizioso di illegalità e sottosviluppo. Come dimostrato da Di Cataldo e Mastrorocco, economisti dell’Università Ca’ Foscari, nei comuni dove la politica è collusa le decisioni di spesa sono sistematicamente differenti: le amministrazioni infiltrate spendono di più nel settore delle costruzioni e nella gestione dei rifiuti, investono di meno nella polizia municipale  e sono meno capaci di riscuotere le tasse comunali.

Anche se nei decenni l’influenza mafiosa si è diramata su tutto il territorio nazionale, con comuni sciolti per mafia anche in Lombardia e in Piemonte, il capitale politico della ‘ndrangheta rimane un fattore determinante soprattutto sul territorio calabrese. Nonostante le teorie economiche più affermate, la crescita della Calabria non ha mai assunto una traiettoria convergente rispetto al resto d’Italia. Un ruolo importante in questa condizione secolare di sottosviluppo lo ha assunto sicuramente la ‘ndrangheta, che con la propria morsa annichilisce le iniziative di sviluppo della Regione.

Federico Pozzi
Veneto classe 1997: tra i vecchietti di OriPo. Laureato in Economia a Padova, ora studio Politics and Policy Analysis in Bocconi. Quando scrivo cerco di essere come le notti d’estate: chiaro come il cielo e pungente come la zanzara che continua a ronzare in camera. Romanticamente inopportuno insomma.

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