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La Germania di Angela Merkel

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Al termine di sedici anni e quattro mandati di cancellierato Merkel la Germania si ritrova profondamente cambiata. Rafforzata economicamente e politicamente, la Repubblica Federale è riuscita in pochi decenni a scrollarsi definitivamente di dosso il trauma della riunificazione, a innescare una crescita economica annua tra il 2005 e il 2019 dell’1,5% in media e ad assumersi un indiscusso ruolo di leadership all’interno dell’Unione europea. I tedeschi si ritrovano però alla guida di un’Unione colpita da tre crisi economiche in meno di 15 anni, in un continente conteso e attaccato su più fronti all’interno di un contesto internazionale multipolare e in rapida evoluzione, sia in termini politici che di rapporti di forza.

L’ingombrante economia tedesca in Europa

Forte dei suoi 84 milioni di abitanti e dei $3961 miliardi di prodotto interno lordo nominale nel 2019, la Germania è di gran lunga il Paese più popoloso e in termini assoluti più produttivo dell’Unione europea. Troppo grande per relazionarsi al pari con gli altri membri dell’Ue, ma allo stesso tempo troppo piccola per potersi confrontare da sola con grandi potenze come ad esempio gli Stati Uniti e la Cina. Proprio l’Unione europea, anche se inizialmente fondata per permettere agli altri Paesi europei di tenere sotto controllo l’industria pesante della Repubblica Federale, ha permesso alla Germania di trarre profitto dal forte aumento delle esportazioni e dall’integrazione della propria catena del valore con quella degli altri Stati membri.

La grande economia tedesca è quindi diventata col tempo il motore principale della crescita europea, integrandosi prima coi Paesi dell’europa occidentale e inglobando rapidamente i Paesi dell’est Europa all’interno della propria catena del valore subito dopo il crollo dell’Unione Sovietica. La successiva introduzione dell’euro a cavallo tra la fine degli anni ‘90 e l’inizio del nuovo millennio ha accelerato l’integrazione fra le economie europee, dando a un Paese esportatore come la Germania un ulteriore vantaggio competitivo all’interno dei mercati internazionali. Nel 2019 la Germania rappresentava da sola il terzo Paese al mondo per esportazioni totali con $1440 miliardi di beni e servizi esportati, di cui il 57% nei confronti del resto dell’Unione europea.

Merkel: paladina dell’Euro e degli interessi della Germania

La presenza dell’eurozona, oltre a eliminare i costi dovuti alla fluttuazione della moneta di casa con le altre valute europee, ha permesso alla Germania di esportare i propri beni e servizi nel resto del mondo utilizzando una moneta molto più debole del marco. Subito dopo l’adozione dell’euro i tassi di cambio per la Germania crollarono in media del 23%, causando di conseguenza un abbassamento dei prezzi dei prodotti tedeschi nel mondo e un aumento di competitività nei confronti del resto dell’offerta mondiale che dura fino ad oggi. La crescita economica in Germania e in ultima istanza il benessere dei cittadini tedeschi sono quindi direttamente trainati da un export che ricava la propria forza dal sistema dell’eurozona.

È per questo che una breve panoramica sui rapporti economici della Germania con l’Unione Europea diventa necessaria per capire le ragioni degli sforzi fatti dai governi Merkel per mantenere in vita l’integrazione economica dell’Unione e il sistema finanziario dell’Eurozona nel suo complesso. Negli ultimi 16 anni Berlino ha mostrato attivismo crescente in termini di politica estera specialmente sulle questioni riguardanti l’Unione Europea, e Merkel in particolare ha contribuito a dare alla Repubblica Federale una visione e una strategia nei confronti della politica comunitaria.

Per scongiurare la disgregazione dell’Eurozona e quindi del principale mercato di riferimento per la Germania, durante la crisi dell’euro nel 2012 Angela Merkel spinse direttamente per la formazione dell’unione bancaria, del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e di una riforma degli accordi sulla politica fiscale presenti nei trattati europei (il Fiscal Compact), mutando per la prima volta, anche se con fatica, il proprio approccio rigoroso e unilaterale riguardo alle politiche economiche comunitarie.

La leadership internazionale della Germania a guida Merkel

L’evoluzione della strategia di Berlino è andata accelerando nei momenti di crisi, con con una presa di consapevolezza e uno scatto in avanti mostrato platealmente durante la crisi economica dell’eurozona in conseguenza della pandemia di Covid-19. Il piano per la ripresa, chiamato Next Generation Eu e proposto inizialmente alla Commissione europea da Francia e Germania, prevede che l’intera somma di 750 miliardi di euro venga finanziata tramite l’emissione di debito comune, garantito in solido da tutti i Paesi membri. Il Governo tedesco ha quindi deciso di vincolarsi per i prossimi decenni (fino al 2058), garantendo personalmente un debito che servirà in larga parte a tenere in vita l’economia europea e in ultima istanza il sistema produttivo dell’economia della Repubblica Federale di Germania.

Il passaggio a una politica incentrata sulla condivisione del rischio economico comunitario invece che sulla sua minimizzazione comporta un cambio di metodo ma non di obiettivo, mostrando come, durante l’era Merkel, la Germania abbia preso dimestichezza con la gestione di una leadership complicata ma al tempo stesso necessaria per continuare a crescere e per iniziare ad avere una qualche rilevanza sui principali dossier internazionali.

Nata inizialmente per riuscire a difendere gli interessi economici della Germania, la guida tedesca non ha tardato ad occuparsi anche di questioni riguardanti strettamente la politica estera comunitaria. Durante la fase più acuta della crisi dei migranti nel 2015, ad esempio, Angela Merkel si fece politicamente carico della decisione di accogliere centinaia di migliaia di rifugiati (solo in Germania ne vennero accolti più di un milione), scongiurando dei potenziali conflitti tra i partner europei relativi allo spartimento dei richiedenti asilo arrivati in massa dai confini con la Turchia.

Il ruolo di Berlino fuori dai confini europei e le relazioni bilaterali con la Russia

Negli ultimi anni la Repubblica federale è intervenuta più volte per occuparsi di crisi e conflitti che la riguardano da vicino. Lo scontro ancora aperto causato dalle svolte autoritarie di Polonia e Ungheria delinea un problema politico tutto interno all’Unione, e ulteriori minacce per la stabilità interna dell’Ue continuano poi ad arrivare da Paesi come Turchia e Bielorussia, che utilizzano i flussi di profughi e migranti per esercitare ricatti e creare divisioni tra i Paesi membri. Un discorso a parte invece va fatto per le relazioni con la Russia, che da un lato continua a mettere in atto tentativi per destabilizzare internamente l’Unione Europea e di conseguenza anche la Germania, mentre dall’altro lato rappresenta un partner commerciale di fondamentale importanza per Berlino.

Le relazioni bilaterali con la Russia hanno subito un netto peggioramento dopo l’invasione della Crimea e le conseguenti sanzioni economiche imposte dall’occidente. Nonostante ciò tra i due Paesi si sono mantenuti degli stretti rapporti economici, dovuti alla necessità di Berlino di continuare a importare gli idrocarburi russi (la Germania importa oltre il 50% del proprio gas dalla Russia), fondamentali per alimentare l’economia tedesca soprattutto da quando la cancelliera ha deciso di accelerare il processo di definitiva denuclearizzazione della produzione energetica nel Paese.

La guerra tra Mosca e Kiev, scoppiata nel 2014, ha visto più volte la partecipazione diplomatica della Germania come sostenitrice dell’Ucraina e come membro chiave all’interno delle principali trattative volte a disinnescare il conflitto nel Donbass. Anche per questo ha fatto molto discutere il potenziamento del gasdotto Russo Nord Stream, che fornisce l’industria tedesca direttamente via mare e senza passare per i Paesi dell’est europa. Gli alleati della Nato temono che i nuovi gasdotti nel mar baltico costituiscano un’alternativa agli oleodotti che passano sul territorio Ucraino, indebolendo ulteriormente il potere contrattuale di Kiev nelle eventuali future trattative con la Russia. Il permesso ottenuto dagli Stati Uniti permetterà però di finire la costruzione del gasdotto rafforzando le dipendenze di Berlino da Mosca e, con tutta probabilità, peggiorando le relazioni diplomatiche col Governo ucraino, che dopo l’accordo Germania-Stati Uniti si è sentito tradito e lasciato solo all’interno del conflitto con la Russia.

Il conflitto tra Cina e Usa: una minaccia per la crescita tedesca

La ritrovata consapevolezza e la crescente autonomia di Berlino pone definitivamente la Germania di fronte a un decennio che potrebbe rivelarsi cruciale per la propria storia. Oltre a dover gestire la nuova leadership in Ue e le controverse relazioni con la Russia di Putin, le prossime cancellerie dovranno cercare di mettere in sicurezza le relazioni economiche con Cina e Stati Uniti all’interno di quello che sembrerebbe un nuovo conflitto tra superpotenze. Un ipotetico decoupling danneggerebbe profondamente l’economia della Repubblica Federale, visto che il mercato statunitense assorbe oltre il 9% delle esportazioni tedesche, mentre quello cinese il 7,5%.

La nuova Via della seta collegherà direttamente la Cina con le regioni più produttive della Germania, mentre dall’altra sponda dell’atlantico gli Stati Uniti guardano con preoccupazione la prospettiva di un’eccessiva integrazione tra le economie europee e quella cinese. La più grande sfida futura per Berlino potrebbe proprio essere quella di preservare l’integrazione economica tedesca con le catene del valore mondiali, mediando per evitare un conflitto che colpirebbe al cuore il proprio modello di crescita e di sviluppo.

Nadir Mannahttps://orizzontipolitici.it
Nasco a Milano, mi sono trasferito a Bologna dopo il liceo per studiare economia all'Alma Mater. Fatto per il 70% di ironia e per il restante 30% di curiosità, ho 21 anni e sono già stempiato. Sono un liberista da divano anche se per la compagnia preferisco gli studenti di lettere e i fan di Berlinguer.

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