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Polarizzato e disinteressato: come si presenta l’elettorato americano

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Si parla oggi di effetto Trump, per indicare l’estremizzazione della politica americana e di riflesso la polarizzazione del suo elettorato. Un fenomeno che si cristallizza con Trump, ma che in realtà risale a ben prima. Un processo che segue le trasformazioni della società americana negli anni. Una polarizzazione netta, con i repubblicani sempre più conservatori, e i democratici gradualmente più progressisti. 

Un bipartitismo atipico

Oggi associamo il partito democratico ed il partito repubblicano, rispettivamente, al centrosinistra ed al centrodestra dell’arco costituzionale americano. Eppure, Il partito repubblicano delle origini, quello di Abraham Lincoln, era, nella seconda metà del XIX secolo il partito progressista e anti-schiavitù, quello che rappresentava gli interessi della classe industriale del nord. Il partito democratico delle origini era invece il Partito dei grandi proprietari del sud, dei bianchi. Lo scontro fra i due partiti era quindi uno scontro geografico ed identitario. Una contrapposizione sociale ed ideologica che oggi è stata completamente ribaltata.

L’alternanza tra partito democratico e partito repubblicano negli Stati Uniti non è mai stata interrotta. Pur nelle loro trasformazioni ideologiche, i due storici partiti statunitensi sono stati sempre in grado di inglobare al loro interno la complessità dei mutamenti della società americana. Da partito secessionista, sudista, schiavista e contro l’intervento statale, il partito democratico oggi è agli antipodi di quello che fu all’origine. Lo stesso vale per il partito repubblicano, che oggi si erge ad alfiere del lassismo economico (anche se una parte del Gop sta andando nella direzione opposta) e del conservatorismo sociale e fiscale, quando in passato sosteneva posizioni favorevoli all’intervento pubblico ed era il primo interlocutore degli afroamericani. 

Etnia, religione e ceto sociale

Il tema della identity politics è una questione piuttosto calda negli Usa. È Nella Gilded Age, un periodo che va dal 1870 al 1900, che gli Stati Uniti inaugurano le prime grandi trasformazioni politiche. L’arrivo massiccio di immigrati, soprattutto irlandesi, contribuì a rendere più eterogenea la composizione della società americana. I repubblicani di allora diventarono i rappresentanti principalmente dei protestanti, dei grandi industriali del nord, e degli afroamericani. I democratici diventarono invece il partito dei cattolici, guidati soprattutto da leader di origine irlandese, dei contadini e dei piccoli proprietari terrieri del sud. I democratici di allora difendevano “i piccoli” dalle angherie dei grandi colossi industriali del nord.

Se oggi elaborassimo una mappa “etnico-religiosa” delle preferenze politiche statunitensi, ci accorgeremmo che il fattore etnico gioca ancora un ruolo molto importante nelle scelte politiche. Uno studio del National Bureau of Economic Research (Nber) afferma che le minoranze votano ormai in massa il partito democratico, mentre Il partito repubblicano è radicato nelle aree rurali: un elettorato prevalentemente bianco, anziano e meno istruito, mentre il partito democratico viene identificato come partito delle metropoli, dei giovani e delle donne. 

Mai così spaccati (e disinteressati)

Al di là delle divisioni elettorali, c’è poi la grande fetta di americani che si considerano “indipendenti”. Come riporta Morris Fiorina: “La percentuale di americani che ammette di avere un’identificazione di partito è ai minimi storici. Quando gli American National Election Studies iniziarono, negli anni ‘50, tre quarti degli intervistati si dichiararono democratici o repubblicani. Nello studio del 2016, solo il 60% circa lo ha fatto. Analogamente, sondaggi commerciali riportano che il 40% o più degli americani oggi afferma di essere un ’indipendente’ dal punto di vista politico”.

Sono quindi decisivi gli elettori indipendenti, che votano senza marcate connotazioni politiche. Un sistema che in realtà è proprio figlio della polarizzazione politica degli ultimi anni: lo spostamento ideologico netto dei due schieramenti politici ha determinato una sempre maggior inconciliabilità tra repubblicani e democratici. Questa intensificazione del conflitto ha spesso inficiato il funzionamento delle istituzioni, provocando una generale perdita di fiducia degli americani nei confronti del Governo e della democrazia.

Come sostiene Fiorina, più che di una polarizzazione dell’elettorato – che è comunque presente – si dovrebbe parlare di una polarizzazione delle élite. Dagli anni ’70 i partiti americani hanno iniziato a selezionare la classe dirigente sempre più su base ideologica, premiando figure politicamente più vicine al sentimento comune del momento. Questo ha portato allo spostamento di dirigenti tendenzialmente moderati verso destra o sinistra. Dal Tea Party del 2008, la formazione ultraconservatrice nata per difendere il libero mercato, si è arrivati a Trump. Da  Occupy Wall Street nel 2011, movimento contro gli abusi del capitalismo finanziario e contro le disuguaglianze economiche,  si è arrivati a Bernie Sanders e Alexandra Ocasio-Cortez, che potrebbero aver spinto Biden più a sinistra

I whites e i voti delle campagne

È comunque vero che gli elettori sono più polarizzati. Come dimostra uno studio del Pew Research Center, nel 1994 il 23 per cento dei repubblicani aveva idee più liberal della mediana dei democratici, mentre il 17 per cento dei democratici era più conservatore della mediana repubblicana. Oggi i valori sono rispettivamente del 4 e del 5 per cento. Sempre secondo il Pew Research Center, è aumentato anche il conflitto sociale tra l’elettorato repubblicano e quello democratico. Larga parte degli elettori considera i sostenitori del partito avversario di più strette vedute, meno patriottici, immorali, pigri e meno intelligenti. Ma c’è anche un altro fenomeno di cui andrebbe tenuto conto: l’elettorato repubblicano sta scomparendo

La base elettorale del Gop si sta infatti restringendo da decenni, e la dimostrazione la si può rintracciare nel fatto che il partito repubblicano negli ultimi 30 anni alle elezioni presidenziali ha vinto il voto popolare solo nelle elezioni del 2004 con G.W.Bush. Anche per questo motivo Trump cerca indirettamente il voto dei suprematisti bianchi, condannandoli a fasi alterne, a volte evitando di rispondere, come ha fatto nel primo dibattito televisivo contro Joe Biden a proposito dei Proud Boys.

Una base elettorale che si sente minacciata dalla crescita demografica dei latinos e degli afroamericani, e che cerca di mantenere la propria maggioranza. Anche per questo i repubblicani stanno cercando da mesi di convincere l’opinione pubblica a votare di persona, consapevoli che gran parte dei loro elettori preferisce la cabina elettorale, al contrario dei Democratici. Dall’altra parte, è significativo anche che Sanders abbia avviato una campagna nella Rural America per strappare i voti dei delusi ai repubblicani nelle campagne. 

Una polarizzazione in aumento

Le direttrici della polarizzazione sono quelle raccontate da tempo – i dem forti tra le minoranze, con i più istruiti, tra i giovani e nei centri urbani, e i repubblicani ancora superiori nelle campagne, in buona parte del Midwest, e tra i bianchi più anziani e meno istruiti. In un precedente articolo si era parlato della polarizzazione tra democratici e repubblicani riguardo al Black Lives Matter, con i primi molto più favorevoli al movimento e convinti che il razzismo sia ancora un fenomeno strutturale, citando un sondaggio di Nbc News e Wall Street Journal.

In più, a testimonianza di quell’effetto Trump menzionato in precedenza, va considerato che, come riporta il Pew Research Center, oggi gli elettori dem che hanno votato la Clinton alle elezioni 2016 sono ancora più decisi su certe posizioni. Il 76% degli elettori di Biden sostiene che sia difficile vivere in America per un afroamericano, contro il 57% di elettori della Clinton, e sempre il 79% dei sostenitori di Biden pensa che ci siano significativi ostacoli per una donna al pieno raggiungimento della parità di genere, contro il 72% che votò l’ex Segretario di Stato.

Oggi addirittura gli elettori di entrambi gli schieramenti tendono a gradire poco che un proprio parente si frequenti con una persona dello schieramento opposto, ed entrambi gli elettorati cercano sempre di trasferirsi in zone densamente abitate da persone della stessa parte politica. Questo, unito al fenomeno del gerrymandering, rende piuttosto cruciale il fattore geografico nell’analisi delle elezioni. D’altra parte, se i repubblicani soffrono la perdita in consistenza del proprio elettorato, anche i democratici non possono più fare affidamento sul proprio Blue Wall, il bacino dell’elettorato dei voti sicuri, come ha sostenuto Nate Silver, il fondatore del sito di sondaggi FiveThirtyEight. 

 

L’America è ormai un Paese imprevedibile, ideologicamente e culturalmente, in grande trasformazione. Con un elettorato sempre più polarizzato ed indeciso, che ci consegnerà la cifra politica delle prossime elezioni presidenziali, e probabilmente della politica americana ed internazionale dei prossimi decenni. 

Questo articolo è parte di una raccolta sulle elezioni presidenziali americane 2020. Articolo precedente: “Presidenziali americane tra economia e Covid-19“.

Massimiliano Garavallihttps://orizzontipolitici.it
Classe ’97, ma con le occhiaie da quarantenne. Fondatore del blog culturale Sistema Critico, scrivo di politica e filosofia, e nel mezzo qualche poesia. Mi sono laureato con double degree in Economia e Management ad Urbino ed in European Economic Studies a Bamberg, Germania. Mi piace pensare che ogni nostro piccolo pensiero sia una spinta per qualcuno a cambiare.

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