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Il Next Generation Eu può essere la svolta nel digitale. Ma l’Italia è pronta?

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Next Generation EU, è così che si chiama lo strumento di ripresa temporaneo da 750 miliardi di euro approvato assieme al bilancio a lungo termine dell’Unione europea. Un nome che a differenza di “recovery fund” fa riferimento ad un impegno politico preciso, che guarda al futuro dell’Europa e alle prossime generazioni. Per rispondere alla disastrosa recessione causata dall’epidemia l’Unione vuole infatti rilanciare il progetto politico comunitario e al tempo stesso rafforzare e innovare le economie dei Paesi membri.

Un piano per l’innovazione digitale

Il piano, che può essere visto come il primo grande progetto di politica industriale comunitaria, punta a sostenere la ripresa preparando l’Unione alle sfide e alle opportunità offerte dalla transizione digitale e da quella ecologica. In particolare quello della digitalizzazione è uno dei pilastri principali su cui si basa il “recovery plan che il Governo italiano deve presentare alla Commissione europea. La digitalizzazione delle attività economiche nel nostro Paese è un passaggio obbligatorio se vogliamo continuare a prosperare e rimanere competitivi a livello internazionale.

L’adozione sempre più spinta delle tecnologie digitali non è una questione di se o di quando. Dalla vita sociale al mondo del lavoro l’epidemia ci ha costretti ad utilizzare dei servizi digitali che prima ignoravamo, mentre ci ha portato a uno sfruttamento  ancora più intenso di quelli che stavamo già usando. I social network, lo shopping online, tutte le piattaforme di intrattenimento (da Netflix a YouTube e Spotify): molte volte questi strumenti portano alla nascita di nuove modalità di produzione e fruizione di beni e servizi, rendendoli più economici e accessibili. 

Cosa significa digitalizzare l’economia

Moltissimi servizi e processi produttivi possono ancora essere migliorati. La rivoluzione digitale dà l’opportunità alle imprese manifatturiere di automatizzare e informatizzare i propri impianti di produzione, e costringe chi offre dei servizi ad adeguarsi alle dinamiche di vendita e di consumo in continua evoluzione – un esempio su tutti possono essere i settori dell’informazione e dell’intrattenimento. Questi cambiamenti offrono da un lato un’opportunità di arricchimento e di miglioramento del benessere collettivo (in una prospettiva di ripresa dalla crisi sanitaria), mentre dall’altro mettono i produttori e le autorità pubbliche di fronte problemi e difficoltà completamente nuovi.

Molte imprese dovranno rivedere i loro modelli di business e dovranno difendersi dalla perdita di competitività nei confronti di concorrenti (stranieri e interni) che stanno adottando le nuove tecnologie prima di loro. Per lo Stato la situazione è altrettanto complicata: oltre a dover garantire la presenza di infrastrutture adeguate su tutto il territorio per questioni di equità, la pubblica amministrazione dovrà riuscire a digitalizzare lo svolgimento delle proprie attività e i servizi offerti ai cittadini per integrarsi con il resto dell’economia e abbattere i costi. Governo, Parlamento e autorità antitrust dovranno occuparsi anche di regolamentare e sorvegliare nuove attività produttive e di mercato, oltre che alle sempre più delicate questioni di sicurezza informatica.

L’Italia digitale a confronto col resto del mondo

Ma quanto è digitalizzato il nostro Paese rispetto ai suoi partner europei? Per poter confrontare i membri dell’Ue la Commissione europea ha sviluppato il Digital Economy and Society Index (DESI). Un indice che riassume i parametri più rilevanti in termini di sviluppo digitale per monitorare la competitività europea al proprio interno e rispetto al resto del mondo. La transizione tecnologica è misurata in termini di connettività, competenze digitali, uso di Internet da parte dei cittadini, integrazione delle tecnologie digitali da parte delle imprese e servizi digitali offerti dallo Stato.

In questa classifica l’Italia si trova fra le ultime quattro posizioni insieme a Bulgaria, Grecia e Romania. Provando a fare un confronto internazionale, come dimostrato anche sul sito della Commissione, la digitalizzazione media degli ultimi quattro Paesi Ue è poco superiore a quella di Serbia, Messico e Brasile e nettamente inferiore a quella di Cina e Russia. Fuori dalla media con gli ultimi tre, il livello di digitalizzazione in Italia si avvicina molto proprio a quello russo.

Un dato ancora più impressionante è quello relativo al parametro sulle competenze digitali denominato “human capital” dallo studio sul DESI. L’Italia è infatti l’ultimo Paese in Europa per competenze digitali di base per l’uso di internet da parte della popolazione, un dato probabilmente correlato alle caratteristiche demografiche del nostro Paese. Le generazioni più anziane sono meno propense ad adattarsi alle nuove tecnologie e questo penalizza molto anche il parametro relativo all’uso di internet oltre ad abbassare la media delle competenze digitali degli Italiani.

Il Next Generation Eu pensato dall’Unione

In un confronto con il resto del mondo la digitalizzazione media dei Paesi Ue è inferiore a quello di Stati Uniti, Australia, Giappone e Canada – solo per fare qualche esempio.

Anche per questo motivo il Next Generation EU punta sul rilancio digitale seguendo in parte le indicazioni del Programma del semestre di presidenza tedesca: “l’Europa deve acquisire sovranità digitale, per preservare anche in futuro la propria capacità di agire contando sulle proprie forze”. Il programma tedesco fa riferimento a una gestione sicura dei dati e delle nuove tecnologie quantistiche, parla di intelligenza artificiale, di standard comuni, della tutela dei diritti e della lotta alle disuguaglianze. Un progetto che immagina una gestione dello sviluppo tecnologico coordinata e regolamentata dalle istituzioni europee.

Next Generation Eu: immagine raffigurante Charles Michel, David Sassoli e Ursula Von Der Leyen
Da sinistra verso destra: Charles Michel, David Sassoli e Ursula Von Der Leyen. Rispettivamente i presidenti del Consiglio, del Parlamento e della Commissione europea. I leader alla guida del Next Generation Eu. [Crediti foto: European Parliament, Flickr.com, (CC BY 2.0)]

Il Recovery plan presentato dal Governo

Tra prestiti e sussidi nei prossimi anni in Italia arriveranno 209 miliardi di euro da spendere. Entro il 30 aprile 2021 è necessario sottoporre alla Commissione europea il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che verrà valutato dalla Commissione e approvato dal Consiglio dell’Ue a maggioranza qualificata. È necessario quindi che il piano sia credibile, che piaccia ai nostri partner europei e che goda di un largo consenso anche tra le nostre forze politiche. Le risorse saranno conferite nell’arco di 6 anni ed è molto probabile che dovranno essere spese anche da maggioranze diverse da quella attuale.

Il Governo italiano non ha ancora presentato il proprio piano alla Commissione, a dicembre però è uscita una prima bozza che può darci un’idea di come intende muoversi. 49 sono i miliardi che saranno impiegati per la digitalizzazione, di cui principalmente 10 per la pubblica amministrazione e 35 per sostenere l’innovazione digitale e l’internazionalizzazione delle imprese. A questi vanno aggiunti parte dei 9 miliardi stanziati per la sanità, visto che la bozza insiste sulla “necessità crescente di investimenti in sanità digitale”, e le principali voci su questo punto riguardano la telemedicina e la digitalizzazione dell’assistenza sanitaria.

Pregi e difetti del Pnrr digitale

Nella bozza le informazioni precise sui valori di spesa non scendono più nel dettaglio di quanto abbiamo appena descritto. Il piano per la Next Generation rimane molto generale e manca ad oggi di un disegno chiaro, organico e definitivo, specialmente per quanto riguarda gli investimenti di potenziamento infrastrutturale e per il settore privato. Gran parte delle spese puntano a finanziare progetti passati, mentre quelli nuovi sono frammentati, spiegati in poche righe e non rientrano all’interno di un progetto unitario. Una voce delle principali sette su come saranno spesi i 35 miliardi recita “Innovazione e tecnologia (microprocessori)” senza aggiungere altri dettagli.

Il progetto rischia anche di non considerare abbastanza i nostri partner europei, mentre potrebbe risultare vincente (specialmente per le nostre aziende) partecipare a progetti congiunti insieme agli altri Paesi. Un’eccezione in questo caso è il piano per dotare la Pubblica amministrazione di un un sistema cloud efficiente e sicuro “in sinergia con il progetto europeo GAIA-X” proposto da Francia e Germania, per definire standard comuni per il funzionamento dei servizi di stoccaggio di dati.

In generale, stando a quanto afferma la bozza, i piani di investimento per la Pa saranno accompagnati da una riorganizzazione dell’apparato pubblico e da un progetto per creare un sistema normativo adeguato e più moderno. Un disegno ambizioso e con una sua organicità, sebbene per rilanciare e digitalizzare il nostro Paese servirebbe un progetto altrettanto ampio e stimolante anche per quanto riguarda lo sviluppo di un mercato interno avanzato e competitivo.

*Crediti foto: Morning Brew, Unsplash.com
Nadir Mannahttps://orizzontipolitici.it
Nasco a Milano, mi sono trasferito a Bologna dopo il liceo per studiare economia all'Alma Mater. Fatto per il 70% di ironia e per il restante 30% di curiosità, ho 21 anni e sono già stempiato. Sono un liberista da divano anche se per la compagnia preferisco gli studenti di lettere e i fan di Berlinguer.

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