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Perché dopo 40 anni l’aborto in Italia non è ancora un diritto garantito

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Fino al 1978 in Italia il codice penale ha considerato l’aborto un reato, punendolo con la reclusione da due a cinque anni, con diverse aggravanti nel caso di lesioni o mancato consenso della donna interessata. Grazie ai movimenti femministi, alla campagna antiproibizionista promossa dai Radicali e alla storica sentenza n. 27 del 18 febbraio 1975, che dichiarava la parziale illegittimità costituzionale dell’art. 546 del codice penale, il 22 maggio 1978 venne promulgata la legge 194/78, consentendo, nei casi previsti, di poter ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG).

 

Ad oggi, però, l’aborto è ancora spesso fortemente stigmatizzato sia nel dibattito pubblico che negli ospedali, e il clima di immoralità che lo circonda è alimentato da una retorica paternalista che lega sempre l’IVG a un’esperienza negativa e traumatica. A questo si aggiungono diversi fenomeni che limitano l’accesso a un diritto conquistato da tempo, ma ad oggi non ancora pienamente garantito. 

Lo stesso Comitato europeo dei diritti sociali, organo del Consiglio d’Europa, sottolinea la disparità di accesso all’interruzione di gravidanza a livello locale e regionale, così come l’aumento del numero di ginecologi obiettori di coscienza e la necessità di fornire dati certi sugli interventi clandestini.

Quali sono i problemi principali che ostacolano l’aborto in Italia?

Obiezione di coscienza

L’articolo 9 della legge 194/78 sancisce che il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure e agli interventi per l’interruzione volontaria di gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione. L’ultima relazione del Ministero della Salute relativa ai dati del 2019 mostra che il 67% dei ginecologi, il 43,5% degli anestesisti e il 37,6% del personale non medico si sono dichiarati obiettori di coscienza. Dal 2005 ad oggi la percentuale di ginecologi obiettori è cresciuta notevolmente, e oggi quasi 7 ginecologi su 10 non praticano l’interruzione volontaria di gravidanza.

La religiosità o l’idea che l’embrione feto sia una “forma di vita in potenza” spiega solo parzialmente il fenomeno dell’obiezione di coscienza. Secondo i risultati della ricerca antropologica svolta tra il 2011 e il 2012 dalla Dottoressa Silvia De Zordo, infatti, i fattori che spingono i medici a obiettare vanno dalla discriminazione sul posto di lavoro da parte di colleghi o del primario obiettore, alla mancanza di una formazione in qualità di epodemiologia dell’aborto e di aggiornamento, che rende la scelta dell’applicazione della legge poco attrattiva. Inoltre, l’intervento per interrompere volontariamente una gravidanza viene considerato spesso un lavoro non particolarmente interessante dal punto di vista tecnico e poco gratificante dal punto di vista monetario, visto che l’IVG è l’unica procedura che non viene offerta anche in “intra moenia”.

Stando ai dati diffusi dal Ministero della Salute nel 2019, solo il 63,1% delle strutture italiane con reparto di ostetricia e/o ginecologia effettua le IVG. La percentuale varia notevolmente da regione a regione, fino a raggiungere il 33,3% in Molise e il 26,4% in Campania, rendendo quindi difficile garantire a ogni donna le stesse possibilità di accedere all’aborto in Italia.

Inoltre, come denunciato dall’associazione Luca Coscioni, nonostante lo stesso articolo 9 della legge 194/78 stabilisca che gli enti ospedali e le case di cura autorizzate siano tenuti ad assicurare l’espletamento delle procedure previste per l’IVG, in Italia esistono almeno 15 ospedali con il 100% di ginecologi obiettori.

Tuttavia, i dati resi pubblici attraverso la relazione del Ministero della Salute sull’attuazione della legge 194/78 non sembrano restituire il quadro della stessa situazione. Per questo motivo, Chiara Lalli, docente di storia della medicina, e Sonia Montegiove, informatica e giornalista, hanno denunciato la mancanza di trasparenza da parte delle istituzioni, che non forniscono dati aperti, né indicazioni per ogni struttura ospedaliera. 

Per colmare questo vuoto istituzionale, diversi collettivi, associazioni e attivisti si sono impegnati per diffondere conoscenza in tema di aborto e hanno lanciato appelli perché sia incentivata l’informazione riguardo alle strutture che erogano il servizio per l’IVG, chiedendo che vengano finanziati percorsi di aggiornamento per il personale sanitario. Infatti, le difficoltà di reperire informazioni ed effettuare l’aborto prontamente spingono molte donne a compiere l’intervento in clandestinità. Secondo l’ultima stima, infatti, nel 2016 il numero di aborti clandestini si attesta tra i 10.000 e i 13.000, a cui se ne aggiungono circa 5.000 che riguardano persone straniere, migranti irregolari che temono di recarsi in ospedale. Tuttavia, anche in questo caso i dati non sono sufficienti a stabilire accuratamente l’estensione del fenomeno.

Aborto farmacologico

Un altro ostacolo alla piena garanzia del diritto all’aborto è la reticenza all’utilizzo della pillola RU-486, un antiprogestinico di sintesi utilizzato come farmaco per indurre l’interruzione della gravidanza entro i primi 63 giorni. Il trattamento farmacologico non richiede né un intervento chirurgico né l’anestesia, non necessita di ospedalizzazione, e rappresenta quindi il metodo meno invasivo per chi si sottopone all’aborto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, ne raccomanda l’uso, poiché può giocare un ruolo cruciale nel fornire accesso a un aborto “sicuro, efficace e accettabile”.  

Tuttavia, in Italia il mifepristone, secondo gli ultimi dati disponibili del 2019, è utilizzato solo nel 27,8% delle interruzioni volontarie di gravidanza. L’uso della pillola RU-286 ha, infatti, incontrato l’opposizione politica in diverse regioni. Il caso dell’Umbria, dove nel 2020 la giunta regionale ha abrogato la legge che prevedeva la possibilità di ricorrere all’aborto farmacologico in day hospital o presso la propria abitazione sotto stretta osservanza medica, rappresenta uno degli esempi più recenti, ma non l’unico. Attualmente, l’utilizzo del mifepristone in ricovero diurno rimane limitato a poche regioni in Italia, a sottolineare una corrente reazionaria nei confronti degli sviluppi scientifici che permettono un intervento non invasivo.

A ostacolare ulteriormente l’applicazione della legge c’è il periodo di attesa obbligatorio per l’Interruzione di gravidanza pari a 7 giorni, il più lungo in Europa.

 

Il Covid e le conseguenze sull’accesso all’aborto in Italia

La pandemia da Covid ha ostacolato in maniera evidente l’accesso all’aborto in Italia. Secondo un’indagine di Human Rights Watch “la pandemia di Covid-19 non ha fatto altro che evidenziare il labirintico sistema italiano per accedere all’aborto e dimostrare come le restrizioni obsolete del Paese causino danni invece di garantire protezione”. Alcune strutture, infatti, hanno sospeso i servizi sanitari per l’interruzione di gravidanza durante la pandemia, sottolineando scarsa attenzione a garantire un servizio essenziale e un diritto inalienabile. 

Nonostante il diritto alla salute riproduttiva in Italia sia garantito per legge, quindi, vari fattori indicano che ci sono ancora notevoli ostacoli ad accedere a un intervento legale e sicuro per le donne che vogliono praticarlo. La pratica diffusa di ricorrere all’obiezione di coscienza, la reticenza all’utilizzo di metodi non invasivi, la mancanza di dati aperti e i ritardi per accedere all’IVG esacerbati dalla pandemia sono aspetti cruciali da affrontare per garantire, a più di 40 anni dalle legge 194, il pieno rispetto del diritto all’aborto.

Se ti è piaciuto questo articolo, leggi anche “Aborto liberalizzato in Nuova Zelanda, e nel mondo?”.

*Proteste pro choice [Crediti foto Gayatri Malhotra via Unsplash]
Aurora Bonini
Laureata in lingue, oggi studio per conseguire un doppio titolo Torino-Tongji in Relazioni Internazionali.

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