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Il conflitto in Etiopia rischia di vedere tutti sconfitti

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Sono esplose ufficialmente le tensioni tra il governo federale dell’Etiopia e il territorio più a nord del Paese, il Tigray. Nella notte tra il 3 il 4 novembre 2020, il primo ministro Abiy Ahmed ha ordinato l’inizio di un’operazione militare nella regione, dopo i presunti attacchi del Fronte popolare di Liberazione del Tigray (Tplf) contro le forze nazionali di sicurezza etiopi (Ethiopian National Defence Force, Endf) a Macallé.

Il governo centrale ha accusato il Tplf di “tradimento e rivolta armata” ma resta difficile stabilire le esatte dinamiche degli avvenimenti, dal momento che tutte le comunicazioni del Tigray sono state interrotte dal governo di Addis Abeba già il 4 novembre scorso. Quel che però è certo è che il conflitto in Etiopia a cui stiamo assistendo era tutt’altro che imprevedibile.

Sin dall’elezione di Abiy Ahmed nell’aprile del 2018, infatti, il rapporto tra il  primo ministro etiope con il Fronte di Liberazione del Tigray, al governo della regione, è sempre stato particolarmente teso. Negli scorsi mesi, le riaccese tensioni interetniche e la decisione di Abiy Ahmed di rinviare le elezioni di agosto non hanno fatto altro che esacerbare le tensioni tra le parti, scatenando un conflitto oggi sull’orlo della guerra civile.

Le tensioni multietniche e il rinvio delle elezioni

L’Etiopia, secondo Paese per popolazione nel continente africano e prima potenza del Corno d’Africa, vede convivere al suo interno circa 80 diverse etnie. Dopo il crollo della dittatura di Menghistu Hailé Mariàm e l’emanazione di una nuova costituzione del 1994, il Paese è diventato una repubblica parlamentare federale che ha fatto della multietnicità il principio alla base della sua amministrazione.

Dal 1996, il territorio è diviso su base etnica in nove stati regionali autonomi (tra cui il Tigray) a cui si aggiungono le città indipendenti di Addis Abeba, la capitale, e di Dire Daua. Il più numeroso gruppo etnico è quello degli oromo, a cui appartiene circa il 34,4% della popolazione, seguiti dagli amara (27%) e dai tigrini (6,2%). Proprio quest’ultima etnia, caratteristica della regione del Tigray, è politicamente rappresentata dal Tplf, che pur rappresentando solo una parte minoritaria della popolazione è stato per anni uno degli attori dominanti della coalizione del governo etiope.
Solamente tra 2015 e 2018 la predominanza politica del Tplf è stata messa per la prima volta in discussione a causa del malcontento delle altre etnie che, denunciando la disproporzione tra il loro peso demografico e la scarsa rappresentanza politica di cui godevano, hanno scatenato numerose proteste in tutto il territorio.

Sono state proprio queste rivolte a segnare l’ascesa politica di Abiy Ahmed, attuale primo ministro etiope di etnia oromo. Sin dall’inizio della sua carriera, le riforme del nuovo leader si sono concentrate intorno all’ideologia del medemer, secondo la quale il Paese avrebbe dovuto preferire un modello amministrativo più unitario, in grado di superare le differenze interetniche e allontanarsi gradualmente dal modello di nazionalismo etnico su cui si fonda attualmente.

Dall’elezione di Ahmed, alcuni precari equilibri tra etnie diverse sono crollati e sono aumentate sia le tensioni tra i gruppi etnici, timorosi di perdere la loro autonomia, sia quelle tra Tplf e governo centrale, accusato di aver sempre più marginalizzato il partito tigrino dalla scena politica etiope. In particolare, negli ultimi due anni dell’amministrazione di Abiy Ahmed, il governo federale è stato aspramente contestato per non aver saputo gestire la crisi socio-politica che ha sconvolto la nazione e per aver invece adottato misure autoritarie, lontane dalle sue promesse elettorali più progressiste.

All’interno di questo scenario, quando il 31 marzo scorso il governo ha rinviato le elezioni a causa della crisi pandemica, il rinvio è stato accolto con non poche polemiche. L’amministrazione di Addis Abeba è stata accusata di aver commesso l’ennesimo passo falso soprattutto dalla regione del Tigrè che, opponendosi e ignorando il divieto federale, ha indetto comunque le elezioni, vinte dal Tplf con una maggioranza schiacciante, pari al 98% dei voti.

Divisione amministrativa etiope [crediti foto: Peter Fitzgerald, CC BY-SA 3.0]

Il conflitto: dalla regionalizzazione alla crisi umanitaria

L’escalation delle tensioni ha condotto allo scoppio del conflitto dello scorso 4 novembre, che le parti continuano ad accusarsi reciprocamente di aver scatenato. Tale deterioramento è anche dettato dalla presenza di armamenti pesanti in entrambi gli schieramenti. Il governo tigrino infatti,  da sempre detentore di grande autorità sul budget regionale, è stato in grado di allestire nel tempo un esercito perfettamente all’altezza di fronteggiare le forze armate di Addis Abeba.

Di conseguenza, il conflitto in Etiopia si starebbe configurando come uno scontro tra due schieramenti ben attrezzati e addestrati, piuttosto che come una disputa tra milizie irregolari e poco organizzate. A causa del crescendo delle violenze, secondo diversi analisti e operatori umanitari, decine di migliaia di persone sono state costrette a lasciare le loro case. Di fatto la regione del Tigray, da sempre strategica a livello militare per l’Etiopia, è il cuore pulsante delle recenti tensioni e in particolare, della crisi a livello umanitario che ne è scaturita, poiché come riporta Amnesty International è stato confermato il massacro di un elevato numero di civili. Il flusso di rifugiati in fuga dai conflitti nei territori tigrini non accenna ad arrestarsi e, secondo quanto affermato dall’UNHCR, dallo scorso 10 novembre una media di 4000 donne, uomini e bambini attraversa ogni giorno il confine per cercare la salvezza nel vicino Sudan orientale. 

A peggiorare la situazione sono poi gli ultimi risvolti del conflitto: nella notte tra il 14 e il 15 novembre scorso, l’Eritrea è stata coinvolta negli scontri dopo il lancio da parte del Tplf di alcuni razzi che, come confermato dal presidente della regione tigrina, Debretsion Gebremichael, erano diretti proprio verso la capitale eritrea di Asmara. Quest’ultima si trova infatti in ottimi rapporti con Addis Abeba sin dal 2018, quando il sanguinoso conflitto, iniziato nel 1998 tra Etiopia ed Eritrea, è stato risolto grazie alla lunga mediazione dell’attuale Primo ministro etiope Abiy Ahmed; mediazione che gli valse persino un Premio Nobel per la pace nel 2019. L’offensiva tigrina è sintomatica di una progressiva regionalizzazione del conflitto tra Stato centrale e secessionisti del Tplf. Secondo quanto già previsto da diversi studiosi, il coinvolgimento dell’ Eritrea nello scontro era inevitabile, tanto per ragioni storiche quanto per motivazioni geografiche, e il Paese ha oggi enormi interessi a fermare la crisi tigrina ed è ormai de facto coinvolto nel conflitto e legittimato ad intervenire.

Degna di nota è poi la posizione del premier etiope Ahmed, il quale fino ad ora si è dimostrato inflessibile rispetto a qualsiasi tentativo di mediazione, respingendo inviti al dialogo. La sua posizione si è ulteriormente polarizzata lo scorso 22 novembre, quando il primo ministro etiope ha inviato una lettera alla regione in rivolta nel nord del Paese annunciando la fase finale dell’offensiva contro Macallé e lanciando un ultimatum di 72 ore per la resa, dichiarandosi altresì disposto ad accogliere e reintegrare i connazionali in fuga. Le forze del Tplf non si sono mostrate disposte ad accettare tali condizioni, preparandosi ad uno scontro armato nella capitale.

Le prospettive future: secessione ed espansione del conflitto

Secondo l’articolo 39 della Costituzione etiope, ad ogni Stato membro è riconosciuto il diritto di secessione dalla federazione e tale possibilità potrebbe rappresentare uno degli possibili scenari per la risoluzione del conflitto nella regione del Tigray.
E’ evidente poi come il conflitto in corso non riguardi solo l’Etiopia ma rischi di rappresentare una tragedia estesa all’intero Corno d’Africa. Le conseguenze devastanti del conflitto, oltre alle potenze regionali già irrimediabilmente coinvolte, rischiano di riguardare anche altri territori come quello somalo e sudanese.

Già all’inizio delle tensioni, la Somalia aveva dichiarato la sua solidarietà al primo ministro etiope e, di fatto, l’Etiopia ha già richiamato alcune truppe somale per aiutare a sedare la rivolta armata. Si conta che dall’inizio del conflitto, più di 14.500 persone si siano dirette verso la Somalia e che altre 10.000 abbiano invece raggiunto il Sud Sudan per sfuggire alla guerra.

Questa mobilitazione di massa rischia di far perdere il controllo in un territorio già fragile e politicamente instabile e l’intera comunità internazionale è concorde sulla necessità di raggiungere un accordo tra le parti prima che gli scontri si espandano a macchia d’olio nella regione, innescando un effetto domino incontrollabile.

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Testo a cura di: Anna Corrente e Martina Mazzini

* Agricoltori etiopi all’interno di un villaggio [crediti foto: Kristina Stefanova via Pixnio]
Redazione
Orizzonti Politici è un think tank di studenti e giovani professionisti che condividono la passione per la politica e l’economia. Il nostro desiderio è quello di trasmettere le conoscenze apprese sui banchi universitari e in ambito professionale, per contribuire al processo di costruzione dell’opinione pubblica e di policy-making nel nostro Paese.

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