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Breve storia delle Elezioni europee

Tra il 6 e il 9 giugno si terranno, per la decima volta dal 1979, le elezioni per il Parlamento Europeo, che si rinnova ogni cinque anni. Nel corso di questi quattro giorni, più di 400 milioni di cittadini europei provenienti dai 27 Paesi membri si potranno recare alle urne per eleggere 720 eurodeputati, in quelle che vengono considerate le seconde elezioni democratiche più grandi al mondo. Dalle prime elezioni europee dirette a quelle che saranno le prime dopo la Brexit, ripercorriamo i passi più importanti che hanno dato forma all’Europarlamento per come lo conosciamo oggi.

Gli inizi

La nascita di una prima forma embrionale delle istituzioni europee attuali risale alla famosa “Dichiarazione Schuman” tenutasi il 9 maggio 1950 dall’allora Ministro degli esteri francese Schuman. Per la prima volta, in questo noto discorso si parlò di un progetto di integrazione europea, dapprima economica e in prospettiva anche politica, che passasse per “l’eliminazione della storica opposizione tra Francia e Germania” tramite la produzione comune di due materie prime, il carbone e l’acciaio, fino ad allora fondamentali per la produzione bellica. Una tale integrazione aveva lo scopo diretto di “rendere chiaro che qualunque guerra tra Francia e Germania diventasse non solo impensabile, ma materialmente impossibile”.

L’anno seguente venne siglato il Trattato di Parigi che istituì la CECA – Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio –, con la quale vennero fondate le prime istituzioni europee: l’Alta autorità (oggi Commissione europea) e l’Assemblea comune (l’attuale Parlamento europeo). Sette anni dopo, nel 1957 furono create anche l’EURATOM e la CEE, che nel 1967 si fusero con la CECA per dare vita a Commissione delle Comunità europee, Consiglio delle Comunità europee, Parlamento europeo e Corte di giustizia delle Comunità europee.

La prima elezione diretta

Fino ad allora, tuttavia, i membri erano solamente i sei fondatori: Italia, Francia, Germania e i tre paesi del Benelux – Belgio, Olanda e Lussemburgo. Anche l’architettura istituzionale e la divisione dei poteri erano piuttosto distanti da quelli attuali, con il Parlamento europeo che aveva una mera funzione consultiva, tanto da essere definito un multi-lingual talking-shop dal professor Farrell, preside della facoltà di scienze sociali dell’Università di Manchester. Inoltre, i 142 europarlamentari non erano scelti tramite una consultazione democratica, bensì erano nominati dai Parlamenti dei singoli stati nazionali.

Nel 1979 per la prima volta i cittadini dei Paesi membri dell’allora Comunità europea, che nel frattempo erano diventati nove, poterono partecipare a delle elezioni dirette a suffragio universale per il Parlamento europeo. Sebbene fossero presenti fin dal 1952, anche se in varie forme, iniziarono a consolidarsi i diversi partiti europei, ovvero coalizioni composte da partiti dei Paesi membri, che votano sulla base dell’adesione a un progetto politico comune, anziché all’appartenenza nazionale. Queste consultazioni, che furono anche le prime elezioni internazionali della storia, videro la vittoria del Gruppo Socialista che conquistò 113 seggi sui 410 totali, seguiti dal Partito Popolare Europeo con 107.

Come prima presidente dell’Europarlamento fu eletta la francese Simone Veil, sopravvissuta dell’Olocausto poi diventata magistrata e politico. Fu anche grazie a questo processo di grande partecipazione e legittimazione democratica, con un’affluenza record del 63%, che iniziò un graduale processo di estensione dei poteri del neoeletto Parlamento Europeo, il quale cominciò a redigere proposte di legge sul funzionamento dell’architettura istituzionale europea e ad avere un ruolo legislativo sempre più prominente.

Questa fase di trasformazione è culminata nel 1992 con la firma del Trattato di Maastricht (che fondò l’UE), con cui il Parlamento ottenne il diritto di approvare o respingere la Commissione entrante, oltreché con il Trattato di Amsterdam del 1997 che riconosce il diritto di pronunciarsi anche sul presidente della Commissione.

Le elezioni europee successive

Dal 1979 a oggi si sono tenute nove elezioni europee, una ogni cinque anni, coinvolgendo un bacino elettorale sempre più ampio a seguito di ogni allargamento che ha portato dai sei iniziali Paesi membri che eleggevano 142 eurodeputati, agli attuali 27 che porteranno a Bruxelles un totale di 720 europarlamentari, suddivisi tra ciascun Paese in base alla popolazione. Entrambe le tornate elettorali successive confermarono i Socialisti come primo partito, seguito dai Cristiani democratici. 

L’affluenza iniziò a scendere dal 63% del 1979 (dato che non è stato più raggiunto) al 61% nel 1984 e al 59% nel 1989, in un processo che porterà nel 2014 a registrare il minimo storico del 42%. Le elezioni del 1999 videro per la prima volta il sorpasso del gruppo Socialista (S&D) da parte della coalizione tra Partito Popolare Europeo (PPE) e Democratici Europei, oltre alla conferma dei Liberali (ALDE, oggi RE) come terza forza politica per la seconda tornata elettorale consecutiva. Fino alle più recenti elezioni del 2019, rimarranno questi i tre principali partiti europei.

Lo scenario politico iniziò a mutare in modo decisivo a partire dalle elezioni del 2004 e 2009, in particolare con l’emergere di partiti – e candidati indipendenti – euroscettici. Questa tendenza non fece altro che rafforzarsi nelle successive consultazioni del 2014, complice la crisi finanziaria del 2008 e la conseguente crisi del debito sovrano che investì il vecchio continente, anche se in modo disuguale. Infatti, sebbene tutti gli stati europei siano stati colpiti dalla recessione economica, a soffrirne maggiormente furono i paesi mediterranei, tendenzialmente più indebitati. Come conseguenza, per poter garantire la sostenibilità del debito pubblico, questi stati membri si trovarono a dover fare i conti con dure misure di austerity – una serie di misure restrittive sui bilanci dei Paesi membri volte a ridurre e tenere sotto controllo la crescita verticale dei debiti sovrani – che ebbero un impatto determinante sull’opinione pubblica circa la leadership europea.

In Grecia il consenso passò dal 32% del 2010 al 19% nel 2013, mentre in Spagna fu più che dimezzato tra il 59% del 2008 and 27% del 2013. Inoltre, accanto al movimento euroscettico, in questo stesso periodo iniziarono a farsi strada nei Paesi membri i partiti di stampo populista che da questo momento in avanti hanno giocato un ruolo decisivo non solo per gli equilibri politici nazionali, ma anche per quelli europei. L’esempio più eclatante, il culmine di questo processo, è emerso il 23 giugno 2016, quando il 51.9% dei votanti nel Regno Unito hanno votato a favore nel referendum sulla Brexit, in quella che è stata la prima (e ad oggi unica) contrazione europea

Il passato più recente delle elezioni europee

Tra il 23 e il 26 maggio 2019 si sono tenute le più recenti elezioni per il Parlamento europeo, in cui sono stati eletti 751 europarlamentari, chiamati a rappresentare più di 512 milioni di cittadini europei in 28 Stati membri. Infatti, nonostante l’esito del sopracitato referendum sulla Brexit, per via dei negoziati in corso d’opera, il Regno Unito rimaneva formalmente membro dell’Unione Europea. A seguito della formalizzazione dell’accordo per l’uscita dall’Unione europea, 27 dei 73 seggi originalmente assegnati al Regno Unito sono stati ridistribuiti tra gli altri Paesi membri. 

Le elezioni del 2019 hanno visto una affluenza al 50,6%, dato in risalita rispetto al minimo storico del 42,6% del 2014, primo (e fino ad ora unico) anno in cui il trend di riduzione nella partecipazione si è invertito. Questo aumento dell’affluenza è stato incoraggiato anche dal sistema del cosiddetto Spitzenkandidatintrodotto per la prima volta nelle elezioni del 2014 e poi confermato, proprio allo scopo di incentivare la partecipazione elettorale. Questo processo infatti, che può essere tradotto dal tedesco come “candidato leader”, viene stabilito con l’intenzione di aumentare la trasparenza nella selezione del Presidente della Commissione europea: ciascun partito europeo nomina il proprio candidato per il ruolo di Presidente, e il partito che otterrà il maggior numero di seggi alle elezioni potrà per primo cercare di formare una maggioranza per supportare il proprio candidato. Questa maggiore chiarezza per gli elettori sembra essere confermata da un sondaggio condotto dall’Eurobarometro nel maggio 2018, secondo cui il 49% degli intervistati ha dichiarato che lo Spitzenkandidat process li aiuterà a recarsi alle urne nelle successive tornate elettorali.

Ancora una volta i risultati hanno confermato il PPE e l’S&D come rispettivamente i primi due partiti, anche se con un numero di seggi in costante calo, e Renew Europe (ex ALDE) come terza forza, oltre alla crescente importanza di Verdi e Identità e Democrazia. A seguito di complicati processi di negoziazione tra le forze politiche in campo, il ruolo di Presidente della Commissione non è stato assegnato a nessuno dei candidati originariamente designati: il 16 luglio, con l’approvazione di tutti i governi (eccezion fatta per l’astensione della Germania), è stata invece nominata l’attuale Presidente Ursula Von der Leyen.

Qual è la situazione attuale?

Negli ultimi cinque anni della storia del nostro continente, sono state numerose le sfide da affrontare che hanno segnato in modo decisivo il dibattito pubblico e gli schieramenti politici: l’emergenza pandemica del COVID-19 e la conseguente crisi economica che ha duramente colpito tutti i Paesi Europei; lo scoppio della guerra in Ucraina e la minaccia di un allargamento del conflitto sul fronte dell’Europa Orientale; la questione sempre più pressante del cambiamento climatico; l’intensificarsi dei fenomeni migratori; l’ascesa di partiti populisti al governo già in sei dei Paesi membri.

Questi fenomeni hanno creato notevoli spaccature e divisioni sul piano politico, in primis a livello europeo, data la portata sovranazionale di molte di questi temi. Di fronte ad un’Europa pronta a dare risposte a queste sfide epocali per il futuro, non sono mancati avvenimenti che hanno gettato delle ombre su queste decime consultazioni: il Qatargate, scoppiato nel 2022 e che ha portato all’arresto di diversi europarlamentari con l’accusa di corruzione e riciclaggio di denaro; le accuse dirette all’Ungheria guidata da Orbán di allontanarsi da un sistema democratico (in violazione delle regole europee stabilite dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea); lo scandalo sulle influenze russe, nell’ambito del quale alcuni politici ed europarlamentari sono stati accusati di aver ricevuto denaro dalla Russia per influenzare le elezioni europee e nazionali con propaganda euroscettica ed anti-Ucraina. 

In attesa di comprendere se la classe politica europea riuscirà a garantire la tenuta della fiducia degli elettori, e la capacità dell’Unione di fronteggiare le grandi sfide che si profilano all’orizzonte, quello che è certo è che ci apprestiamo a partecipare e ad assistere ad una delle più contese sfide elettorali della storia recente.

*Immagine di copertina [Foto di Mohamed Hassan da Pixabay]
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