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Le proteste degli agricoltori in Europa: cosa sta succedendo?

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Nelle ultime settimane, tra barricate della polizia e chili di fieno tra le strade, un corteo di trattori ha sfilato di fronte alle principali sedi delle istituzioni europee. La manifestazione indetta dagli agricoltori a Bruxelles è solo una di una lunga serie di proteste che hanno smosso le principali città dei paesi membri dell’Unione. L’obiettivo è di contestare attivamente le regolamentazioni in materia di energia e ambiente, che nell’ultimo periodo stanno danneggiando e impoverendo il settore agroalimentare, aumentandone i prezzi di produzione. Da anni il malcontento degli agricoltori sta crescendo, ma, fino allo scorso gennaio, non aveva mai fatto irruzione nella scena politica con tale violenza, sfociando in pneumatici incendiati per le strade e lanci di petardi.  

 

La Legge sul Ripristino della Natura

Le preoccupazioni degli agricoltori, partendo dalla Francia, passando per la Germania, la Spagna e raggiungendo infine l’Italia, sono accomunate dalle medesime ragioni, seppur condizionate singolarmente dalle varie dinamiche nazionali. 

Le nuove politiche ambientali rivolte alla sostenibilità dell’Unione, previste dal Green Deal, sono state progettate con lo scopo di contrastare gli effetti della crisi climatica e incentivare il processo di decarbonizzazione. Nonostante le recenti proteste, i vertici dell’UE hanno approvato la Legge sul Ripristino della Natura. In Parlamento la nuova legge ha ottenuto 329 voti favorevoli, contro 275 contrari, per lo più da parte di partiti conservatori. Si tratta di un pilastro che funge da tassello utile al conseguimento degli obiettivi del Green Deal, ma che pone una serie di limitazioni alla produzione agricola tali da infuocare ancora di più gli animi degli agricoltori europei.

 

Le critiche alla nuova Legge  

Una delle principali polemiche rivolte a questo programma si scaglia contro l’obbligo di ridurre il consumo di pesticidi del 20%, i quali, secondo i manifestanti, garantiscono una maggior resa agricola, salvaguardando le colture. L’utilizzo di pesticidi, però, incide fortemente sulla conservazione degli ecosistemi, impatta sulla salute umana e contribuisce alla dipendenza del modello agricolo dalla chimica. 

Inoltre, l’eccessiva burocrazia che pesa sulle spalle degli agricoltori nello svolgimento del loro lavoro e nella richiesta dei sussidi europei aggrava ulteriormente le condizioni finanziarie in cui riversano le aziende agricole europee, ponendo limiti stringenti alla produzione, alle tecnologie impiegate e ad un’ampia serie di strumentazioni che i Paesi extra UE possono invece adottare liberamente. 

 

Il malcontento verso la Politica Agricola Comune

La Politica Agricola comune (PAC), che determina i principi di base nel settore primario europeo, è stata definita inadeguata per le condizioni di mercato attuali da Confagricoltura e altre Organizzazioni di tutela e di rappresentanza delle aziende agricole europee. Infatti, per decenni la PAC ha distribuito numerosi finanziamenti, di cui l’80% rivolti alle grandi aziende, ovvero il 20% del totale dei beneficiari. Questo programma ha fortemente danneggiato i piccoli e medi agricoltori, i quali hanno sofferto una prolungata crisi del settore. 

Ad aggiungersi a questo malcontento, il settore agricolo ha sempre visto con sospetto le innovazioni introdotte nella PAC nel settore della sostenibilità, pari a 55 miliardi di euro. Il 70% di questi fondi viene speso sotto forma di pagamenti diretti, volti a fungere da reti di sicurezza per gli agricoltori. Tra queste nuove misure, vi è anche l’obbligo di non coltivare il 4% dei terreni, con l’obiettivo di favorire la difesa dall’erosione e dal dissesto idrogeologico, tutelando quindi la biodiversità grazie alla presenza di maggiori aree incolte. 

La preoccupazione principale degli agricoltori è che queste misure, nel tempo, renderanno il settore agricolo europeo meno competitivo rispetto alle importazioni da parte di altri Paesi extra UE, i cui costi di produzione sono inferiori. Ad aggiungersi a questo timore, i manifestanti hanno sottolineato anche il ruolo dell’inflazione, che può ridurre drasticamente il valore dei pagamenti diretti.

 

Le conseguenze della guerra in Ucraina sul settore agricolo europeo

L’effetto a catena della guerra in Ucraina nel febbraio 2022 ha impattato anche il settore agricolo europeo. Dopo l’invasione da parte della Russia, le rotte commerciali nel Mar Nero sono state interrotte, ostacolando le esportazioni dall’Ucraina. La reazione dell’UE è stata quella di revocare le restrizioni alle importazioni ucraine, con l’obiettivo di salvaguardare la sua economia, permettendo ai propri prodotti agricoli di entrare liberamente nel mercato europeo. A questo proposito, gli agricoltori europei hanno sottolineato la disparità di questo libero scambio: da una parte i prodotti stranieri non sono soggetti alle rigide normative ambientali imposte da Bruxelles, dall’altra vi è una netta differenza di costi e dimensioni tra le aziende agricole dell’Unione e quelle ucraine. Per fare un esempio, un’azienda agricola ucraina in media è di circa 1.000 ettari, mentre quelle europee misurano solo 41 ettari. Inoltre, grazie ai bassi costi di produzione nel settore agricolo ucraino e all’ampia quantità di prodotti offerta, i prezzi sono estremamente convenienti rispetto a quelli europei, causando un danneggiamento del mercato interno. In particolare, paesi come Ungheria, Polonia e Romania, limitrofi ai confini ucraini, hanno visto i propri prodotti locali deprezzarsi velocemente.

Questa previsione è stata confermata da un report dell’ISPI, secondo cui l’inclusione dell’Ucraina tra i beneficiari dei fondi stanziati dalla PAC costerebbe 97 miliardi di euro. Questa manovra richiederebbe agli altri Paesi membri di rinunciare a circa il 20% delle quote di fondi a loro destinare, rinuncia che ovviamente è stata fortemente messa in discussione dai diversi governi nazionali e dai loro ministeri dell’agricoltura. 

 

Il dilemma etico sulla questione dell’Ucraina

In una situazione come quella precedentemente descritta, la complessità si declina nel riuscire a bilanciare l’interesse economico di un settore in difficoltà e misure etiche volte ad aiutare un Paese in crisi. Le politiche dell’Unione si trovano quindi di fronte ad un bivio: fare la cosa giusta per il prossimo e assecondare i propri interessi. In tutto ciò, è bene tenere  presente come, nonostante la guerra sia ancora in atto, un approccio compassionevole è man mano passato in secondo piano, oscurato dalle inasprite rivalità causate da  motivazioni economiche.

Nella vicina Romania, dove le manifestazioni degli agricoltori stanno prendendo sempre più piede, l’agenzia di stampa Kronika ha condannato le misure di sostegno dell’UE, accusando i vertici decisionali di permettere alle merci ucraine di entrare nel mercato a basso costo, “come un non nuotatore che cerca di salvare una persona che sta annegando. Entrambi annegano“. Così anche la Polonia, che all’inizio dell’invasione aveva aperto le porte dei propri confini per accogliere i rifugiati ucraini, ora accusa l’Ucraina e le misure europee di promuovere una concorrenza sleale. Come dichiarato il portavoce del sindacato degli agricoltori polacchi, “il grano ucraino dovrebbe andare dove deve andare, nei mercati asiatici o africani, non in Europa“. 

 

Il cambio di rotta dell’UE

La risposta delle istituzioni ha impiegato del tempo ad arrivare e i primi dialoghi tra gli agricoltori e i vertici UE sono stati inconcludenti, contribuendo all’inasprimento delle tensioni tra la forza lavoro e la politica comunitaria e nazionale.

Per calmare gli animi, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha proposto una maggiore apertura nei confronti degli operatori del settore primario attraverso la concessione di sussidi pubblici. Si tratta di implementare un sistema di incentivi finanziari volti a incoraggiare gli agricoltori a rispettare le nuove misure di protezione della natura. A seguito di un “mea culpa” da parte della Commissione, von der Leyen ha espresso la sua convinzione che questa strategia possa dare un valido argomento commerciale agli agricoltori per le misure del Green Deal. 

 

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