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Lo strano effetto del Covid-19 sul gradimento dei leader

Tempo di lettura stimato: 5 min.

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Articolo pubblicato su Econopoly – Il Sole 24 Ore

Tutto sembra andare per il peggio di questi tempi. La pandemia non si arresta, i mercati vacillano, le nostre sicurezze fanno altrettanto, e le persone si domandano quando avranno indietro la loro libertà. Uno scenario apocalittico insomma, che ha trovato il mondo intero impreparato. Come mai allora gli indici di gradimento dei leader politici di molti Paesi si sono impennati nell’ultimo mese? 

È aumentata notevolmente la fiducia nei confronti di Angela Merkel ad esempio. Sono forse il suo passato da scienziata e una longeva carriera politica, in cui di crisi ne ha sicuramente vista più di una, a renderla adatta a gestire quest’emergenza. Secondo il 79% degli intervistati da Forschungsgruppe Wahlen infatti, la Cancelliera sta facendo un buon lavoro e i dati segnalano un incremento di 11 punti percentuali nello stesso indice in meno di un mese, dal 6 al 27 marzo. Sulla stessa scia anche Emmanuel Macron: secondo una media di sette barometri politici, tra febbraio e marzo la popolarità del Presidente francese è migliorata di quasi 7 punti percentuali, arrivando al 38% circa. Un numero rilevante se si considera che Macron non raggiungeva un livello simile da giugno 2018. E che dire di Giuseppe Conte? Il trend è quanto più marcato per il nostro premier, che nel sondaggio Demos di marzo per La Repubblica tocca quota 71% di gradimento, ben +19 punti percentuali rispetto a febbraio (grafico 1). Anche Ipsos per il Corriere della Sera riporta un balzo di 13 punti dal 20 febbraio al 26 marzo e attesta il suo indice di apprezzamento al 61%.

Può forse sorprendere sapere che a beneficiare dell’ondata di consensi portata, seppur malauguratamente, dal Coronavirus vi è anche l’inquilino di Downing Street, Boris Johnson. Per alcuni, il riferimento del suo governo all’immunità di gregge a inizio emergenza è stato solo un tremendo errore di comunicazione. Ma restano comunque sotto gli occhi di tutti le affermazioni, un po’ troppo ottimiste forse, di Johnson: “Continuerò a stringere mani”, dichiarava solo qualche settimana fa. Prima di cambiar rotta e mettere il Regno Unito in quarantena. Nonostante questo e nonostante più di metà degli inglesi considerino le misure adottate troppo tardive, la sua popolarità non è stato affatto scalfita: in un sondaggio Ipsos Mori svoltosi tra il 13 e il 16 marzo, il 52% degli intervistati si reputava soddisfatto di come Johnson stesse svolgendo il suo lavoro da Primo ministro, +5 punti percentuali rispetto a febbraio. Stesso destino per Donald Trump, per il quale attualmente FiveThirtyEight stima l’indice di gradimento al 45,8%. Un picco che il Presidente americano non raggiungeva dal 25 gennaio 2017, poco dopo il suo insediamento alla Casa bianca. Ma anche Trump, come Johnson, inizialmente è stato accusato di commettere gravi errori di giudizio, nonché di mettere in dubbio il parere degli scienziati, dopo aver paragonato Covid-19 all’influenza stagionale minimizzandone la pericolosità.

Perché il gradimento dei leader è migliorato

Che cosa si cela dietro questi dati? L’interpretazione più naturale suggerisce che in questa fase l’affidamento ai propri leader politici è dettato dal fatto che essi esemplificano l’unione della nazione nella difficoltà. Inoltre, quando si sentono minacciate, le persone tendono a cercare la protezione di una figura autorevole. Nel 1970 lo scienziato politico John Mueller coniò l’espressione “rally ‘round the flag effect” (letteralmente, l’effetto dello stringersi attorno alla bandiera) per definire proprio queste particolari congiunture. Egli aveva infatti notato come la popolarità dei capi di Stato americani aumentava notevolmente in coincidenza di eventi specifici e drammatici dalla portata internazionale, che coinvolgevano gli Stati Uniti e possibilmente il presidente in prima persona. Definizione che questa pandemia, una guerra per molti, calza a pennello. Quest’effetto si è registrato ad esempio negli Usa in seguito alla crisi dei missili cubani nel 1962, la crisi degli ostaggi in Iran nel 1979 e il successo dell’operazione “Desert storm” nel 1991. Alcuni presidenti sono riusciti a mantenere gli alti livelli di gradimento raggiunti per lunghi periodi: poco dopo l’11 settembre 2001, George W. Bush toccò addirittura uno sbalorditivo 90% negli indici di consenso e oltre un anno più tardi il suo gradimento, seppur sceso, rimaneva più alto del periodo precedente agli attacchi. È ovvio che l’incremento nei consensi registrato in questi giorni per i principali leader europei e Donald Trump non può essere paragonato all’entità dei più noti rally ‘round the flag effects. È anche doveroso precisare che si tratta di correlazioni e non di evidenza causale. Tuttavia, al netto della criticità della situazione e soprattutto degli errori che vari politici hanno commesso, al momento questa pare essere la spiegazione più convincente per questi inaspettati risultati.

Risultati che in Italia si allacciano bene con un’altra tendenza degli ultimi tempi, quella legata al desiderio di vedere un “uomo forte al potere”. Secondo un rapporto Censis del 2019, sarebbe il 48,2% degli italiani a volerlo. Probabilmente sono il sentimento di incertezza economica e sociale e la percepita inefficacia della politica, evidenziati nello stesso studio, a portare i cittadini alla ricerca dell’uomo forte, una figura che possa finalmente prendere in mano la situazione e dare risposte. In un certo senso, il Coronavirus ha dato slancio proprio a questo tipo di personalità, dopo che molti Stati, Italia compresa, hanno dichiarato lo stato d’emergenza e attuato misure straordinarie. Nel nostro Paese, il premier Conte è diventato un punto di riferimento per i cittadini con le sue ormai ben note e seguitissime conferenze stampa, con le quali comunica l’evolversi della situazione. Ma si è fatto notare anche sul piano continentale, proponendo i coronabond e rendendosi portavoce di una visione di Europa più solidale. Ha così trascinato il suo governo verso un picco di consensi inedito negli ultimi dieci anni: a marzo il 71% degli intervistati da Demos esprimeva un giudizio positivo verso l’esecutivo. Matteo Renzi, dopo il trionfo alle europee del 2014, si era fermato al 69% (grafico 2). 

Quanto durerà la scia dei consensi?

Conte, complice la situazione di crisi, è riuscito persino a oscurare i leader dell’opposizione. Un’opposizione non del tutto in ritirata, ma sicuramente meno aggressiva e più attenta a calibrare il peso delle sue azioni. Criticando l’esecutivo in un momento così difficile infatti, il rischio per chi non è al potere è quello di mettersi contro i cittadini nel loro rinvigorito sentimento di unità nazionale. Una politica meno polarizzata e polemica è tipica dei rally ‘round the flag effects. C’è comunque da aspettarsi che l’opposizione si riprenda la scena presto, mano a mano che l’emergenza sanitaria lascerà il posto a un’altra ferita, se possibile ancor più difficile da rimarginare: la recessione economica e la crisi sociale che ne conseguirà. A sostenerlo è Catherine Fieschi, direttrice del Global Policy Institute presso la Queen Mary University di Londra, in un’intervista al Guardian: “Persone senza lavoro, un’alta disoccupazione. Non importa quanto i governi, e l’Ue, avranno fatto, non sarà mai visto come abbastanza.” Inoltre, come suggerito dalla politologa, ad alimentare ulteriormente il fronte della destra italiana potrebbe contribuire anche lo scetticismo dimostrato da Germania e Olanda nei confronti delle proposte di Roma, e più in generale una ricerca sin qui a ostacoli di strumenti di sostegno adeguati a livello europeo. Per quanto ancora Giuseppe Conte potrà navigare sulla scia dei consensi? Dipenderà tutto da quanto si rivelerà adeguata la risposta sanitaria ed economica del suo governo.

Rebecca Cambrini
Nata a Pesaro, porto con me anche un po' di Sydney mentre frequento il terzo anno di Scienze Politiche all’Università Bocconi. Due cose non possono mancare nella mia vita: il mare e un occhio critico sul mondo.

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