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Mondiali 2026: perché non si può separare calcio e politica

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Già prima del fischio d’inizio, i mondiali di calcio maschile hanno fatto discutere per circostanze legate più alla politica che al pallone. Eppure, non è raro sentir dire che lo sport e la politica sono due mondi che devono restare separati.

Ma è veramente possibile separare il calcio dalla politica? E cosa può dirci, a tal proposito, la storia di questo sport?

Mondiali 2026: come il calcio diventa politica

Poche settimane fa si è aperta la ventitreesima edizione dei mondiali di calcio maschile. Una competizione da record, che per la prima volta nella sua storia, si svolgerà in tre Paesi: Canada, Messico e Stati Uniti. Inoltre, si tratta del mondiale “più grande” di sempre, con ben 48 squadre partecipanti.

Nonostante la premessa di un torneo più aperto e inclusivo, l’organizzazione ha attirato numerose polemiche. A cominciare dal fatto che uno dei Paesi ospitanti, gli USA, è in guerra con uno dei Paesi partecipanti, l’Iran. È una situazione inedita, destinata a far discutere anche oltre le difficili trattative di pace che i rispettivi governi stanno portando avanti in queste ore.

Il governo statunitense non ha concesso alla nazionale iraniana di risiedere sul proprio territorio, nonostante le partite in programma. Ai calciatori della squadra sarà permesso alloggiare negli USA soltanto il giorno del match. Una limitazione che la federazione iraniana ha giudicato “discriminatoria”, sporgendo un reclamo formale nei confronti della FIFA.

La FIFA è l’organo di governo del calcio internazionale, al cui vertice vi è Gianni Infantino. Il dirigente svizzero è stato spesso criticato per i suoi atti di subalternità rispetto a Donald Trump, con cui ha un ottimo rapporto. Le limitazioni imposte da Trump hanno colpito anche altre squadre, come la Costa d’Avorio e l’Iraq. Anche gruppi di tifosi hanno denunciato di essere stati respinti alle frontiere, con il pretesto di possedere visti irregolari.

Il motivo è da ricondurre al travel ban imposto dall’amministrazione Trump nei confronti di una serie di Paesi. Si tratta di restrizioni che limitano l’accesso negli USA o l’erogazione di visti, spesso giustificate col pretesto della sicurezza nazionale. In realtà, il ban ha portato a casi piuttosto surreali di respingimento, come quello dell’arbitro somalo Omar Artan.

Nel 2025 Artan è stato nominato come miglior arbitro africano dell’anno ed era stato designato per una serie di partite dei mondiali. Nonostante ciò, al suo arrivo negli USA è stato respinto dagli agenti con il pretesto di condividere lo stesso nome di un membro dell’organizzazione terroristica Al-Shabaab. Interpellato sulla questione, Infantino ha sostenuto che “non può controllare tutto”, ribadendo una sostanziale posizione di neutralità dello sport dalla politica.

Perché si dice che il calcio deve rimanere separato dalla politica?

Posizioni come quella di Infantino non sono nuove. Negli ultimi anni non è raro sentir invocare, tanto dai dirigenti sportivi, quanto dal pubblico, la necessità di separare la sfera politica dal mondo dello sport.

Nel calcio, questa posizione ha un’origine ben precisa. Il primo a sostenerla è stato Stanley Rous, Presidente della FIFA dal 1961 al 1974. In quegli anni, uno dei temi più caldi era l’apartheid in vigore nel regime bianco sudafricano. Anche nel calcio, la federazione era divisa in due: la FASA, guidata dai bianchi e la SAFS, rappresentativa della popolazione nera. La FASA era chiaramente l’unica federazione rilevante a livello internazionale.

L’ONU avrebbe riconosciuto la segregazione razziale soltanto nel 1962, con la risoluzione 1761. A catena, anche il mondo dello sport si attivò: il CIO, ovvero il Comitato Olimpico Internazionale, sospese la federazione sudafricana nel 1964. L’espulsione sarebbe arrivata più tardi, nel 1970.

Ma la FIFA aveva già sospeso la FASA nel 1961, salvo poi reintegrarla nel 1963, sotto pressione di Rous. Quest’ultimo non voleva saperne di espellere la FASA, rivendicando la neutralità dello sport rispetto alla politica. Inoltre, sosteneva che non c’erano prove di una “esplicita discriminazione” della FASA nei confronti della popolazione nera.

Per dimostrarlo, Rous istituì una commissione ad hoc, che certificò le sue posizioni. Il resoconto della commissione, tuttavia, non fu giudicato valido: lo stesso Rous era stato posto a capo dei lavori, minandone la credibilità. Una specie di autocertificazione di innocenza, che il Congresso della FIFA respinse: quest’ultimo sospese la FASA nel 1964, andando contro il suo Presidente.

L’ostruzionismo di Stanley Rous nei confronti delle sanzioni al Sudafrica segregazionista gli costò il posto: nel 1974, fu succeduto da João Havelange alla guida della FIFA. Nel corso della sua vita, Rous non condannò né riconobbe mai l’esistenza del regime di apartheid in Sudafrica.

Perché il calcio non può essere separato dalla politica

L’origine storicamente controversa della posizione neutralista non è l’unica motivazione che ne mette in dubbio la validità. Sostenere che lo sport e la politica siano due mondi che devono restare separati significa ignorare la natura sociale dello sport stesso.

Lo sport è infatti un fenomeno che impatta costantemente sulla visione individuale della realtà. Inoltre, lo sport – e quindi anche il calcio – è un fondamentale strumento di integrazione, coesione ed emancipazione sociale.

Lo dimostra l’origine delle Olimpiadi, l’evento sportivo più antico e seguito al mondo. Gli antichi Giochi Olimpici nascono nell’Antica Grecia (776 a.C.), come celebrazione religiosa. Erano quindi un evento sociale, oltre che un momento di tregua: le città greche sospendevano i conflitti durante il periodo delle Olimpiadi. Secondo alcuni storici, i primi utilizzi dello sport in chiave propagandistica risalgono proprio alle Olimpiadi greche.

Anche il calcio è stato ed è tuttora un importante strumento di soft power. Con il concetto di “soft power” si fa riferimento alla capacità di un Paese, o di un’istituzione politica, di influenzare il comportamento altrui mediante l’uso della propria cultura o la trasmissione di determinati valori. Il politologo Joseph Nye coniò il termine negli anni ’80, ma il concetto è ben più antico.

Come mezzo di soft power, il calcio è uno strumento di consenso, ottenuto in maniera non coercitiva, cioè non imposta. In Italia, il primo a sfruttare il calcio in questo modo fu il regime fascista di Benito Mussolini. Mussolini sfruttò lo sport per costruire un’immagine di un’Italia superiore a livello razziale, ad esempio, imponendo di fare il saluto romano prima delle partite.

Inoltre, non bisognerebbe dimenticare che il calcio è anche un’importante opportunità economica per i governi di tutto il mondo. Ne sa qualcosa l’Italia, che a causa della mancata partecipazione ai mondiali, perderà almeno 570 milioni di euro di guadagni. Per alcuni, la stima sarebbe ancora più alta, arrivando a toccare persino il miliardo e mezzo di euro.

Sport e politica: dalla Democracia Corinthiana alla Costa d’Avorio

Il fulcro, dunque, non è se lo sport debba essere separato dalla politica, ma verso quali obiettivi e scopi lo si dovrebbe indirizzare. Alcune storie note aiutano a capire il potenziale democratico e inclusivo del calcio e dello sport.

In Brasile, negli anni ’80, la dittatura militare aveva imposto una dura repressione contro le libertà civili e politiche dei cittadini. Uno spazio di espressione si aprì nel calcio, in particolare nel Corinthians, squadra di São Paulo. Guidata dalla sua stella Sócrates, il Corinthians avviò una forma di autogestione democratica del club, noto come Democracia Corinthiana.

L’obiettivo era favorire un processo dal basso di democratizzazione di tutto il Brasile, invitando la popolazionea denunciare le violenze del regime e protestare a sostegno della democrazia. La squadra divenne un simbolo di resistenza e il suo impatto sulla caduta della dittatura è stato significativo.

Lo sport può essere anche uno strumento di riconciliazione. Lo intuì Nelson Mandela, che nel 1995 sfruttò i mondiali di rugby ospitati dal Sudafrica come occasione per unire il Paese. Il rugby era sempre stato considerato lo sport dell’élite bianca, ma la vittoria del torneo fu festeggiata da tutta la popolazione. Mandela la celebrò come simbolo di riappacificazione sociale.

In alcuni momenti, il calcio è riuscito anche ad ispirare difficili processi di pace. Nel 2005, la Costa d’Avorio era attraversata da una violenta guerra civile. Nell’ottobre dello stesso anno, tuttavia, la nazionale maschile di calcio riuscì a qualificarsi ai mondiali, per la prima volta nella sua storia.

Didier Drogba, all’epoca capitano e miglior calciatore della squadra, approfittò del momento per rivolgersi alle telecamere e lanciare un messaggio di pace. Straordinariamente, l’appello della squadra fu accolto: i gruppi coinvolti nella guerra firmarono una tregua temporanea, che ispirò il definitivo trattato di pace del 2007.

Cos’è lo “sportwashing” e perché se ne parla?

Tornando all’attualità, i mondiali del 2026 sono stati definiti un esempio di sportwashing. Il termine è di recente invenzione e indica l’insieme di pratiche con cui i governi autoritari sfruttano lo sport per “pulire” la propria immagine.

Rebecca Vincent, attivista britannico-statunitense, lo usò per la prima volta nel 2015, in relazione ai primi Giochi Europei. Questi si svolsero in Azerbaijan: il Presidente Ilham Aliyev puntò molto sull’evento per rilanciare l’immagine internazionale del Paese. Aliyev è infatti noto per aver limitato le libertà civili e politiche nel suo Paese ed è accusato di gravi crimini.

È indubbio che la grande diffusione del termine ha contribuito, negli ultimi anni, a riaprire la discussione sul tema. Ma alcuni studiosi sostengono che è inadatto, soprattutto per la sua connotazione eurocentrica. Il termine è usato quasi sempre in relazione all’utilizzo dello sport da parte di governi autoritari. Come abbiamo visto, però, l’uso politico dello sport accomuna sia i governi democratici che quelli autocratici.

Un doppiopesismo che si riflette nella polemica riguardo il costo dei biglietti delle partite dei mondiali. Tant’è che l’incremento notevole dei prezzi ha spinto il sindaco di New York, Zohran Mamdani, a negoziare con la FIFA per ridurne il prezzo e renderli più accessibili. Negli stessi giorni in cui Mamdani annunciava di vendere mille biglietti a prezzo agevolato, il sindaco elogiava pubblicamente la storia della Democracia Corinthiana.

La FIFA è stata accusata anche di greenwashing, cioè di promuovere una comunicazione attenta alla sostenibilità ambientale che non corrisponde alle sue effettive azioni. I mondiali di quest’anno sono i più inquinanti di sempre, come testimoniano alcuni studi. Ciò lo si deve anche alla scelta di ospitarli in tre Paesi diversi, molto estesi geograficamente e scarsamente collegati tra loro.

In conclusione, lo sport è un fatto umano, quindi è un fatto sociale e politico. L’uso politico dello sport è una costante della sua storia e continuerà ad esserlo. Normalizzare questo legame e ricordare che lo sport è politico ha un duplice scopo: denunciarne gli utilizzi in chiave propagandistica e autoritaria, ma anche rivendicarlo come strumento di unione, libertà e giustizia sociale.

*Immagine di copertina: [foto di planet_fox via Pixabay]
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