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Eni e Gazprom: mezzo secolo d’affari a rischio?

Il ricatto energetico della Russia all’Europa ha un peso politico, sociale ed economico, che si riflette persino in storici accordi tra grandi aziende come l’italiana Eni e la russa Gazprom, che perdurano dagli anni ‘50 e sono entrate in crisi nell’ultimo decennio. D’altronde, la sicurezza energetica ha un prezzo – lo ha detto il Segretario Generale dell’OPEC Haitham Al Ghais, e lo scenario geopolitico odierno pesa sui bilanci statali – e non solo. Vediamo allora come un conflitto tra stati si riflette in un conflitto tra multinazionali, doverosamente schierate sullo scacchiere internazionale.

Le aziende si sono schierate

Lo scorso 15 giugno, la società statale russa Gazprom ha dimezzato le forniture di gas all’Italia, annunciando appena il giorno prima una limitazione del 40% delle forniture di gas alla Germania attraverso il gasdotto Nord Stream 1, motivando la decisione con l’impossibilità di ricevere in tempo un macchinario da Siemens Energy, bloccato dalle sanzioni canadesi contro la Russia. Si è trattato piuttosto di un preciso colpo politico ai due principali acquirenti europei di gas naturale russo, volendo ammonire l’Ue sulle conseguenze di un sostegno militare all’Ucraina.

In marzo, con l’intensificarsi del conflitto Eni aveva annunciato la decisione di sospendere l’acquisto di petrolio dalla Russia, allineandosi alla decisione degli importatori statunitensi ed europei. La compagnia italiana ha comunicato all’agenzia Reuters che “segue da vicino” gli sviluppi dell’invasione dell’Ucraina per quanto riguarda le forniture di gas, e ha sottolineato che avrebbe rispettato ogni decisione presa dalle istituzioni europee e italiane, relative quindi allo stop sull’import di combustibili russi. 

Obiettivo strategico dell’Eni è ora ampliare le forniture di gas naturale da altri partner storici, in particolare l’Algeria, impegnata nel raddoppiamento delle forniture entro il 2024, ma anche Angola, Cipro, Congo, Egitto, Indonesia, Libia, Mozambico, Nigeria, Qatar e Repubblica del Congo

Mezzo secolo d’affari, ora in fumo?

L’Eni è ad oggi la più grande società per azioni italiana che si occupa della fornitura di servizi energetici nel Paese. Nasce infatti come Ente nazionale idrocarburi nel 1953 su iniziativa del brillante imprenditore Enrico Mattei, e ad oggi risulta attiva in 69 paesi nel mondo. Sebbene negli anni ‘90 lo Stato italiano abbia ceduto gran parte delle sue quote azionarie, ne conserva ancora per un valore di circa il 30%.  

In verità, Eni è stato uno dei primi gruppi industriali europei a stabilire rapporti economici con l’allora URSS, infatti Enrico Mattei firmò il primo accordo europeo d’importazione del petrolio russo, mentre nel 1969 viene firmato il primo accordo di acquisto di gas dalla compagnia statale russa Gazprom, che nasce come la conosciamo ora nel 1989 sotto il governo di Michail Gorbačëv e ad oggi è controllata dal governo russo, essendo la Federazione russa il socio azionario di maggioranza, con il 38 % delle quote. 

Nel nuovo secolo, la collaborazione tra le due multinazionali viene suggellata nel 2006, quando i rappresentanti di Eni firmano a Mosca un accordo che prevedeva un aumento progressivo della fornitura di gas per tutta la durata dei contratti di fornitura, fissati in quel momento al 2035. Nello specifico, l’accordo prevedeva che Gazproom potesse vendere direttamente 3 miliardi di metri cubi all’anno ai consumatori italiani dal 2007, mentre si legge in nel bilancio Eni del 2006 che la compagnia italiana auspicava un approvvigionamento di oltre 60 miliardi di metri cubi l’anno a partire dal 2010. L’opinione degli esperti del tempo si divise: c’era chi plaudiva la notizia, vedendo in essa la soluzione alla riduzione della produzione interna, e chi accusava i vertici Eni di aver consegnato alla Russia una porzione troppo grossa del fabbisogno energetico italiano. In effetti, a distanza di oltre dieci anni dall’accordo, il tempo ha dato ragione a questi ultimi. Nel giugno 2007 le due compagnie hanno poi firmato un memorandum d’intesa per la realizzazione del South Stream, un sistema di gasdotti volto a collegare la Russia all’Unione Europea attraverso il Mar Nero. Da qui si evince come lo scambio tra i due colossi non sia puramente di compravendita delle risorse naturali bensì preveda anche una visione condivisa sull’innovazione tecnologica e la ricerca scientifica. Nel 2012, Eni risultava il primo cliente di Gazprom per volumi d’import. 

Eppure, questa collaborazione sembra sfumare per il momento. Innanzitutto, il progetto South Stream è stato abbandonato nel 2014 a seguito di forti pressioni USA e dell’annessione della Crimea da parte della Russia e le conseguenti sanzioni imposte dalla comunità internazionale. In aggiunta, siamo ormai consci che l’Italia consuma 76 miliardi di metri cubi all’anno, stando ai dati MiSE del 2021, e nel tempo circa il 40% di questi, ossia 29 miliardi di metri cubi, è stato importato dalla Russia. Dopo i tagli estivi, lo scorso 1° ottobre Gazprom ha comunicato di non poter confermare la consegna dei volumi di gas richiesti per via della dichiarata impossibilità di trasportare il gas attraverso l’Austria, ufficialmente a causa del rifiuto dell’operatore austriaco di confermare le nomine per l’assetto societario in seguito a modifiche normative. A questo punto, la fornitura di gas russo era scesa al punto da coprire poco meno del 10% del consumo annuo italiano. 

Scambiare rubli per il prezioso gas

Bisogna precisare che com’è lecito e opportuno nelle relazioni tra grandi aziende, Eni e Gazprom rinegoziano periodicamente i propri contratti di lungo termine, tenendo conto di numerosi fattori tra cui lo scostamento fra i prezzi spot (ossia il prezzo attuale che un acquirente deve corrispondere al venditore per acquistare un bene la cui consegna è immediata) e quelli di lungo periodo legati al metano e al petrolio.

La rinegoziazione dei termini dell’accordo è avvenuta ad esempio nel 2012, quando le due aziende hanno siglato un accordo per la riduzione dei prezzi del gas per tutto il 2013. Giunti al 2018, l’Italia diventa il secondo più grande mercato di metano al mondo per Gazprom, dopo la Turchia: la Russia copriva il 40% del fabbisogno nazionale, che per il restante faceva leva su l’Algeria per il 25% e la Libia al 6%.

Con lo scoppio del conflitto ucraino, Eni aveva provato a tenere saldi gli accordi commerciali con Gazprom. Perciò, l’azienda italiana aveva acconsentito alla richiesta del Cremlino di aprire dei conti bancari in rubli per continuare a comprare gas da Gazprom senza violare le sanzioni europee e statunitensi imposte dopo l’invasione dell’Ucraina. Infatti, con decreto varato il 31 marzo, il presidente russo Vladimir Putin aveva imposto ai Paesi considerati ostili l’obbligo di effettuare il pagamento del gas in rubli. Eni ha aperto due conti correnti presso la Gazprom bank: uno in euro e uno in rubli, specificando che si trattasse di una misura temporanea dettata dai risvolti della situazione geopolitica, e che non avrebbe implicato modifiche unilaterali agli accordi tra le due aziende ancora in vigore. La decisione era doverosa, giacché Eni si trovava alle porte delle scadenze sui pagamenti del gas dovuti a Gazprom, previste dai contratti in atto. Ciononostante, giuristi e analisti europei si sono divisi, affermando che sì, in effetti tale pratica violava le sanzioni europee alla Russia, ma al contempo le aziende provider di energia avevano le spalle al muro in quanto non avrebbero altrimenti potuto adempire i propri obblighi verso Mosca. Uno spinoso gioco di potere e politica, un vero e proprio dilemma del prigioniero in cui qualunque decisione presa da un’azienda europea importatrice da Gazprom avrebbe comunque arrecato degli svantaggi a se stessa. 

Politica ed economia si misurano

Nonostante la diplomazia dimostrata da Eni per normalizzare il più possibile le relazioni commerciali con Gazprom al di là dello scontro politico – e militare – in atto, la multinazionale russa ha mostrato di seguire alla lettera i piani d’attacco del Cremlino. Oltre mezzo secolo di scambi economici e tecnologici tra i due partner sembra giunto, se non al suo termine, quanto meno a una pausa la cui durata è strettamente legata all’avanzamento e le sorti del conflitto in Ucraina

Entrambe le aziende si stanno focalizzando verso nuovi partner commerciali: Gazprom accresce gli scambi con la Cina, ed Eni con l’Algeria. Dunque, se negli anni ‘50 e ‘60 l’economia aveva unito due paesi divisi dallo scetticismo politico, ora possiamo affermare che questa rinnovata sfiducia politica tra Russia ed Europa, Italia compresa, abbia ricreato le divisioni del tempo ma sotto una nuova chiave, sovrastando i vantaggi dei rapporti economici. Quanto è fragile un’Europa divisa dalla politica lo stanno scontando i suoi cittadini, proprio sotto i colpi di un mercato governato dall’instabilità delle relazioni tra stati.

*crediti copertina: Alessia Pierdomenico/Bloomberg

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