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Portland sta spaccando gli Stati Uniti

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Se si trattasse di uno scontro tra polizia e attivisti del Blm (Black Lives Matter), come i tanti avvenuti dalla morte di George Floyd – rispetto comunque a una netta maggioranza di proteste pacifiche – non meriterebbe un racconto approfondito. Potremmo limitarci alla cronaca, elencare altri episodi e tirare le somme alla fine. Ma quello che sta succedendo a Portland ha una portata enorme, per l’entità delle proteste e per il loro valore simbolico, che non si ferma al comunicato stampa. Le vicende di questi giorni hanno infatti reso questa città dell’Oregon la frontiera del dibattito politico e sociale degli Stati Uniti.

 

Che cosa sta succedendo a Portland

 

Dalla morte di Floyd, a Portland le proteste degli attivisti del Black Lives Matter sono proseguite ininterrottamente per mesi.  La maggior parte dei manifestanti ha sempre protestato pacificamente, a fronte di alcuni piccoli gruppi violenti che hanno cercato di incalzare le forze di polizia per inasprire la lotta. Diversi leader del movimento hanno infatti accusato queste frange di distrarre l’opinione pubblica dalle motivazioni reali di Blm, puntando il dito contro i media che vorrebbero rendere Portland uno “spettacolo bianco”. Le proteste non sono diffuse capillarmente in tutta la città, ma avvengono davanti la prigione e il Centro di Giustizia della contea, nel blocco accanto al Tribunale Federale di Giustizia. La vita dei cittadini di Portland, infatti, non è stata sconvolta dalle proteste dei Black Lives Matter, dato che sono tutti localizzati in un punto specifico. Le proteste iniziano intorno al tramonto, e durano tutta la notte, con un’alternanza di picchi e minimi di partecipazione.

 

Le proteste stavano scemando gradualmente, con gli attivisti ormai sul punto di cessare. Ma poco prima che potesse succedere, il presidente Trump ha inviato un contingente di agenti federali nella città per preservare l’ordine e “difendere le proprietà federali”. Un dispiegamento di forze notevole, che ha spiazzato praticamente tutti. Questi agenti provengono da svariate agenzie federali, principalmente da quelle deputate alla protezione delle frontiere, come il Bortac (Border Patrol Tactical Unit), la Transportation Security Administration, l’Ice (United States Immigration and Customs Enforcement), la Coast Guard e gli U.S Marshals. Non provengono quindi da corpi che si occupano notoriamente del controllo delle folle in occasioni di proteste politiche e sociali. Un dato reso evidente dalla loro strumentazione piuttosto atipica: gli agenti sono infatti arrivati con tute mimetiche militari e armi pesanti.

 

Le sparizioni misteriose

 

Ciò che ha destato scalpore, oltre il dispiegamento di forze in sé, sono stati i metodi con cui gli agenti federali hanno condotto le loro attività. Si sono registrati diversi casi di persone prelevate con la forza da parte di uomini senza marchi identificativi, trasportate in furgoni non identificati, per poi essere trattenute tutta la notte in edifici governativi senza nessuna dichiarazione formale. Metodi piuttosto inusuali in un Paese come gli Usa, che hanno spaventato la popolazione e l’opinione pubblica. Anne Applebaum, firma nota del The Atlantic, ha affermato che Trump si sta servendo di un modello autoritario ispirato da Putin, per mostrare i muscoli e richiamare gli americani a “Legge e Ordine”. Un leitmotiv da sempre molto caro alle destre americane, da quando Nixon decise di usare il pugno di ferro contro la criminalità organizzata e il business della droga, seguito dalla stretta di Reagan sulla lotta al narcotraffico.

 

L’intervento dei federali ha rianimato le proteste a Portland, che sembravano essere sul punto di terminare. Dalle centinaia di attivisti, si è passati alle migliaia ogni notte. Trump ha detto, di fronte a chi gli critica l’ingerenza statale negli affari dell’Oregon, che l’intervento è stato reso necessario dall’incapacità dell’amministrazione locale di mantenere l’ordine e di difendere le proprietà federali, che secondo il Presidente “non resisterebbero un giorno senza la presenza dei federali”. I federali sono stati dispiegati per rinforzare e, in alcuni casi, rimpiazzare le forze di polizie locali, ritenute inefficaci nella gestione dell’emergenza.

 

Le reazioni della politica non si sono fatte attendere. Il sindaco della città, Ted Wheeler, democratico, si è opposto all’invio dei federali da parte del Presidente Trump, partecipando direttamente ad un corteo di protesta contro l’ingerenza della Casa Bianca, arrivando addirittura ad essere colpito dal gas e i lacrimogeni delle forze di sicurezza. Diversi, tuttavia, lo hanno tacciato di ipocrisia per il fatto che prima dell’arrivo dei federali non si fosse fatto problemi ad usare la polizia locale, su cui ha l’autorità. I sindaci di sei città, tra cui Chicago, Seattle e la capitale Washington, hanno chiesto al Congresso di bloccare l’invio di agenti federali ordinato da Donald Trump nel quadro delle proteste contro il razzismo. In una lettera  hanno spiegato che la loro presenza e l’uso eccessivo della forza fomentano le tensioni.

 

 

Il procuratore generale dell’Oregon Ellen Rosenblum ha intentato una causa all’amministrazione Trump “per violazione dei diritti civili”, mentre il senatore democratico dell’Oregon Ron Wyder ha detto che i metodi di Trump sono tipici di un regime fascista. Come riporta The Vision, senatori repubblicani come Rand Paul, diversi generali ed esponenti della Difesa, incluso l’ex capo del Pentagono James Mattis, e altri militari già ai vertici dell’apparato di Sicurezza nell’amministrazione Trump si sono dissociati dall’uso arbitrario della forza minacciato continuamente e autorizzato sempre più spesso dalla Casa Bianca. 

 

La nuova frontiera interna

 

Lo scontro tra folla e federali è piuttosto teso. Gli agenti utilizzano lacrimogeni, spray al peperoncino, ed erigono barriere di ferro che ogni volta vengono scavalcate dai manifestanti. Gli arresti confermati finora sono stati 83, ma il numero non è certo. Il procuratore generale Billy Williams ha affermato che gli agenti federali resteranno a Portland fino a che le proteste non saranno cessate. Lo scontro si preannuncia ancora molto intenso, con nessuna delle due parti disposta ad arretrare. Uno scontro che ha assunto anche una grande valenza simbolica, come testimonia il caso della donna che si è fatta fotografare completamente nuda davanti i federali, sdraiata per strada e con le gambe divaricate. La foto è diventata virale, ed è stata assunta a simbolo della resistenza contro le forze di sicurezza. Ma il valore degli scontri Portland è molto più politico, e decisivo.

 

La vicenda di Portland è diventata un teatro di scontro fra Trump e Biden, in piena campagna elettorale. Con i sondaggi che danno Biden in netto vantaggio su Trump in quasi tutti gli Stati, il Presidente ha deciso di dare una sterzata decisiva alla sua corsa per la rielezione, cercando di animare la propria base elettorale. Dopo il fallimento del comizio a Tucson, l’intenzione sembra essere quella di portare Biden ad uno scontro frontale, applicando una piattaforma politica di “Legge e Ordine” molto cara alla sua base elettorale.

 

 

Secondo Politico, la posizione di Biden è delicata perché se il candidato democratico alla presidenza si esprimesse contro l’uso della forza a Portland, verrebbe accusato di essere “contro la polizia” e “fomentatore di divisioni da sinistra radicale”. L’intenzione di Trump è di rivisitare uno scontro “loro contro di noi” contro i manifestanti del Black Lives Matter e tutti i radicali di sinistra che minacciano le proprietà statunitensi. Uno scontro ideologico che ricorda per certi versi quello inscenato verso i messicani durante la campagna elettorale del 2016, in netta contrapposizione al messaggio di unità e armonia di Joe Biden. Ma il conflitto a Portland è la rappresentazione di una polarizzazione politica mai così netta negli Stati Uniti. 

 

Mai così diversi

 

Secondo un sondaggio di Nbc News/Wall Street Journal, l’80% degli elettori democratici crede che ci siano discriminazioni verso neri ed ispanici. Percentuale che si riduce al 20% nel caso degli elettori repubblicani. L’82% degli elettori dem crede che gli Stati Uniti siano una società razzista, a fronte del 30% di repubblicanni. Nel caso della considerazione del movimento del Blm, l’83% degli elettori democratici lo appoggia e l’81% è a favore delle rimozione delle statue dei Confederati, contro l’11% e il 16% rispettivamente degli elettori repubblicani.

 

La divisione non potrebbe essere più netta, ed è figlia di una polarizzazione che con Trump ha raggiunto il suo apice. L’invio dei federali non stupisce, in relazione a come viene comunicato, se si pensa al preciso intento elettorale. Portland è diventata un teatro di battaglia politico; diversi giornalisti di Fox News, notoriamente vicini ai repubblicani, parlano di Portland come “zona di guerra” – come l’ha chiamata Sean Hannity – dove si decide il destino dell’America, che rischia di cadere in mano agli anarchici. In questo senso, l’attacco di Trump è rivolto non solo ai manifestanti, ma a tutti i governatori e sindaci democratici – come la governatrice dell’Oregon Kate Brown e il sindaco di Portland Ted Wheeler. 

 

Il fatto stesso che si svolga a Portland ha un forte connotato politico. La città è diventata negli anni una delle più progressiste d’America, in uno Stato come l’Oregon, caratterizzato da un razzismo radicato, e che agli inizi del ‘900 contava il maggior numero di affiliati al Ku Klux Klan. Sono nati numerosi gruppi di protesta contro il razzismo e le discriminazioni, come i Portland’s Resistance, che si sono confrontati con movimenti di estrema destra come i Patriot Prayer e altri dell’hinterland di Portland. La campagna di Trump si muove quindi in una città molto ideologizzata, dove può intensificare la sua lotta contro tutto il mondo liberal, partendo proprio dallo scontro nelle vie urbane dove si innestano le culture più progressive. 

 

Le elezioni Usa 2020 si decidono Portland

 

 

Quello che succederà a Portland avrà un grande impatto sull’esito delle Presidenziali di novembre. Trump è sceso a muso duro, cercando di rinvigorire i temi caldi della sua piattaforma politica. Biden, per ora in netto in vantaggio, dovrà stare molto attento a come gestirà la vicenda a livello mediatico, incalzato sempre di più dalla base democratica di Sanders che lo ha intimato di includere il medicare for all nella proposta programmatica del Partito Democratico, pena la votazione contraria alla stessa. Queste rende le scelte politiche di Biden molto delicate, come per la questione del definanziamento della polizia, su cui ha espresso parere contrario. A Portland si decide il futuro degli Stati Uniti, mai così spaccati.

 

Massimiliano Garavallihttps://orizzontipolitici.it
Classe ’97, ma con le occhiaie da quarantenne. Fondatore del blog culturale Sistema Critico, scrivo di politica e filosofia, e nel mezzo qualche poesia. Mi sono laureato con double degree in Economia e Management ad Urbino ed in European Economic Studies a Bamberg, Germania. Mi piace pensare che ogni nostro piccolo pensiero sia una spinta per qualcuno a cambiare.

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