Sicurezza Internazionale

L’Europa nel Golfo alla prova della guerra: intervista a Luigi Di Maio

Magistratura in Europa

Dal primo storico summit UE-GCC (Gulf Cooperation Council) del 2024 alla chiusura dello Stretto di Hormuz, Luigi Di Maio – EU Special Representative per la Regione del Golfo – racconta come un partenariato nato per la prosperità si stia riconfigurando intorno alla sicurezza.

La strategia dell’UE per il Golfo

Quando l’Unione europea ha disegnato la propria strategia per il Golfo, nel maggio del 2022, l’invasione russa dell’Ucraina era cominciata da appena tre mesi e la situazione in Medio Oriente, seppur critica da anni, non era scalata fino al punto in cui ci troviamo oggi. L’idea era di costruire un partenariato di prosperità con i sei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman, Bahrain – uscendo da decenni di relazioni poco sostanziali.

Quattro anni dopo, la strategia dell’UE per il Golfo continua a esistere, ma sono gli eventi e le dichiarazioni su base giornaliera a definirne il ritmo. A partire dal 28 febbraio 2026, Israele e Stati Uniti conducono operazioni militari contro l’Iran. Nei primi giorni di marzo Teheran ha dichiarato chiuso lo Stretto di Hormuz e il 13 aprile gli Stati Uniti hanno avviato un blocco navale dei porti iraniani. Il Golfo è il fronte sud di un disordine globale che colpisce direttamente anche l’Europa.

A spiegare come l’UE si sta muovendo in questo scenario è Luigi Di Maio, primo Rappresentante Speciale dell’Unione Europea (EUSR) per la Regione del Golfo. In carica dal 1° giugno 2023 e con mandato rinnovato dal Consiglio UE nel febbraio del 2025 per ulteriori due anni. L’intervista, rilasciata a Orizzonti Politici, restituisce il punto di vista di Bruxelles nel pieno della crisi.

L’EUSR per il Golfo in breve

Nominato il 15 maggio 2023 dal Consiglio UE su proposta dell’allora Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell, Luigi Di Maio è il primo rappresentante speciale dedicato alla regione. Il suo mandato attua la Joint Communication on a Strategic Partnership with the Gulf del maggio 2022 e le conclusioni del Consiglio del giugno successivo. Nel suo ruolo, Di Maio risponde all’attuale Alto Rappresentante Kaja Kallas e affianca la Commissione e gli Stati membri per garantire la coerenza dell’azione esterna dell’UE. Come spiega Di Maio, sono cinque i pilastri che rappresentano il core del suo mandato nei sei Paesi del Golfo: commercio e investimenti; energie rinnovabili e nuove tecnologie; sicurezza regionale; people-to-people; relazioni interistituzionali.

Da Bruxelles 2024 alla guerra del 2026

Prima di entrare nel merito dell’intervista, una premessa sul meccanismo del lavoro del Rappresentante Speciale. “Il tassello che si aggiunge alla complessità del mio lavoro di coordinamento sono gli Stati membri”, spiega Di Maio. “Sono loro a nominarmi di fatto, su proposta dell’Alto Rappresentante. La politica estera dell’Unione europea deve necessariamente tenere conto del loro parere unanime.” Sul dossier Golfo, sostiene l’EUSR, l’unanimità c’è stata: “Ho sempre registrato il massimo allineamento degli Stati membri, e quindi dell’Alto Rappresentante, della presidente Von der Leyen e del presidente Costa. Sono un rappresentante speciale che ha la fortuna di avere un commitment solido da parte degli Stati membri per rafforzarne il partenariato.”

Fino al 28 febbraio 2026 – data dell’inizio delle ostilità in Iran – quel commitment si traduceva soprattutto in lavoro commerciale, energetico e sui flussi di persone; da allora si è redistribuito verso i pilastri politico e securitario.

“Nel 2022 ero ancora ministro degli Esteri quando gli Stati membri hanno approvato la strategia”, ricorda Di Maio. “L’idea era nata prima dell’invasione dell’Ucraina”. Il problema, in quegli anni, era duplice: relazioni quasi soltanto formali e nessuno strumento operativo.” E aggiunge: “Avevamo un accordo di cooperazione con il GCC dal 1988, ma non si era mai tenuto un summit dei leader. Le riunioni dei ministri degli Esteri erano sporadiche. E sul lato sostanziale mancavano una Camera di Commercio europea nel Golfo, accordi commerciali, accordi di partenariato strategico.”

Il Summit del 2024 come chiave di svolta

Il punto di svolta è il 16 ottobre 2024, quando a Bruxelles si tiene il primo summit della storia tra UE e GCC. Sotto il titolo Strategic Partnership for Peace and Prosperity, i ventisette leader europei incontrano i sei capi di Stato e di governo del Golfo. Dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, all’Emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani – quest’ultimo co-presidente del summit insieme all’allora presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Per il segretariato del GCC questo summit rappresenta “una pietra miliare nel partenariato strategico”.

Da quel summit si è messo in moto un cantiere negoziale. La Commissione ha lanciato i negoziati per accordi di partenariato strategico bilaterali con ciascuno dei sei paesi del GCC, ricevendo, secondo Di Maio, le lettere di adesione di tutti. Sul fronte commerciale, dopo decenni di stallo del negoziato region-to-region, l’UE ha imboccato la via del negoziato bilaterale. Il 10 aprile 2025 Ursula von der Leyen e il presidente emiratino Mohamed bin Zayed hanno annunciato l’avvio dei colloqui per un accordo di libero scambio con gli Emirati Arabi Uniti, formalmente lanciati il 28 maggio 2025. A dicembre dello stesso anno si è chiuso il quarto round negoziale, con il quinto previsto all’inizio del 2026.

Un trend economico positivo

Guardando ai numeri si spiega immediatamente l’interesse reciproco per questi accordi bilaterali. Secondo la DG Trade della Commissione, nel 2025 l’interscambio di beni UE-GCC è ammontato a 165,7 miliardi di euro, in crescita dell’1,1% rispetto al 2024. L’UE è il secondo partner commerciale del GCC; il GCC è il sesto partner commerciale dell’UE.

I primi risultati della partnership

Il summit del 2024, gli accordi di partenariato bilaterali in negoziato con i sei paesi GCC, il negoziato FTA con gli Emirati, la Camera di Commercio europea nel Golfo: “Tutti questi strumenti, ideati prima dell’invasione dell’Ucraina, prima del 7 ottobre 2023 (attacco di Hamas ad Israele, ndr), prima della guerra dei dodici giorni in Iran e prima dell’attuale no peace, no deal in cui siamo nel Golfo, oggi si rivelano molto utili”, osserva Di Maio.

La traduzione operativa del pilastro sicurezza è arrivata una settimana dopo l’inizio dell’attacco statunitense-israeliano contro l’Iran. Su convocazione dell’Alto Rappresentante Kaja Kallas e del Segretario generale del GCC Jasem Mohamed Albudaiwi, i ministri degli Esteri si sono riuniti in videoconferenza straordinaria. Il risultato è uno statement congiunto in sedici punti. Il documento condanna gli attacchi iraniani contro gli Stati del GCC e ribadisce la partnership strategica. Richiama inoltre il diritto dei Paesi del Golfo all’autodifesa individuale e collettiva, ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.

Hormuz e l’asimmetria del conflitto

“Questa è una guerra asimmetrica”, spiega Di Maio. “Da una parte Israele e Stati Uniti attaccavano l’Iran; dall’altra l’Iran attaccava anche i Paesi del Golfo. In alcuni casi gli Emirati sono stati colpiti più di Israele stessa”. È il rovesciamento di una geometria che fino a poche settimane prima sembrava acquisita: il Golfo come retrovia, non come fronte. La risposta europea, racconta l’EUSR, si è giocata su due piani. Il primo, diplomatico: il sostegno unanime degli Stati membri all’iniziativa portata dal Bahrain al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e l’invocazione dell’articolo 51 nello Statement del 5 marzo 2026. Il secondo, militare e bilaterale: “Ci sono Stati membri che, dal giorno uno della guerra, hanno fornito equipaggiamenti militari e in alcuni casi addestramento, sulla base di accordi bilaterali per la difesa dei paesi del Golfo.” Francia e Italia, in particolare, hanno coordinato il supporto alla libertà di navigazione nello Stretto.

Lo Stretto di Hormuz è il nodo. Prima della guerra ci passava circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare e il 20% del gas naturale liquefatto. Dichiarato chiuso dall’Iran il 4 marzo 2026 e ripetutamente teatro di attacchi a navi mercantili, è diventato il principale fattore di volatilità dei mercati energetici globali. “I paesi del Golfo stanno vivendo una situazione inedita e inaccettabile”, commenta Di Maio. “Hormuz è uno stretto naturale, non è Suez né Panama: non si possono imporre dazi o pedaggi. Sul breve termine va riaperto senza alcun se e senza alcun ma.”

La diversificazione energetica e l’Ucraina

Sul medio termine, la crisi sta dando una spinta inattesa ai progetti di diversificazione energetica e di connettività, che l’UE stava già sostenendo prima del conflitto. “Costruire pipeline che vanno in porti alternativi o nuove rotte commerciali richiede progetti di medio-lungo termine”, riconosce Di Maio. “Ma la connettività e i processi di diversificazione saranno sempre più al centro del nostro partenariato”.

A questi due fronti l’EUSR ne aggiunge un terzo, meno scontato: l’Ucraina. “È il vero game changer nelle relazioni tra Europa e paesi del Golfo”, afferma Di Maio. “La partnership militare tra alcuni Stati del GCC e Kiev, oltre ad aprire una nuova frontiera nell’applicazione delle tecnologie ucraine per l’autodifesa, incrementerà le relazioni bilaterali tra quei paesi e l’Ucraina, rafforzando anche l’agenda europea su Kiev”.

L’Iran, gli E3 e i processi region-led

Accanto al fronte securitario, c’è il piano diplomatico, più complesso e più scomodo sul dossier Iran. Storicamente l’UE con i tre Stati membri più direttamente coinvolti – gli E3 (Francia, Germania e Regno Unito, nonostante la Brexit) – ha agito come principale interlocutore nella mediazione sul nucleare iraniano, fino al Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA)del 2015. Oggi quel ruolo si è eroso. “Le relazioni con l’Iran si sono deteriorate”, riconosce Di Maio. “L’Iran ha fornito armi alla Russia contro l’Ucraina, e gli stessi droni che hanno colpito il suolo dei Paesi del Golfo sono quelli che colpiscono ogni giorno l’Ucraina. Ci sono state detenzioni arbitrarie di cittadini europei. C’è la retorica nucleare. E i proxy che hanno colpito le nostre navi commerciali per anni nello Stretto di Bab el-Mandeb”.

Il punto di rottura simbolico è arrivato il 29 gennaio 2026, quando i ministri degli Esteri UE hanno raggiunto l’unanimità – con la Francia ultima a sciogliere la riserva – per la designazione dell’Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC) come organizzazione terroristica. L’adozione formale del provvedimento è avvenuta con la Decisione del Consiglio (PESC) 2026/421 del 19 febbraio, nove giorni prima dell’inizio delle ostilità. “Manteniamo un canale aperto con l’Iran”, precisa Di Maio, “ma non abbiamo il livello di rapporti che avevamo ai tempi della mediazione del JCPOA”.

Il Golfo come nuovo mediatore

Da qui la lettura che l’EUSR offre di un nuovo equilibrio diplomatico nel Golfo: una regione che sta assumendo il ruolo di mediatrice nei conflitti della Regione. “Pensiamo all’Oman, che ha tentato più volte di mediare tra Stati Uniti e Iran sul nucleare. E oggi il Pakistan, con il sostegno di Turchia, Arabia Saudita ed Egitto, sta guidando un processo sempre più strutturato. Noi europei siamo partner strategici a sostegno di questi processi.” È un riconoscimento implicito del fatto che l’agenda diplomatica nel Golfo non si scrive più solo a Bruxelles, Washington o Ginevra – e che il margine di manovra europeo è oggi quello di facilitatore. “Il futuro di questa regione sono i processi region-led. Su questo dobbiamo spingere e sostenere i Paesi della regione”.

Diritti, persone, futuro

Resta il dossier più scomodo per un’Europa che si presenta come potenza normativa: i diritti umani. Di Maio non lo elude. “La differenza la fa se l’altra parte è un partner o no. Con i partner abbiamo un dialogo rafforzato, strutturato e franco. Si chiama Human Rights Dialogue, è bilaterale, è guidato dall’UE caso per caso. Esiste anche uno Special Representative ad hoc, l’EUSR for Human Rights, che segue il processo. In quei dialoghi a livello di senior officials si discutono casi singoli, talvolta segnalati dal Parlamento europeo o dagli Stati membri”.

La risposta di Di Maio viene completata da un’ulteriore osservazione: l’idea che la trasformazione economica in corso nelle monarchie del Golfo abbia un effetto sociale di medio periodo. “I programmi Vision (Saudi Vision 2030, We the UAE 2031, Qatar National Vision 2030, Oman Vision 2040 , ndr) non sono soltanto programmi di investimento. Stanno costruendo nuove generazioni di cittadini del Golfo con ambizioni diverse. Sta cambiando il women empowerment, stanno cambiando le libertà personali.” È un argomento contestato dalle organizzazioni non governative che documentano regolarmente repressioni e abusi, ma rappresenta il riferimento esplicito della linea ufficiale europea: dialogo strutturato più che condizionalità rigida.

Sul pilastro people-to-people, Di Maio rivendica risultati concreti: la crescita di Erasmus+ con alcuni paesi della Regione e il programma di formazione dei giovani diplomatici UE-GCC al College of Europe di Bruges, giunto quest’anno alla terza edizione. C’è poi il dossier visti, su cui l’EUSR assicura di “star lavorando incessantemente”. Su quest’ultimo punto, l’UE sta per chiudere l’accordo su una nuova metodologia per la liberalizzazione dei visti, valida per tutti i Paesi terzi: gli Emirati Arabi Uniti godono già del visa-free, gli altri restano in negoziato.

La lezione che resta

Interpellato sull’influenza dei suoi ruoli politici precedenti, nel suo ruolo diplomatico attuale, Di Maio risponde: “Io ho lasciato la politica italiana, e questo non lo considero un ruolo politico”, risponde. “L’insegnamento più generale, dopo tutti questi anni, è che tra noi esseri umani e il caos ci sono le istituzioni. Dobbiamo sostenerle sempre, anche proponendo cambiamenti, ma teniamocele ben care”.

La strategia europea per il Golfo era nata per costruire prosperità reciproca; oggi ha il compito di tenere insieme una rete di partner mentre attorno si combatte. La dichiarazione del 5 marzo 2026, la designazione dell’IRGC, i negoziati bilaterali con gli Emirati, il sostegno alla mediazione pakistana: ogni tassello rivela un’UE che, nel Golfo, ha smesso di limitarsi alle dichiarazioni di principio. Resta da capire cosa succederà nello Stretto di Hormuz e se il partenariato strategico per la pace e la prosperità saprà reggere la prova. La sensazione, ascoltando l’EUSR, è che Bruxelles abbia smesso di pensare al Golfo come a una periferia, ma come dei partner strategici e di importanza geopolitica crescente.

*Immagine di copertina: [Foto di Christian Lue via Unsplash]

L’intervista è stata realizzata il 30 aprile 2026. Gli sviluppi successivi sulla crisi di Hormuz e sul conflitto Iran-USA-Israele potrebbero modificare il quadro descritto.

Le opinioni espresse dall’intervistato sono personali e non riflettono necessariamente quelle dell’intervistatore, di Orizzonti Politici, né delle istituzioni di appartenenza. L’analisi che accompagna l’intervista è a cura della redazione e si basa su fonti pubbliche citate nel testo.

Condividi:

Post correlati