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Il lavoro del futuro: come l’innovazione impatta sui giovani

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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La pandemia si è abbattuta come un meteorite sull’economia dei giovani italiani: nel primo semestre del 2020, 257 mila giovani tra i 18 e i 29 anni hanno perso il lavoro (dati Istat). Il dato è ancora più preoccupante se considerato insieme a quello della disoccupazione, che, paradossalmente, è scesa. Questo perché la disoccupazione misura chi cerca attivamente lavoro, e un calo dell’occupazione, insieme ad un calo della disoccupazione, significa che i giovani, scoraggiati dalla mancanza di lavoro, smettono addirittura di cercarlo.

In questo quadro scuro, molte proposte hanno cercato di riaccendere la speranza, e disegnare un nuovo futuro per i giovani italiani. L’Europa in questo senso è pronta ad investire: il piano Next Generation EU mette sul piatto del rilancio economico 750 miliardi di euro, con particolare attenzione ai giovani. La stessa presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha definito il piano “un patto generazionale per il futuro”. Una grande sfida si gioca sul campo dello sviluppo tecnologico del Paese. Ma che impatto può avere l’innovazione sull’occupazione giovanile, e cosa può fare l’Italia?

Il filo diretto tra giovani e innovazione

L’innovazione tecnologica richiede competenze nuove e una forza lavoro qualificata. Secondo uno studio del World Economic Forum (Wef), il 38% delle imprese si aspetta di assumere figure professionali innovative entro il 2022, e più di un quarto pensa che sarà l’automazione a guidare questo cambiamento. A livello globale, 75 milioni di posti di lavoro potrebbero essere soppressi dalle nuove tecnologie, a fronte di 133 milioni di nuovi posti creati da questo cambiamento. L’innovazione come una forza di distruzione creativa, come diceva Schumpeter.

I giovani partono da una posizione di vantaggio in questo senso, in quanto generazione digitale. Secondo il rapporto Istat 2019 sulle competenze digitali, il 67% dei giovani tra i 20 e i 24 anni ha competenze digitali di base, a fronte di una media nazionale del 39%. La maggior capacità di apprendimento di nuove conoscenze dei giovani, poi, è un altro fattore determinante in un mercato del lavoro che richiede sempre più una formazione continua, anche dopo aver conseguito il titolo di studio.

Cosa ha fatto l’Italia per innovare la propria economia?

L’Italia non è nuova a piani di sviluppo industriale che hanno puntato sull’innovazione: nel 2016 l’allora Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha lanciato un piano, Industria 4.0, che ha incentivato le imprese ad investire sull’innovazione, attraverso sgravi fiscali ed agevolazioni nell’accesso al credito. A distanza di quattro anni, è interessante comprendere l’impatto di queste misure sul lavoro, e sull’occupazione giovanile in particolare.

Il piano è stato confermato e riformulato nel 2018, con il nome di Impresa 4.0. Il quadro iniziale prevedeva, tra le varie misure, una supervalutazione degli investimenti in tecnologie innovative: gli investimenti in innovazione 4.0 venivano considerati, in termini fiscali, con un ammortamento dal 140% al 250%. Questo permetteva alle imprese innovatrici di ridurre le tasse da pagare all’erario. 

Quest’anno, poi, il Ministro dello Sviluppo economico Patuanelli ha lanciato il piano Transizione 4.0, un’ulteriore evoluzione della politica industriale italiana rivolta all’innovazione. Il Ministro si è impegnato ad impiegare 7 miliardi di euro in queste senso.

Il valore di Industria 4.0 per l’economia

Il Ministero dell’Economia (Mef), insieme al centro studi di Confindustria, ha analizzato il risultati di Industria 4.0 dal 2017 al 2019: in termini di occupazione, il processo di assunzione nelle imprese beneficiarie dell’iperammortamento è stato migliore rispetto a quello che si avrebbe avuto in assenza di questa possibilità: +3% su base mensile. Risultato notevole, che si riflette sulle assunzioni in tutte le classi dimensionali di imprese: dalle piccole e medie alle grandi imprese. Da sottolineare l’impatto al Sud, che registra un +4% di assunzioni per chi ha usufruito di Industria 4.0.

Un capitolo importante lo ricopre il credito d’imposta sulle spese per la ricerca e sviluppo, misura che ha agevolato le spese rivolte all’innovazione, soprattutto per le medio-grandi imprese (63%), per un totale di 8.6 miliardi di investimenti.

Industria 4.0 e giovani 

La possibilità di usufruire di agevolazioni fiscali per l’acquisto di macchinari 4.0 ha permesso alle imprese di ricercare profili con competenze digitali avanzate, e questa domanda di lavoro è stata accolta maggiormente dai giovani under 35, che vedono un +2.4% di assunzioni. Dato maggiore rispetto al +1,4 % stimato per gli over 35. L’innovazione ha favorito più l’occupazione dei giovani rispetto agli altri lavoratori. La grande richiesta si è avuta nel comparto degli operai specializzati (+2,3%), seguiti da impiegati (+0,7%). 

I limiti dei piani industriali per l’innovazione

Questi piani, dunque, hanno avuto un effetto positivo sull’economia del Paese, incentivando l’occupazione giovanile. Tanto che lo stesso presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, recentemente si è opposto ad un ridimensionamento dei piani di iperammortamento, che nell’idea del ministro Patuanelli potrebbero essere convertiti in crediti d’imposta, fiscalmente meno convenienti.

Tuttavia, i piani industriali non bastano perché il Paese possa colmare il divario con i principali partner europei. Le principali mancanze sono due: gli investimenti sulla scuola e sullaricerca.

Gli studenti italiani arrancano rispetto ai coetanei europei

Proprio per la necessità di accedere a competenze qualificate nel processo di innovazione, il dato sul livello di istruzione italiano rischia di mettere il Paese in una condizione di svantaggio rispetto all’accesso all’innovazione. Se le tecnologie innovative non trovano terreno fertile in Italia, gli investimenti tecnologici i concentrano dove le competenze sono più sviluppate. 

I test Pisa 2018, che fotografano il livello di istruzione nei Paesi ad alto reddito, mostrano come gli studenti italiani siano al di sotto della media dei Paesi Ocse. In particolare, il divario più rilevante si riscontra in scienze, dove gli studenti italiani ottengono risultati più bassi del 4,5% rispetto alla media Ocse e in letteratura (2,6%). E’ impressionante notare, poi, il gap dei nostri studenti rispetto a quelli cinesi, i primi al mondo in tutte le categorie in analisi.

Tuttavia, c’è da fare un distinguo tra le Regioni del Nord e quelle del Sud. Il Nord-Est, la macroregione che registra i risultati migliori in Italia in tutti gli ambiti, ha un gap positivo rispetto alla media Ocse in scienze (+1,6%), in matematica (+5,3%) e in letteratura (+2,9%).

L’Italia investe ancora poco in ricerca e sviluppo

L’innovazione è trainata dagli investimenti che ogni Paese dedica alla ricerca e sviluppo. Dove gli investimenti sono scarsi, così anche l’innovazione. Nonostante i recenti piani industriali abbiano avuto un impatto positivo, anche se non rivoluzionario, sull’innovazione, c’è ancora tantissimo lavoro da fare. Un Paese poco innovativo è un Paese in cui i giovani, come detto, perdono il loro vantaggio in termini di maggiori competenze digitali e di capacità di adattarsi alle nuove tecnologie.

L’Italia è ancora molto indietro rispetto ai partner europei in termini di ricerca e sviluppo. In rapporto al Pil, la spesa italiana pubblica e privata si è attestata all’1,4%. La media europea, invece, è del 2,3%. Rispetto alla Germania, invece, l’Italia spende in ricerca e sviluppo meno della metà, in rapporto al Pil. Il trend degli ultimi dieci anni è abbastanza stabile per i vari Paesi europei: l’Italia ha vissuto un leggero miglioramento, ma il divario da colmare con le altre potenze europee è ancora molto ampio.

I piani industriali, da soli, non bastano

Per quanto i piani nazionali abbiano avuto un effetto positivo sull’occupazione giovanile, questi non sono sufficienti a colmare il gap occupazionale dei giovani italiani. Per far sì che l’innovazione sia fertile per giovani e lavoro, è fondamentale arrivare a livello degli altri Paesi europei sull’istruzione e la ricerca, arginando un’emorragia di talenti che l’Italia vive, purtroppo, da molti anni.

A cura di Riccardo Boiani e Federico Pozzi

Questo articolo è parte di una raccolta sull’occupazione giovanile in Italia. Leggi anche l’articolo precedente: NEET e lavoro: come rilanciare una generazione in difficoltà?

Federico Pozzi
Veneto classe 1997: tra i vecchietti di OriPo. Laureato in Economia a Padova, ora studio Politics and Policy Analysis in Bocconi. Quando scrivo cerco di essere come le notti d’estate: chiaro come il cielo e pungente come la zanzara che continua a ronzare in camera. Romanticamente inopportuno insomma.

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