Con l’avvicinarsi delle elezioni politiche del 2027, gli atteggiamenti dei leader e dei loro partiti stanno cambiando: tra la possibilità di primarie per la guida del campo largo, situazioni in evoluzione nelle segreterie romane, nuove alleanze e rotture interne.
Osservati i risultati dei primi, e pur sempre prematuri, sondaggi si può constatare l’assoluta rilevanza politica di una parte di elettorato non intercettata dal bipartitismo caratterizzante degli ultimi anni. Mentre le coalizioni di destra e di sinistra rischiano di equivalersi, aumenta l’importanza della partita che si gioca al centro.
Si approderà a una proposta indipendente, una sorta di nuovo “Terzo Polo” o i vari attori opteranno per confluire in uno dei due grandi schieramenti?
Il centrismo in Italia
La rilevanza storica e politica dei partiti centristi in Italia è comprovata, come testimoniato dal periodo post Seconda guerra mondiale, a trazione Democrazia Cristiana (Dc). I primi governi di unità nazionale, composti da tutti i partiti che componevano il Cln (Comitato di Liberazione Nazionale), tra cui anche i socialisti del Psiup e i comunisti del Pci, furono seguiti da un periodo storico noto per la formula centrista utilizzata proprio per estromettere dal potere queste due forze politiche.
Già nel Gennaio 1947 la crisi avvenuta all’interno del Partito Socialista, che successivamente portò alla frammentazione dello stesso nel Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI) e in una nuova frangia che assunse la conosciuta sigla di Psi, rese possibile la formazione di un nuovo esecutivo. Questo, sempre a trazione DC con Alcide De Gasperi Presidente del Consiglio al suo terzo governo, portò le sinistre alla perdita di un ministero: si passò infatti da sette a sei a guida della sinistra.
L’evento che segnò l’inizio della sperimentazione centrista in Italia furono le dimissioni, consegnate nel maggio 1947, da parte del Presidente del Consiglio democristiano Alcide De Gasperi. Nacque così un nuovo governo, il quarto targato De Gasperi, segnato dall’assenza di socialisti e comunisti.
Iniziò dunque un periodo storico a predominanza centrista, con varie formule e alleanze varate per governare senza necessitare dell’appoggio delle sinistre, che sarebbero tornate al potere solamente nel 1963 con i nove ministri socialisti presenti nel primo governo Moro.
Le elezioni del 1948
Il compito di inquadrare le preferenze degli italiani fu affidato alle prime urne elettorali politiche del 1948. Queste, è doveroso ricordarlo, furono pesantemente influenzate dalle due potenze mondiali dell’epoca, Usa e Urss, che s’impegnarono attraverso finanziamenti, campagne elettorali, gesti dimostrativi e anche minacce e pressioni politiche a far prevalere l’una o l’altra parte.
I risultati esplicitarono una netta superiorità della Dc che registrò il 48,5% delle preferenze. Il Fronte Popolare, la coalizione di comunisti e socialisti, ottenne il 31%. L’Unità Socialista fu la terza forza con il 7,1 % dei voti, mentre gli altri partiti raccolsero pochi consensi e percentuali minime.
Il Governo che nacque, il quinto marchiato De Gasperi, diede inizio al Centrismo che durerà, in senso proprio, fino al 1953, anno in cui si conclude l’avventura politica del suo ideatore, De Gasperi stesso. Il periodo storico e le necessità derivate dallo stesso furono dei fattori decisivi per l’approdo a questa tipologia di soluzione: la ferma volontà di non far governare le sinistre, complice anche la situazione politica mondiale e la logica dei blocchi contrapposti ha permesso all’Italia di vivere un assetto politico che non fu mai ripetuto in seguito. Le posizioni moderate erano necessarie per evitare che elementi sgraditi quali i membri della destra post-fascista e comunisti e socialisti non avessero accesso al potere.
Fu in questo periodo, dunque, che il centro rivestì un ruolo fondamentale nella politica italiana: da equilibratore divenne trascinatore, si fece promotore di riforme importanti e guidò lo Stato attraverso procedimenti necessari per la riorganizzazione della sovranità nazionale e la restaurazione della credibilità internazionale.
Le caratteristiche del centro
In questo periodo, il centro politico era dominato dalla popolarità capillare della Democrazia Cristiana. Essa, ponendosi come alternativa sia ai partiti di sinistra che s’identificavano maggiormente nella classe operaia e predicavano un avvicinamento alla sfera d’influenza sovietica, come il Pci, sia ai minacciosi tentativi di risurrezione di movimenti ammiccanti nei confronti di ideali di estrema destra, come il Movimento Sociale Italiano, riuscì ad intercettare un consenso piuttosto esteso. Infatti, la Dc godeva di un elettorato eterogeneo, e anche all’interno dello stesso partito si registravano spiriti d’iniziativa e pensieri differenti, come testimoniato dagli avvicendamenti alla segreteria avvenuti nel corso degli anni.
Sebbene il partito guidato da De Gasperi fosse di gran lunga il più rilevante a livello nazionale, come attestato dai sopracitati dati elettorali del 1948, per governare esso necessitava di allearsi con altre formazioni e schieramenti per perseverare nel proprio intento di esclusività del governo. È grazie a questa particolare condizione che alcuni partiti, come i repubblicani del Pri o i liberali del Pli, presero parte alle manovre di governo durante il periodo dell’esperimento centrista italiano. Questa collaborazione accompagnò l’Italia della Prima Repubblica in una delle fasi più delicate e potenzialmente instabili di tutta la sua storia e la vide protagonista in alcuni passaggi politici fondamentali della nazione.
La collaborazione centrista permise, per esempio, l’inizio di un processo di integrazione europea fondamentale. Dapprima con la partecipazione all’Alleanza Atlantica, siglata il 4 Aprile 1949, in seguito con la creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) nel 1951, a cui l’Italia aderì fermamente fin dal principio. Tali avanzamenti seguivano la volontà di costituire le basi per un’area di libero mercato europeo che potesse favorire e incentivare lo sviluppo dell’economia continentale.
L’evoluzione del centro e il peso della legge elettorale
Un fattore significativo per la proliferazione e la crescita di movimenti d’opinione e partiti è il sistema elettorale. Il sistema in vigore dal 1946 al 1993 in Italia era un sistema proporzionale puro: i voti che i partiti ricevevano venivano convertiti in maniera proporzionale in seggi. Questo è noto per il favorire la nascita e la creazione di partiti che, sicuri di essere rappresentati per quanto effettivamente popolari e apprezzati, decidono di correre in autonomia alle elezioni.
Con il referendum del 1993 il popolo italiano decise di passare ufficialmente ad un sistema maggioritario a turno unico per allocare il 75% dei seggi, con un 25% degli stessi assegnato ancora attraverso un sistema proporzionale. Necessariamente, la riforma del sistema elettorale comportò una traslazione ad un sistema politico di tipo bipolare, dove i partiti di minoranza, prima fondamentali per la formazione delle maggioranze e rilevanti anche quando indipendenti, necessitarono di avvicinarsi a livello programmatico e pratico a una delle due grandi coalizioni, di destra o di sinistra. Il cambiamento del sistema elettorale, unitamente al ribaltone sociale e politico generato dallo scandalo di Tangentopoli, portò alla dissoluzione della Democrazia Cristiana, il principale partito centrista capace di governare ininterrottamente per tutta la Prima Repubblica. Fu proprio in quel frangente storico che la Dc dovette ufficializzare il passaggio di consegne alla guida del Paese.
Nelle elezioni del 1994 si formò infatti il primo governo di destra della storia della Repubblica, guidato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Questo, però, necessitò dell’ottenimento della fiducia presso il Senato che venne raggiunto unicamente grazie al tacito benestare di alcuni senatori del Partito Popolare Italiano. Il centro, pertanto, fu nuovamente necessario per la stabilità governativa, ma perse il suo primato politico. Divenne parte della coalizione, non più lo scheletro della stessa.
Anche l’attuale utilizzo del Rosatellum, che non prevede un premio di maggioranza, rende fondamentale il posizionamento di partiti più piccoli in vista delle prossime elezioni, come deducibile dall’analisi dei possibili risultati delle coalizioni, sempre più vicine negli ultimi sondaggi. La decisione di confluire all’interno di uno dei due schieramenti principali o la volontà di costituire un’area indipendente e centrista possono fare la differenza.
L’esperienza recente del Terzo Polo
Recentemente il tema dell’indipendenza elettorale e politica dei partiti centristi è stato affrontato nelle elezioni politiche del 2022.
La necessità di una terza via che potesse offrire all’elettore un’alternativa al bipartitismo dominante si esplicitò in un’alleanza tra due navigati politici quali Matteo Renzi, leader di Italia Viva, e Carlo Calenda, segretario e fondatore di Azione. I due gruppi, infatti, corsero insieme alle politiche sotto le insegne del cartello Terzo Polo, dopo essersi lasciati alle spalle una mancata alleanza tra la stessa Azione, il Partito Democratico e +Europa.
La linea politica dettata dalla collaborazione tra i due partiti può essere considerata sostanzialmente europeista, atlantista e improntata all’attuazione dell’agenda Draghi. Le tematiche su cui facevano leva i due leader erano varie: dalla valorizzazione dei talenti lavorativi italiani, con un occhio di riguardo per i giovani, al sostegno alle industrie e alle microimprese nazionali passando per un forte appoggio della causa ucraina e per una netta opposizione a sovranismi e populismi.
Il risultato di quest’accordo fu un 7,79 %, alla Camera dei Deputati e un 7,73% al Senato della Repubblica, dati su cui si sarebbe potuto costruire un possibile futuro di condivisione e proposta che inquadrasse una parte dell’elettorato precedentemente non coinvolta, nonostante il mancato raggiungimento del 10%, posto come obiettivo all’inizio della campagna elettorale.
Il progetto naufragò nell’aprile 2023 dopo settimane di alti e bassi e numerose discussioni interne e esternazioni critiche sui social media, rendendo vano il lavoro svolto in campagna elettorale per cercare di offrire un alternativa centrista agli elettori indecisi tra gli estremi. Punto nevralgico della disputa fu la prospettiva di fusione dei due partiti e dei rispettivi gruppi parlamentari, che si sarebbero uniti nel partito unico denominato Terzo Polo, oltre ad un mancato accordo riguardante la Leopolda, il convegno politico ideato da Renzi.
Il possibile centro italiano delle Politiche 2027
In vista delle elezioni politiche del 2027, la possibilità e l’effettiva realizzabilità di una proposta indipendente di centro sta iniziando ad essere affrontata con maggiore frequenza da tutte le compagini politiche potenzialmente coinvolte.
Il dibattito mediatico e, secondariamente, televisivo, è vivo. Ci sono numerose compagini politiche che ambiscono a rappresentare un’effettiva alternativa alle due grandi coalizioni, di destra e di sinistra, che appaiono relativamente equivalenti nei sondaggi. Azione di Carlo Calenda, Italia Viva di Matteo Renzi e +Europa, il cui segretario è Riccardo Magi, sono solamente alcune espressioni dell’area centrista italiana.
Recentemente, si sono accreditati come degni di nota anche il Partito Liberaldemocratico, il cui segretario è l’ex Pd e Italia Viva Luigi Marattin e Ora!, partito nato dal movimento Drin Drin di Alberto Forchielli e Michele Boldrin.
Complessivamente, i dati sondaggistici rilevano una possibile fetta d’elettorato centrista rilevante e non trascurabile. Secondo l’ultimo sondaggio di YouTrend per Sky, risalente al 29 Maggio 2026, Azione capitalizza il 3,2% dei consensi, Italia Viva il 2,2% e +Europa si ferma all’1,2%.
Situazione differente per il Partito Liberaldemocratico e Ora!: non essendo sondati regolarmente, ci possiamo riferire esclusivamente a rilevazioni sporadiche. Sempre stando ai dati rilasciati da YouTrend, il partito guidato da Marattin avrebbe raggiunto l’1,2% delle preferenze. Ora!, invece, s’aggirerebbe intorno all’1,1%.
Incrociando i vari dati, possiamo pertanto osservare come l’area centrista sia ancora oggi rilevante, non troppo lontana da quel 10% dell’elettorato (8,9% per la precisione) individuato da Renzi e Calenda nel 2022. La situazione, però, appare estremamente complicata dal punto di vista politico.

Coalizioni e divergenze di un centro italiano frammentato
Le scelte delle segreterie dei partiti sono estremamente differenti e una visione centrista collettiva appare ancora lontana.
La situazione in +Europa risulta essere movimentata. Il segretario Riccardo Magi sembra intenzionato a dialogare con il Campo Largo, come testimoniato dalla decisione di aprire le porte della Convention per gli Stati Uniti d’Europa, tenutasi il 24 febbraio, a personaggi poco apprezzati dai suoi elettori e collaboratori, come Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, criticato aspramente per le sue posizioni contrarie all’invio di armi in Ucraina. Inoltre, durante l’Assemblea nazionale di fine aprile, il presidente del partito Matteo Hallissey, contando su un numeroso appoggio, ha presentato una mozione per il totale rinnovo dei vertici del partito. Sebbene la mozione sia effettivamente passata con 52 voti favorevoli su 100, la necessità di una maggioranza qualificata di due terzi per ufficializzare questo genere di iniziative ha permesso al segretario di rimanere in sella. Magi non è riuscito ad ottenere l’approvazione del bilancio annuale, certificando una crisi interna che sembra non accennata ad arrestarsi, come testimoniato dall’ “occupazione pacifica” della sede romana del partito ad opera di Matteo Hallissey, Benedetto Della Vedova e altri volontari. L’interrogativo è uno: qualora vi fosse effettivamente un turnover nelle posizioni apicali del partito, diverrebbe più probabile la partecipazione di +Europa ad una coalizione di centro?
Italia Viva e il suo leader Matteo Renzi hanno scelto di sostenere ed entrare nel Campo Largo; Una soluzione già testata nelle tornate elettorali di ottobre per le Regionali in Calabria, Campania, Veneto, Puglia, Toscana e nelle Marche, con fortune alterne. Proprio in quest’ottica è stato proposto il nome di Silvia Salis come possibile opzione per le Primarie che decreteranno la guida del polo di sinistra.
I dubbi riguardanti la convivenza con determinanti schieramenti, come il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, sono numerosi. L’equilibrio è precario ma al momento la volontà comune di vincere le elezioni sembra svettare su ogni possibile dubbio. La partita, pertanto, si gioca tra Azione e il Partito Liberaldemocratico. Sullo sfondo restano +Europa, dove è possibile un ribaltone interno, e Ora!, in crescita e il cui leader Boldrin ha ottenuto il ruolo di consigliere comunale a Venezia, dove il partito è risultato essere terza forza
La questione veneziana
Le elezioni amministrative svoltesi in 743 comuni italiani il 24 e il 25 maggio 2026 hanno rappresentato una sorta di laboratorio politico di quello che potrebbe essere un’alternativa centrista su scala nazionale.
Importante per la costruzione della futura zona centrista è stata Venezia. Qui il centrodestra ha presentato Simone Venturini con l’appoggio di Lega, Fratelli d’Italia, Udc, Partito dei veneti e anche il Partito Liberaldemocratico. Anche i rappresentanti locali di Azione hanno aderito a questa coalizione, sotto l’insegna della lista civica del candidato sindaco. Il centrosinistra, invece, ha riproposto la solita costituzione del Campo Largo, coinvolgendo Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e una serie di liste civiche. Ha corso da solo Ora! di Michele Boldrin che ha interpretato il ruolo di alternativa da scoprire, dato che l’unico dato elettorale prima di questa campagna era il 4,32% raggiunto da Andrea Paccagnella alle elezioni suppletive per i seggi della Camera tenutesi a fine Marzo scorso.
Le elezioni hanno visto vincitore da Simone Venturini al primo turno con un distacco profondo e inaspettato: 51% di preferenze per l’esponente del centrodestra già assessore comunale, 39% per Andrea Martella del centrosinistra.
Proprio l’adesione di Azione e del Partito Liberaldemocratico alla coalizione di destra è diventato un tema di scontro al centro. Nonostante inizialmente ci fosse stato un tentativo di lavorare in sinergia, la collaborazione non è sbocciata: sono scaturite polemiche e confronti social con recriminazioni di mancate risposte da parte di Boldrin e dichiarazioni di sfiducia di Calenda.
Il banco di prova delle Amministrative
Tenendo pur sempre in considerazione che a livello locale le dinamiche sono differenti rispetto alle elezioni nazionali, le decisioni di Italia Viva, Azione, Partito Liberaldemocratico e Ora! non sono sempre state unitarie.
Ad Arezzo, per esempio, il partito di Matteo Renzi ha deciso di far parte della coalizione di centrosinistra che sosteneva Vincenzo Ceccarelli, poi vincitore delle urne, mentre Azione e il Partito Liberaldemocratico hanno optato per la candidatura di Marco Donati, alternativa centrista.
Situazioni di collaborazione simili si sono verificate anche a Prato, dove Ora! e i liberaldemocratici hanno sostenuto il candidato Jonathan Targetti, che ha ottenuto un buon 6,38%, in netto aumento rispetto al 2,32% collezionato alla precedente tornata nel 2024, e a Macerata. Proprio la città marchigiana potrebbe essere il laboratorio politico in cui i partiti collaborano, avendo già deciso di formare un Terzo Polo, solido e variegato, intenzionato a collaborare in futuro. L’espressione di questo progetto è stata la candidatura di Mattia Orioli, che ha ottenuto il 3,05%. A Cividale del Friuli i tre maggiori partiti centristi hanno propeso per l’appoggio del candidato di centrosinistra Fabio Manzini, che ha ottenuto il 40,69% dei consensi. A Salerno, invece, l’alternativa centrista Armando Zambrano ha ottenuto il 6,57% di preferenze.

Un futuro incerto per il centro italiano
Nonostante le collaborazioni su territori comunali, comunque sporadiche e variabili, abbiano ottenuto alcuni buoni risultati, per il momento, le prospettive di sinergia al centro, in ottica delle future elezioni sembrano essere poche.
Si rilevano, infatti, ingenti differenze di vedute su alcune tematiche ritenute particolarmente cruciali per gli elettori, come la questione palestinese, che non trova sulla stessa linea politica Luigi Marattin e gli altri partiti centristi. Inoltre, le piccole faide personali innescatesi negli ultimi periodi, vedasi Calenda-Boldrin, non contribuiscono alla collaborazione che una parte d’elettorato auspica e verso la quale è interessata.
Per la creazione di un’alternativa credibile non mancano dunque omogeneità tematiche e votanti, che sono stati validati anche grazie a questo turno di amministrative, quanto più coesione interpartitica e volontà di collaborare unitamente per una proposta univoca.
Qualora questi ostacoli venissero superati si potrebbe realmente compattare una fetta politica fino ad oggi interpellata solo relativamente e sottorappresentata, facendole acquisire lo status di terza forza e di opzione reale e futuribile.
Questo processo richiede però tempo, requisito che rende l’operazione più complicata ogni giorno che passa senza un dialogo costruttivo tra tutte le parti coinvolte.
*Immagine di copertina: [Foto di Michele Bitetto via Unsplash]





