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La mafia italiana esportata nel mondo

Pizza, spaghetti e mafia. Se questo vile stereotipo è vecchio di almeno cinquant’anni, la mafia italiana è ben più antica, e sempre più radicata al di fuori della Penisola. Da almeno trent’anni – correvano i tristi tempi della trattativa Stato-mafia – siamo abituati a conviverci, ma perché oggi è importante parlarne? E perché è utile informarsi sulla sua diffusione all’estero?

A rispondere sono i numeri: nel solo territorio italiano, la criminalità organizzata registra ricavi pari a 220 miliardi di euro all’anno, ben l’11% del PIL. Secondo le stime dell’Istat, tra il 1983 e il 2018 sono stati rilevati 6.681 omicidi attribuibili a organizzazioni criminali di tipo mafioso. Se poi osserviamo le attività criminali nel mondo, la ‘Ngrangeta in Italia e Cosa Nostra negli Stati Uniti risultano tra le più impegnate negli scambi internazionali: stupefacenti, armi, tratta di esseri umani ma anche corruzione e infiltrazione in appalti pubblici e attività private. Ergo, conoscere il potere di questi “stati negli stati” è fondamentale per comprendere il loro impatto nella società ed elaborare risposte efficaci. 

Back to the origins 

Solida nelle sue origini ma estremamente dinamica nell’adattarsi al mutare dei tempi, la mafia non è altro che un’ampia galassia sotto il cui nome rimandiamo genericamente i principali gruppi criminali organizzati nati in Italia (‘Ndrangheta, Camorra, Cosa Nostra, Sacra Corona Unita). Le origini sono discusse, ma legate al controllo della terra: alcuni storici sostengono che la mafia sia presente nel Sud Italia sin dal XIX secolo, nel complesso tessuto di relazioni tardo-feudali e faide tra famiglie latifondiste. Certo è che il fenomeno mafioso emerge dopo l’unità d’Italia, nella seconda metà dell’Ottocento, quando si crea un vuoto di potere tra la fine del dominio borbonico nel Mezzogiorno e la difficoltà dei Savoia nel consolidare il controllo su queste vaste aree. Soltanto la Sacra Corona Unita ha origini più recenti: essa viene istituzionalizzata e opera in Puglia a partire dagli anni ‘80 del Novecento, in precedenza si parla piuttosto di micro-cellule criminali legate a famiglie su base locale e provinciale. 

Anche i mafiosi, come i comuni cittadini, hanno maturato l’idea di un “sogno americano”, la volontà di raggiungere terre lontane cariche di opportunità e promessa di lauti guadagni. Così, la criminalità organizzata di origine italiana si diffonde nel mondo: dalle Americhe all’Australia, passando per l’Europa e l’Africa, con una risicata gita in Asia

La mafia siciliana è un export di successo

La prima organizzazione criminale italiana a lasciare il Paese fu la mafia siciliana: i suoi esponenti s’insinuarono nei flussi migratori che dal meridione salpavano verso gli Stati Uniti tra la fine del XIX secolo e i primi due decenni del XX. I coloni criminali s’insediarono inizialmente in città come Chicago, Detroit, Philadelphia e New York, per poi diffondersi negli altri stati. Le attività mafiose comprendevano estorsioni ai danni degli esercenti locali (un vero export del pizzo), rilascio di documenti falsi (un proficuo business negli anni delle migrazioni), controllo dei porti ai fini di contrabbando (la mafia italiana ebbe un ruolo chiave nel contrabbando di alcool durante gli anni del proibizionismo, che segnarono l’ascesa del mito del boss Al Capone), infine prostituzione e gioco d’azzardo.

Con il mutare dei tempi e delle esigenze, la mafia s’infiltrò anche negli appalti pubblici e fu motivo di molti scandali politici per corruzione. Sebbene indagini sui gruppi mafiosi di origine italiana fossero attivi sin dai primi anni del ‘900, soltanto nel 1951 il Senato americano istituì una apposita commissione presieduta dal democratico Estes Kefauver, che attestò l’esistenza della mafia negli USA. Proprio alla fine degli anni ‘50, mentre l’Italia beneficiava degli aiuti del piano Marshall e i cittadini si aprivano all’innovazione americana, i mafiosi italo-americani pensarono di esportare ben più di elettrodomestici e cultura pop. La droga, in particolare eroina e cocaina, arrivò nel Belpaese anche grazie all’export mafioso:  l’esistenza di rapporti tra mafiosi siciliani e americani. Questo passaggio avrebbe poi innescato le sanguinose lotte nel Sud Italia tra la “vecchia mafia”, legata allo sfruttamento della terra, e la “nuova  mafia”, ben consapevole degli introiti offerti dal traffico di stupefacenti. Questi scambi commerciali vennero alla luce nel 1979 dalla collaborazione tra il giudice Giovanni Falcone e il Procuratore americano Rudolph Giuliani, che avviarono l’inchiesta giudiziaria denominata Pizza Connection l’eroina era importata dall’oriente in Sicilia, raffinata e poi distribuita sia in Italia che negli USA tramite le pizzerie appartenenti a famiglie mafiose. 

A partire dagli anni ‘90, i rapporti di mafia tra Italia e Stati Uniti si fanno complessi: dopo il maxi processo di Palermo, molti affiliati a Cosa Nostra scapparono in America, ma ad accoglierli non c’erano più i discendenti delle antiche famiglie italiane, bensì una mescolanza di soggetti nuovi o con deboli legami famigliari agli originari, che oggi non sono più uniti come un tempo e operano in modo abbastanza autonomo e disgregato sul territorio. Resta di fatto il perseguire di attività criminali che, oltre al narcotraffico, includono oggi riciclaggio di denaro, frodi, infiltrazioni nei mercati finanziari. In più, la mafia di origine italiana ha dovuto fare i conti con l’ascesa di altri gruppi criminali in cerca di stesse opportunità, primi fra tutti i pericolosi esponenti di origine russa, e la Yakuza giapponese. Non è mancata poi l’iniziativa verso altri paesi europei e non: sono state rinvenute attività mafiose persino in Thailandia.

La mafia globalizzata: la ‘Ndrangheta

La ‘Ndrangheta è sicuramente l’altra organizzazione nostrana ad aver realizzato il suo sogno americano. Grazie a una struttura organizzativa più orizzontale che verticale – cosiddetta “struttura tentacolare”, è riuscita a insediarsi al di fuori della Calabria, dove nasce attorno al XIX con una storia simile a quella di Cosa nostra: origini rurali e legami tra famiglie per il controllo del territorio. A differenza dei colleghi siciliani, i criminali calabresi furono inquadrati dalla giustizia già nei primi anni del ‘900, e in particolare il 9 novembre 1929 venne emessa una sentenza di condanna per associazione a delinquere dal Tribunale di Palmi nei confronti di tale Santo Corio e altri 150 affiliati, nucleo operante nella Piana di Gioiatauro. Come la mafia siciliana, quella calabrese migra all’estero sfruttando i flussi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, ma soltanto negli ultimi due decenni è emerso il reale potere della ‘Ndrangheta oltre confine. 

Ma facciamo un passo indietro: tra gli anni ‘70 e ‘80 la Calabria vive due sanguinose guerre di mafia dovute alla necessità di ricambio dei vertici al potere per garantire un controllo stabile del mercato degli stupefacenti, a cui i vecchi boss erano contrari. In questi anni, nascono legami con gruppi paramilitari del Sud America e con i cartelli colombiani, così la cocaina inizia a circolare nel Sud Italia con maggiore impeto. I calabresi sfruttarono poi proprio il depotenziamento di Cosa Nostra dopo il Maxi Processo di Palermo, e iniziarono a trasferire sedi più stabili anche a centro e nord Italia, dove sono presenti in particolare nel Lazio, Emilia Romagna, Liguria, Piemonte e Lombardia. Negli anni ‘2000 vengono attestate le rotte della droga con i cartelli messicani, che passano per l’Africa centrale e del nord. La prima “Relazione annuale sulla ‘ndrangheta” viene rilasciata da apposita commissione parlamentare antimafia nel 2008, un documento di oltre 200 pagine che mette il punto sull’espansione notevole di una mafia sino ad allora messa in ombra dai miti di sangue della Sicilia. In Italia, accanto all’ingente traffico di stupefacenti, si segnala la gestione dei locali notturni, l’infiltrazione nell’imprenditoria edilizia, traffico di armi, stoccaggio e smaltimento illecito dei rifiuti e usura. Una curiosità sulla ‘Ndrangheta riguarda poi l’interesse per il mondo finanziario: è la prima mafia in Italia per truffe, siano esse a enti privati e pubblici che a individui. Si pensi che dalla Relazioni del 2008 emerge che nel 2005 le irregolarità e le frodi al bilancio Ue comunicate con riferimento alla Calabria ammontavano a € 14.475.260,60, di cui € 13.135.878,83 ai danni del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, € 752.792,18 ai danni del Fondo Sociale Europeo, € 493.548,59 ai danni del Fondo europeo di orientamento e garanzia in agricoltura e € 93.041,00, ai danni dello Strumento finanziario di orientamento della pesca.  

All’estero, la ‘Ndrangheta commercia liberamente  dal Sud America all’Australia, dalla Germania alla Spagna, dalla Francia (con un significativo mercato di droga in Costa Azzurra sin dagli anni ‘80) alla Svizzera al Canada. Inclusi nell’appello il continente africano, con rapporti che vanno dall’Africa settentrionale a paesi come Somalia, Kenya e Congo, coinvolti nello smaltimento illecito di rifiuti e nel traffico di armi, e Costa D’Avorio e Togo per i preziosi. Come si legge nella relazione del 2008: “La ‘ndrangheta è l’unica organizzazione mafiosa ad avere due sedi; quella principale in Calabria, l’altra nei comuni del centro-nord Italia oppure nei principali paesi stranieri che sono cruciali per i traffici internazionali di stupefacenti. Un’organizzazione mafiosa che trova il modo di affrontare le sfide e i cambiamenti imposti dalla modernità globale, nel modo più sorprendente e inatteso: rimanere uguale a se stessa. In Calabria come nel resto del mondo”. Di fatto, a consentire il successo di questa organizzazione criminale sono state le sue caratteristiche originarie: lealtà estrema alla famiglia, rinnovata in riti e pratiche dal sapore mistico-folkloristico, struttura tentacolare e controllo capillare del territorio tramite unità mafiose – ‘ndrine – tra loro indipendenti. Questo ha garantito minori rischi nell’agire illecito, di fatto se tra gli anni ottanta e novanta la tempesta dei collaboratori di giustizia travolse Cosa Nostra, la Camorra e la Sacra Corona Unita, solo la ‘ndrangheta rimase illesa:  i pentiti furono pochi, mai in posizioni di vertice rilevanti, e soprattutto colpirono la propria ‘ndrina, la propria famiglia, essendo ogni cosca in possesso limitato di informazioni sull’altra.

La ‘Ndrangheta è stata considerata negli ultimi tempi la mafia italiana più pericolosa, vista la sua capillarità e crudeltà. Non a caso, nel mese di gennaio 2020 è stato lanciato il progetto I-CAN, interamente incentrato sulla lotta alla ‘ndrangheta e che vede coinvolti 10 Paesi, oltre all’Italia e ad Interpol: Australia, Argentina, Brasile, Canada, Colombia, Francia, Germania, Svizzera, Stati Uniti e Uruguay. 

Camorra: la mafia più europea di tutte

Originatasi nel territorio campano, anch’essa nel periodo post Borbonico, la Camorra sarà per oltre cent’anni un’organizzazione non unitaria, con una serie di famiglie – i clan – volte a controllare porzioni limitate di territorio. Nonostante alcuni tentativi di creare  un’organizzazione gerarchica tra gli anni ‘70 e ‘90, dovuta alla necessità di limitare le sanguinose faide tra clan e controllare al meglio il nuovo business della droga, tutt’ora la Camorra ha un assetto orizzontale, composto da circa 200 famiglie tra loro piuttosto indipendenti e spesso in conflitto, pur legate da alleanze matrimoniali e d’affari. In Italia, oltre che in Campania, hanno basi nelle principali regioni che fungono da traino economico del Paese, ma all’estero si segnala una singolarità: la Camorra è la mafia più europea di tutte. 

Sebbene abbia infatti alcuni punti di approvvigionamento di stupefacenti in Brasile e Repubblica Domenicana, questa organizzazione criminale ha una diffusione capillare in tutta Europa: dalle più vicine Francia e Spagna al Portogallo e Grecia, volgendosi poi in Germania, Olanda e Paesi dell’Est. Stando alla Relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento, circa l’Attività svolta e risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia, riferita al primo semestre 2016, oltre allo spaccio di stupefacenti (che arriva spesso nei porti spagnoli e portoghesi) risultano altre attività come reinvestimento di capitali illeciti, riciclaggio nel settore della ristorazione, distribuzione di capi di abbigliamento contraffatti, messa in circolazione di euro falsi,  traffico di veicoli clonati e persino contrabbando di sigarette.

Sacra  Corona Unita: giovane ma pericolosa

L’organizzazione criminale di più recente sviluppo è proprio la mafia pugliese, che sin da subito – dagli anni ‘80 – lasciò la culla del foggiano, dov’era nata, per rivolgersi ai proficui mercati dell’Est. Le principali attività illecite comprendevano allora contrabbando di beni di monopolio – come le sigarette – nonché narcotraffico e gestione di attività come ristoranti e alberghi ai fini di riciclaggio. Oggi, Albania, Montenegro e i Balcani fungono da crocevia per il traffico di  marijuana e hashish che arrivano dall’Afghanistan, ma anche di merci contraffatte, prodotti petroliferi e rifiuti, stando alla Relazione sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia nel secondo semestre del 2019. Cellule criminali sono state rinvenute anche in Germania, in particolare in Baviera, e negli Stati Uniti, 

Nel territorio della Penisola, e in particolare tra le verdi Puglia e Basilicata, neppure la Sacra Corona Unita si sottrae all’antico legame con la terra, ma in vesti nuove: si registrano infiltrazioni pericolose nel comparto agro-alimentare e quello della mitilicoltura, sia ai fini del riciclaggio che di frodi (online e non), in particolare nella gara all’accaparrarsi fondi pubblici. 

L’antimafia internazionale 

In Italia la principale unità dedicata al contrasto delle mafie è la Direzione Investigativa Antimafia (DIA), che collabora con le altre Forze Armate italiane e con le unità europee e internazionali, tra cui figura l’Europol. Bisogna precisare che spesso le grandi organizzazioni mafiose di origine italiane collaborano con gruppi criminali locali, che ad esempio nei 28 Paesi membri dell’Unione europea ammontano a circa 5milai. Gli organi nazionali e sovranazionali, come il Parlamento europeo, finanziano e promuovono costantemente commissioni d’inchiesta e la messa in campo di unità altamente specializzate. Ad esempio, tra le attività antimafia più recenti, nel 2021 l’operazione Platinum Dia (un complesso piano attivo sin dal 2016) ha colpito la ‘Ndrangheta non solo sul territorio nazionale, bensì anche nelle sedi in Spagna, Germania, Romania, con la collaborazione delle forze europee. Ancora, solo un mese fa nella provincia di Trieste sono state sequestrate 4,3 tonnellate nette di cocaina – uno dei più grandi sequestri mai avvenuti in Europa – che sul mercato avrebbero reso circa 240 milioni di euro. La partita di stupefacenti era stata importata dalla collaborazione tra il cartello colombiano “Clan del Golfo” e i gruppi criminali italiani operanti tra Lombardia, Veneto, Lazio e Calabria. Al contempo, sono state rilasciate ordinanze di custodia cautelare a carico di affiliati in Slovenia, Croazia, Bulgaria, Olanda e Colombia.

Questi esempi dimostrano che sebbene spesso le lungaggini burocratiche allunghino i tempi e i modi di contrasto alle mafie, gli sforzi a livello locale e internazionale siano sempre attivi, e dunque studiare l’evoluzione delle mafie oggi consente di limitarne l’agire. Le generazioni precedenti hanno imparato a convivere con le mafie e colpirle quando possibile, chissà che le nuove opportunità offerte da tecnologia e innovazione non consentano alle generazioni future di indebolire drasticamente le attività criminali e, forse pecchiamo d’utopia, mettere la parola fine alla sanguinosa saga delle mafie.

*crediti copertina: QuinceCreative / 275 images

Alcuni dei nostri approfondimenti sulle mafie: Povertà o politica? La storia della nascita della mafia, Il maxiprocesso di Palermo: quando la mafia venne decapitata in diretta tv, Coronavirus: anche le mafie adottano lo smart working, Mafia e politica, il potere della ‘ndrangheta in Calabria

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